IL MAESTRO DI REGALPETRA


Da non perdere


“Dio è morto, Marx pure, ma io mi sento benissimo”

Leonardo Sciascia

Questo libro, documentatissimo, ha per certi versi dello straordinario perché Matteo Collura (l’autore) riesce a dar conto di ogni aspetto della vita intellettuale, civile e politica di Leonardo Sciascia e a ricostruire in maniera quasi intima la sua visione del mond, come se l’autore avesse vissuto insieme a Sciascia fianco a fianco per lunghi anni (il che forse è vero) e lo fa senza mai cedere né all’aneddoto inutile, né all’agiografia. La vita, dunque, il pensiero, le opere e l’azione, quasi einaudianamente.

Libro da non perdere pertanto perché sa cogliere tutti gli aspetti più importanti di una figura di intellettuale rara in questo paese, in cui le opere letterarie sono strumenti di partecipazione civile e di lotta politica, strumenti per denunciare, accusare, porre domande che non andavano fatte, per tentare, in ultima istanza, di aggiustare quello che andava storto e non speculazione sulle cose ultime o un modo per scrutare nell’animo umano: la scrittura, scrive Collura, in Sciascia “non è un orpello né belletto, ma strumento di lotta, di redenzione. È arma con la quale combattere ingiustizie, sopraffazioni, imposture” sotto la guida costante della ragione, mosso “dalla volontà di ragionare, di voler capire, di far capire”, cercando sempre “di tirare il collo alla retorica”.

E in cosa consiste la rarità di Sciasci, dunque? Nel fatto che fu, e lo si accusò di questo, di essere “intellettuale disorganico”, voce stonata sempre, battitore libero, bastian contrario, che scelse di lattare “contro ogni ricatto ideologico, culturale, economico, contro ogni potere ‘comunque costituito’, contro ogni ingiustizia, al di fuori e al riparo di ogni fede, lui ‘cristiano senza chiesa e socialista senza partito’, come ebbe a dire di sè”. Un caso raro di intellettuale, disposto, come teorizzava Russell, a polemizzare contro le proprie stesse idee quando queste diventavano luogo comune, dogma, totem di fronte a cui inchinarsi e tacitare le coscienze. Come fece, dopo che per primo aveva sollevato la questione dell’inquinamento mafioso, a scagliarsi contro i professionisti dell’antimafia.

Fu un illuminista, in una terra di melodramma, di barocco, dove l’illuminismo ha attecchito poco come a Milano (e si vedono le differenze) o a Napoli dove fu estirpato con forza nel 1799 (e se ne vedono le conseguenze).

Fu un individualista (che non è sinonimo di egoista, come molti credono senza aver letto Popper) che non ebbe “la vocazione di cantare in coro con gli altri, nei congressi di partito e nelle birrerie”, che non si inchinò di fronte a dogmi collettivistici, ai chierici del pensiero totalizzante e reagì sempre in nome della verità e della libertà a qualsiasi costo, come nel caso della sua avversione per il compromesso storico, in quanto scelta liberticida o  come quando per primo si schierò con forza a difesa di Enzo Tortora “Non mi chiedo: ‘e se Tortora fosse innocente?: sono certo che lo è”, scrive sul Corriere della Sera il 7 agosto del 1983. Il 15 ottobre dello stesso anno scrive: “Si difende Tortora per difendere il nostro diritto, il diritto di ogni cittadino, a non essere privato della libertà e a non essere esporto al publico ludibrio senza convincenti prove della sua colpevolezza”.

Non aderì a nessuna delle due chiese ideologiche che allora condizionavano la vita del paese, né quella comunista né quella democristiana. Fu, come scrive il suo biografo, un eretico con “‘ il culto dell’opposizione, un anticonformista delle idee sempre pronto a dare battaglia, instancabile combattente in un paese di opportunisti (…). Il percorso della sua eresia è tutto nei suoi libri. Ogni libro un capitolo”

Fu siciliano e anti siciliano, italiano ed anti italiano, polemista e inattuale, figlio del suo tempo e osservatore distaccato, “lo scrittore e il suo doppio”, pirandellianamente. “Di volta in volta – le parole sono di Sciascia – sono stato accusato di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza, i comunisti di avere scherzato su Stalin, i clericali di essere senza Dio…”

Fu dunque ciò che deve essere un intellettuale, e cioè colui che non cerca l’applauso né il consenso, che per principio canta fuori dal coro, e cambia coro se questo si intona sulla sua voce; che ha il coraggio e la forza di essere un individuo unico e quindi sempre irrimediabilmente solo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.