STARTDOWN. LA CRISI DEI MITI DIGITALI E IL RISVEGLIO DELL’INNOVAZIONE

SCONSIGLIATO

In un articolo apparso in questi giorni sul New York Times Mihir A. Desai, professore alla Business School di Harvard, si augurava il flop, che pare si stia in effetti almeno parzialmente verificando, della quotazione di UBER, affinché questo rappresentasse un epitaffio o almeno un avvertimento per i sostenitori del modello del venture capital stile winner-take-all. Parliamo di quel recente modello distorsivo adesso in gran voga che, invece di concentrarsi sulla ricerca di buone opportunità di investimento, mira a creare un esclusivo club di “super-unicorni (l’unicorno è una società in startup con una valutazione pre-borsa intorno al miliardo)”, società per capirsi quali Lemonade, Wirecard, Doordash, e la stessa Uber, da finanziare con assegni tra i 500 milioni e i 5 miliardi di dollari, sostanzialmente solo sulla base di generiche promesse di futuri guadagni. Si tratta in qualche modo di profezie autoavveranti, dove, investendo cifre colossali in startup indipendentemente dai risultati economici, si spingono altri investitori a fare altrettanto e contemporaneamente, si dà modo a queste compagnie, Uber inclusa, di attuare la strategia che già fu di Amazon, ovvero beneficiare i loro consumatori con tariffe e prodotti assai convenienti, semplicemente perché, grazie agli enormi finanziamenti ricevuti, le loro tasche sono più pesanti degli altri. Fare parte del club poi permette di fare affari, sulla carta assai vantaggiosi, con altre aziende, guarda caso appartenenti allo stesso club. Finanza che genera finanza insomma, senza legami con l’economia reale e men che meno l’innovazione che dovrebbe caratterizzare le startup.

Questo, oltre a distogliere capitali dalle startup davvero più promettenti (cioè proprio dove i venture capitalist dovrebbero coraggiosamente allocarli), lancerebbe anche ai giovani imprenditori un messaggio sbagliato, qualcosa come “conviene più essere un personaggio che uno startupper”, che suona un po’ come la polemica nostrana di qualche anno fa, quando si sosteneva che alle nostre figlie conveniva insegnare a fare le veline piuttosto che le ricercatrici universitarie.

Il libro, dal tono a tratti fastidiosamente saputo e disilluso, che fin dalla sua prima battuta ci vuol dire che per gli startupper di questo Paese sostanzialmente non c’è trippa per gatti, inizia giusto con una battuta di Jack Ma di Alibaba, compagnia finanziata proprio dal Softbank Vision Fund, un fondo da 100 miliardi dollari che vanta trai suoi primi azionisti la famiglia reale saudita, che della politica winner-take-all è il campione mondiale.

Jack Ma, lo stesso che recentemente ha detto che il superlavoro fa bene e che i suoi dipendenti per rendere dovrebbero fare sesso tutti i giorni, ci illumina con un’altra perla di saggezza dicendo che “nei prossimi anni il mondo riceverà più sofferenza che felicità da Internet”. Da lì si inizia a dare addosso ai nostri startupper, in una sequela di triti e ritriti luoghi comuni tirati in ballo per smentire altri supposti luoghi comuni, lamentando l’arretratezza dei nostri sistemi, della nostra cultura imprenditoriale e in ultimo dei nostri incubatori, dicendo che piuttosto che perdere tempo con questo mondo di inconcludenti è assai meglio, come sostengono letteralmente i due autori, stare sul divano e vedersi una serie su Netflix, o, perché no, orientarsi su Pornhub (strana scelta quest’ultima a ben vedere per chi per ben 200 pagine lamenta l’onanismo intellettuale dei businessman italiani).

L’apoteosi si raggiunge quanto poi, in un afflato di pessimismo cosmico che va tanto di moda in questi anni, si dice “Cari giovani startupper, per intenderci con meno di quarant’anni e con qualche idea e ambizione reale nello zaino, fate un favore a voi e all’Italia. Andate via”.

Di fronte a questo tipo di considerazione, chi scrive è tentato più che Ulisse dalle proverbiali sirene di chiedersi: “ma allora loro perché restano?” (come del resto fanno quasi tutti quelli che pronunciano queste parole) e poi subito dopo “Sì, ma allora cosa proponete di diverso per cambiare l’andazzo?”

Il libro, nella sua articolazione fornisce pure dati interessanti sull’andamento delle startup in Italia e delle schede di approfondimento su ciò che accade in altri Paesi come la Germania o l’Inghilterra (però non confrontabili con il nostro né come sistemi finanziari, né come politiche né come legislazione vigente in campo aziendale e fiscale), ma poi ricade inesorabilmente nei sopra citati luoghi comuni dei quali i più gettonati sono i seguenti:

– le nostre imprese sono troppo piccole (sì, ma si dà il caso che proprio questa sia la forza di traino del nostro agroalimentare di qualità, che ci vede leader nel mondo e in molti altri settori… sono decenni che sentiamo dire che piccolo non è bello ma per ora sono proprio le piccole imprese con la loro flessibilità che ci hanno aiutato a sopravvivere e, in alcuni casi, ad eccellere sui mercati domestici come su quelli internazionali);

– nel nostro Paese mancano le aziende di dimensione corporate, e senza di esse non si può fare corporate venture (piuttosto ovvio, e d’altronde è un dato di fatto ormai da anni che nel nostro Paese non ci sono più quelle grandi aziende che possano giocare un ruolo di “campioni nazionali” come ad esempio invece succede in Francia o in Germania… );

– nel nostro Paese non si fa sistema, tanto varrebbe creare due hub (non Pornhub stavolta) avanzati, uno su Milano e uno su Roma, e lasciar perdere tutto il resto (cioè quella provincia che spesso nel nostro Paese fa i numeri e la differenza… sulla fattibilità di questa proposta si lascia il lettore giudicare)

Ciò che manca, come spesso succede, sono delle ricette efficaci e realmente innovative, cui una striminzita tabella finale di tre pagine non dà poi molto respiro e sostanza. Idee se possibile espresse in un linguaggio semplice senza ad esempio tirare in ballo (oltretutto a sproposito) le idee platoniche, citate erroneamente in un passo come paradigma supremo di concretezza e non di astrazione formale (!).

Dubitiamo comunque che con proposte quali “costruire storie e azioni di marketing più facili da progettare e raccontare” e “Puntare su una regia unica e centrale” si possano davvero cambiare le cose, ma, bastasse così poco, saremmo davvero contenti di sbagliarci. Inoltre, si suggerisce di puntare sulla concentrazione delle risorse, atte a creare poche ma significative realtà (i famosi unicorni, ma in salsa italiana) in grado di incidere sul mercato, in Italia e all’estero. In pratica, si tratterebbe di scimmiottare, in ritardo e con assai meno risorse e influenza internazionale, un effetto distorsivo come quello citato all’inizio di questo testo, che anche negli Stai Uniti crea, come si diceva, grossissime perplessità.

In ogni caso, ci auguriamo che nonostante tutto, si continui a fare impresa, spesso con successo, come si riesce a fare qui, magari favoriti da atteggiamenti che mirino, da tutte le parti, a costruire entusiasmo tra i giovani e non a distruggerlo cinicamente.


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