CACCIATELI! QUANDO I MIGRANTI ERAVAMO NOI

Consigliato

Conoscere la storia richiede studi sistematici ma anche periodiche immersioni. Se la storia è memoria, ma non si può avere memoria diretta di ciò che non si è vissuto, non resta che un lavoro improbo, una paziente cucitura a mosaico di piccole e grandi testimonianza.

È questo il principale merito di Concetto Vecchio il quale, in chiave anche autobiografica in quanto la sua famiglia ne è stata direttamente testimone, ci racconta di quando gli italiani in Svizzera li chiamavano “Tschingg” (lasciamo a chi leggerà il libro il compito di approfondire il significato di questo non lusinghiero epiteto).

Dagli anni cinquanta, gli italiani sono migranti: migranti per fame, migranti per necessità, migranti prima dal nord e poi, a centinaia di migliaia, da sud. Troppo acerbo ancora il boom italiano perché la gran parte dei lavoratori ne benefici, troppo avanti e ingordo di manodopera il miracolo economico rossocrociato.  Così si aprono le porte della Svizzera, ma a patto di regole ferree sul lavoro, sull’ordine pubblico e sui controlli di polizia, e sui ricongiungimenti: e allora si vive in baracche, in condizioni spesso disumane, lontano dalla famiglia per mesi, senza contatti con i locali, a meno che non siano arcigni e sospettosi affittacamere.

Con l’aumentare dei numeri, crescono inevitabilmente l’insofferenza dei cittadini svizzeri e, in alcuni casi in larga parte dimenticati, un razzismo prima strisciante e poi conclamato, fatto anche di episodi sanguinosi, ma più spesso di una interminabile serie di piccoli e continui soprusi, tollerati e messi sottotraccia dai Governi presso entrambi i lati del confine, per motivi diversi ma per medesima convenienza,

E tuttavia gli italiani, come sempre, si fanno strada da sé: sono ottimi lavoratori, manodopera affidabile che ha voglia di crescere, come ci restituisce l’autore con una bellissima frase sul padre, descritto come un uomo “…che addenta la vita come fosse una mela”.  La nascente opinione pubblica italiana, prima distratta, si interessa progressivamente alle loro storie: il libro ha il grande merito di restituirci questo senso del tempo, una sorta di candore (se comparato con il cinismo imperante oggigiorno) generalizzato, che ci stupisce (oggi) e si stupisce (ieri) di come si possa essere razzisti, di come si possano odiare delle persone che fanno letteralmente andare avanti l’industria svizzera. Non è decisamente l’Italia di oggi, non c’è ricchezza diffusa, non ci sono migranti in arrivo né sbarchi, si emigra letteralmente per fame.

Il paziente lavoro di indagine ci restituisce storie di emancipazione ma anche testimonianze agghiaccianti, in una gerarchia degli orrori che parte dalle vedove bianche, che vedono i mariti due volte l’anno fino all’agognato ma talvolta impossibile ricongiungimento, agli “orfani bianchi”, bambini lasciati da parenti e conoscenti al sud che crescono senza genitori, affidati a Istituiti poco oltre confine (“è domenica sera, e mamma e papa pagano la retta alla suora, e poi bisogna congedarsi dal bambino”) o peggio, portati clandestinamente in Svizzera e nascosti in una mansarda per anni.

È in questo scenario già controverso che emerge la figura di James Schwarzenbach, appartenente a una ricca famiglia di industriali e intellettuale colto e raffinato manate della cultura italiana, che scatena una sistematica campagna d’odio contro i Gastarbeiter italiani.

Schwarzenbach entra a sorpresa e un po’ in sordina come unico deputato della Nationale Aktion nel Parlamento di Berna e presenta una proposta di referendum per imporre un serio freno all’immigrazione, con soglie che si tradurrebbero nell’ espellere dalla Svizzera trecentoquarantamila stranieri. La campagna referendaria scuote nel profondo la Svizzera e termina con il voto del 7 giugno 1970 che Schwarzenbach, osteggiato dalla stampa e dalla Confindustria, perde per un soffio, solo per centomila voti, segnando però una netta cesura con il passato e de facto, un peggioramento delle condizioni di vita degli immigrati.

Colpisce, nella storia di questo populista ante litteram, l’utilizzo di tutte le armi dialettiche, retoriche e persino di quelle che oggi definiremmo fake news che popolano i media e i social europei da qualche anno a questa parte. “Svizzera, svegliati!!!”, “La Svizzera agli svizzeri” e così via.

Illuminante Enzo Biagi, che durante un’intervista nel 1970 lo incalza con una domanda che è la madre di tutte le risposte ”Lei esprime un risentimento o contribuisce a provocarlo?”.

Il libro è quindi senza dubbio interessante, a tratti forse un po’ caotico nella sovrapposizione e reiterazione di temi e argomenti. Utile sarebbe però stato approfondire un po’ di più la parabola discendente di Schwarzenbach , come pure  il suo background e le contraddizioni insite nella sua influente famiglia di cui tra l’altro non è neppure lui la figura più ricordata in Svizzera e nemmeno in Italia. Se infatti la sua storia sarà per sempre associata al razzismo, al populismo più gretto e ad una certa ambiguità nei riguardi del nazismo, antitetica è la figura di sua cugina, Annemarie Schwarzenbach, donna e scrittrice avventurosa che seppe sfidare apertamente la sua famiglia, la società dell’epoca ed il nazismo.

Nata nel 1908 in Svizzera e morta in un incidente a soli 34 anni, ha attraversato la prima metà del Novecento combattendo contro l’omologazione e a favore della diversità ponendo continuamente domande al mondo e a sé stessa, come ricorda il bel libro di Melania G. Mazzucco del 2016 “ Lei così amata”.


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