L’AULA VUOTA


Giudizio sintetico: “Da non perdere”


Quando un libro fa centro, lo si capisce da due cose: la sua qualità intrinseca, certo, ma anche dalla rumorosità della levata di scudi contro lo stesso. Eppure, non si tratta propriamente di un pamphlet.

Questo è il caso del volume in oggetto.

Qualche mese fa, sulla home page di un noto Istituto mi ricordo di aver letto due singolari lettere di commiato. Due docenti dopo quarant’anni di onorata carriera, volevano immortalare e partecipare agli studenti i loro pensieri nell’ultimo giorno di lavoro. Una lettera era piuttosto articolata e interessante, tracciava un bilancio a tratti positivo a tratti amaro, con un certo disincanto, della propria attività didattica: sostanzialmente vi si leggeva una parabola discendente, ma non priva di soddisfazioni professionali. L’altra invece, con mio stupore, era una poesiola alla Vispa Teresa, insulsa e scritta in rima baciata rivolta agli studenti che si concludeva con gli immortali versi: e anche se su qualcosa brava non sarò sembrata, certo di tutti i miei studenti sorella sono stata. Da dove poteva derivare questa totale differenza di stile tra due docenti che per decenni avevano prestato servizio in quella scuola? Due docenti di qualche decennio prima, avrebbero scritto lettere di questo tipo? E gli studenti e le famiglie, che cosa ne pensavano, ammesso che le avessero lette?

Quelle righe mi sono tornate subito in mente leggendo l’illuminante libro L’aula vuota di Ernesto Galli della Loggia, perché da esso si ricavano le stesse impressioni su di una scuola di cui tutti ci siamo disinteressati, cui a successive ondate le classi dirigenti di questo Paese si sono impegnate a fare seriamente del male e le cui vittime, oltre beninteso e soprattutto agli studenti, sono proprio i docenti. Professionisti un tempo socialmente rispettati, adesso considerati alla stregua di qualunque dipendente pubblico, sottopagati e alla ricerca di un significato e di un fine per la loro missione: di conseguenza anche loro, parafrasando Eco, suddivisibili proprio come gli estensori delle due lettere che ci citavo, tra apocalittici (ormai cinici e disillusi) e integrati (gioiosi e un po’ rassegnati estensori di poesie in rima baciata).

Il libro non rappresenta una facile e sterile critica delle ben note cose che, come sotto gli occhi di tutti, nella scuola attuale non vanno, e mette bene in chiaro che lo svuotamento e la perdita di ruolo sociale dell’istruzione non è un fenomeno solo italiano, ma internazionale; però allo stesso tempo pone in luce come tale tendenza in Italia sia pericolosamente accentuata e coincida per così dire “graficamente”, quasi punto a punto, con la parabola del declino politico, intellettuale ed economico del Paese.

Ricordo di aver sentito in radio, qualche tempo fa, un intervento dell’Autore allorquando propose, in occasione dell’insediamento dell’attuale governo, un decalogo di provvedimenti, non economicamente onerosi, tesi a riportare la scuola al posto che merita nella nostra società. Di tutti quegli interessantissimi e condivisibili spunti, l’unico di cui si parlò fu quello della predella, ovvero la proposta, provocatoria, di reintrodurre la predella che sopraelevava rispetto ai banchi dei discenti la cattedra del docente.

Fu sintomatico, ci pare, della pochezza del dibattito sociale in Italia, dove ci si ferma all’apparenza, senza guardare il significato profondo di certe affermazioni, dove impera l’appetito per l’offesa gratuita e si è perso quasi del tutto il gusto per l’invettiva, la provocazione intelligente cui rispondere con un altrettanto arguto contro-pensiero. Tutta roba da teca museale.

Come da teca museale è diventato il concetto più alto di cultura. Oggi la vera istruzione, quella che, come recita il libro in suo passo, emancipa e prepara ad una vita e un pensiero realmente libero e creativo, sta a molta scuola come il ristorante di un tempo sta al fast food: il sapere si consuma velocemente, in modo banalizzato, asettico e standardizzato e nella quotidianità più spinta, perché deve “servire subito”. Strano paradosso in un Paese che fa della cultura e del suo retaggio la sua bandiera e che dovrebbe ben sapere che la cultura e la capacità di pensiero fondano le loro basi sullo studio e l’approfondimento proprio di ciò che non ”serve”: un lirico greco, un fatto storico, un teorema matematico, un ragionamento filosofico.  Sono sotto gli occhi di tutti le conseguenze: una classe dirigente che non sa costruire pensiero e teorizzare alcunché (mi ha sempre colpito come all’estero i politici accettino il contraddittorio, sovente senza rete, con i giornalisti quando da noi la pagina politica è costituita da un patchwork di dichiarazioni preconfezionate che immortalano in video il recitativo senza contraltare di questo o quel parlamentare),  nuove generazioni con vistosissime e crescenti lacune storiche, linguistiche, matematiche. Ma del resto, come sottolinea il libro, nel bene e nel male hanno ambedue frequentato la medesima scuola.

In rete, sono spesso accalorati insegnanti a criticare l’Autore, sovente in modo involontariamente ironico: nelle loro a volte astruse controdeduzioni si soffermano sugli articoli e sulle altrettanto astruse circolari ministeriali che egli cita, secondo loro, a sproposito, perdendo di vista il cuore del problema. Fanno pensare a medici intenti a piazzare cerotti sulle escoriazioni di un paziente in piena e massiva emorragia arteriosa.

Resta il fatto che il volume dovrebbe diventare libro di testo nelle scuole: in una istruzione che ha fortemente ridotto lo studio della storia questo libro, da Rousseau in poi, traccia una singolare ma veritiera storia della nostra scuola e della pedagogia che è poi la storia del nostro Paese. Dalla riforma Gentile, sconfessata da Mussolini quando si accorse che tutto era fuorché fascista, al dopoguerra, al sessantotto e ai decreti delegati e poi al mantra del concetto di educazione che soppianta a poco a poco quello dell’istruzione, per arrivare alle a volte nefaste influenze di MIUR, Invalsi, Ocse e compagnia cantante.

Di particolare valore i passi dedicati al perché la scuola, all’indomani della Seconda guerra mondiale, non abbia potuto dar voce a un  consapevole e anche critico “racconto nazionale” come in altri Paesi, e delle conseguenze che questo mancato senso identitario ha avuto nella crescita delle nostre classi dirigenti, sul valore dell’ istruzione della nostra costituzione (cui ci si richiama sovente a sproposito) e alla riflessione sui concetti di autonomia amministrativa e di libertà di sperimentazione metodologico-didattica concessi ai docenti a far data dal 1978.

Con ciò, non si vuole trasmettere l’immagine di un libro per specialisti: il volume è di gradevolissima lettura, grazie ad una prosa, come poche oggi, di assoluto valore, e pieno di gustose considerazioni, come quando si sofferma sul nonsense di molte circolari ministeriali, per le quali parlare di linguaggio astruso arriva a sembrare un complimento, o come i passi dedicati a Don Milani,  (citato assai di sovente a sproposito e da chi non l’ha mai veramente  letto) di cui si dimentica che, e come se no, i suoi scritti sono figli di un tempo che fu e andrebbero forse interpretati anziché venerati o presi alla lettera.

Se ne ricava certo un ritratto sconfortante della nostra scuola, in cui alla base ognuno sembra recitare un ruolo che non può più, non vuole o non sa ricoprire: autorità centrali che dovrebbero dare direttive e che si limitano a sfornare confuse direttive e una riforma inconcludente dietro l’altra, insegnanti chiamati ad essere facilitatori del sapere, coordinatori ed erogatori di servizi (senza percepire salari adeguati e fruire di un altrettanto adeguata preparazione) più che docenti, discenti disorientati e lasciati in balia di sé stessi o peggio dell’’illusione di saper affrontare un mondo rappresentato in un modo che non corrisponde a quello reale

Ma siamo in tempo ad intervenire, a togliere la scuola da quell’angolo dove è stata socialmente collocata, un hortus conclusus che assomiglia sempre più a un ghetto, se solo si lavorasse di più sul vero significato della cultura oggi, sui corretti tempi necessari all’apprendimento e alla elaborazione delle conoscenze apprese, sul senso di una istruzione che è prima di tutto progetto che libera ed emancipa, in perenne e critica  tensione tra realtà e utopia.

RECENSORE

Massimiliano Bellavista è consulente di direzione, blogger (www.thenakedpitcher.com) e docente di Management strategico presso l’Università di Siena. Vincitore di premi letterari, suoi racconti e poesie sono pubblicati su riviste e antologie. Tra le sue numerose opere di narrativa, poesia e management ricordiamo: Come uno strappo (Il Fauno Editore, 1994), Il Segno e la Foresta (Magalini, 2001), Le reti d’impresa (Franco Angeli, 2012); Anatomia dell’invisibile (Tabula Fati, 2017); L’ombra del Caso (Il Seme Bianco 2018) e The Naked Pitcher (Licosia 2018); Dolceamaro (Castelvecchi 2019).

(I giudizi sintetici sono espressi in cinque gradazioni: sconsigliato; interessante; consigliato; da non perdere; capolavoro)

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