LE VITE INEGUALI


Sconsigliato


Certi libri hanno titoli azzeccati cui non corrisponde però un contenuto altrettanto attraente.

È un po’ come succede con certi quotidiani online che ammiccano al lettore con articoli memorabili solo per il titolo, il quale spesso tra l’altro descrive scenari assai diversi da quelli trattati.

Il libro appartiene pienamente a questa categoria.

La parte introduttiva, che tocca ambiti ben noti e anche un po’ abusati, ponendo le sue premesse dai Minima Moralia di Adorno e citando l’Età dell’ansia di Auden, ci rende edotti sul fatto, tutt’altro che sconosciuto e originale, che “le violenze e le incertezze in un mondo in stato di agitazione servono a legittimare qualsiasi forma di esclusione e repressione”.

Il volume si propone uno scopo ambizioso, ovvero di creare una sintonia tra la sfera della vita intesa come materia e biologia e la vita intesa come esperienza. A questa domanda, si sa, la filosofia e poi le scienze sociali hanno offerto ogni tipo di chiave interpretativa, ma almeno ne hanno fornita una compiuta, giusta o sbagliata che fosse. Il libro invece dribbla spocchiosamente e con molta disinvoltura ogni presa di posizione in un sincretismo di difficile decifrazione. 

Di un qualche interesse alcune pagine centrali (anche se troppo tirate via e acerbe le deduzioni) dedicate ad una giusta riflessione sulle differenze tra un approccio al valore di una vita basato su mere considerazioni di casualità, come se le ineguaglianze potessero essere spiegate solo con il concetto di “ruota della fortuna” e un approccio dove i moderni concetti di probabilità, la demografia e la epidemiologia in effetti ci hanno fornito molte e nuove chiavi interpretative delle disuguaglianze di fronte alla vita e della loro eziologia sociale.

Tuttavia la frase migliore è l’ultima, ma davvero l’ultima del libro, dove si sottolinea il valore di “quell’impegno intellettuale e, insieme, impegno politico di cui può, con modestia, avvalersi il lavoro critico”.  Ora, ci pare davvero questo il nocciolo della questione, questione peraltro che è trasferibile a molti sedicenti saggi di analogo tipo e tono: se ci si vuole candidare da star accademica a maître à penser del panorama politico francese basta dirlo, non occorreva a quel punto neanche prendersi il disturbo della traduzione. Però baloccarsi con tre concetti pesanti quali “forme di vita, etiche della vita e politiche della vita” in poche pagine giustapponendo manciate di sociologia, spruzzate di letteratura, frammenti di vita presi in Francia e in Sudafrica (e relativi a rifugiati, migranti, o stranieri irregolari) pretendendo in ultima analisi di porre i fondamenti di chissà quale nuova teoria interpretativa è davvero troppo ed è rappresentativo di una certa pochezza e inconsistenza del dibattito intellettuale odierno.

Nuovi paradigmi si costruiscono con sistematicità e solidità di argomentazioni e non procedendo a scatti: certo, accostare storie di grande disagio e discriminazione colpisce umanamente il lettore e suscita attenzione, ma resta un argomentare ad effetto. Tecnicamente, vale quel che vale. Viene un dubbio. A questo punto, per afferrare un problema di tale importanza, l’incorporazione di un ordine sociale disuguale nella propria esistenza, anzi addirittura nella propria fisicità, anziché usare uno sterile storytelling non sarebbe forse meglio rivolgersi alla letteratura sic et simpliciter?  L’effetto sarebbe almeno lo stesso ma la penna e la godibilità infinitamente migliore. Insomma, se le storie, anche interessanti, sono fini a sé stesse e non servono a costruire una teoria, tanto vale massimizzarne l’effetto morale e umano, rivolgendosi a chi già da tempo questo lo sa fare. Scrittori, registri, fotografi. Un illustre connazionale di Fassin ha scritto, nella sua Recherche: “la vera vita, la vita finalmente riscoperta e illuminata, la sola vita, dunque, pienamente vissuta è la letteratura. Vita che, in un certo senso, abita in ogni istante in tutti gli uomini non meno che nell’artista. Ma essi non la vedono, perché non cercano di illuminarla.”

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