IBN KHALDUN E LA MUQADDIMA


Consigliato


Alcuni libri meriterebbero decisamente una maggiore pubblicità e diffusione: siccome crediamo che il volume di Massimo Campanini, edito da La Vela sia uno di questi, oltre ai complimenti all’autore e all’editore, cerchiamo di fare la nostra modesta parte nel rimediare con la presente recensione.

Cosa rende un libro interessante? La profondità e il coraggio delle argomentazioni, si potrebbe dire, ma anche e forse parimenti la loro robustezza, chiarezza e trasparenza. Più volte ci siamo lamentati in altri scritti della carenza di questi aspetti e, in sostanza, della mancanza di rispetto per il lettore che implicherebbe l’ignorarli.

Questo volume ha tutte queste qualità, e tocca, analizzando il pensiero di Rahman Ibn Khaldūn  (1332-1406) innovativo e geniale filosofo e sociologo ante litteram nella storia di tutto il “Medioevo” euro-mediterraneo, argomenti di una grandissima attualità.  È forte, quando si parla di Islam, il parlarne a sproposito e superficialmente, annegando tutto in un guazzabuglio indistinto: eppure si tratta di uno di quei ponti storici e culturali attraverso il Mediterraneo con cui dobbiamo confrontarci, forse anche abituandoci a riattraversarli concettualmente.  Il coraggio di approfondire e apprezzare il pensiero islamico classico di spessore storico servirebbe assai di questi tempi a elaborare utili sintesi sociali e politiche che guardino alla sponda sud del Mediterraneo e anche a casa nostra e, dall’altro lato, come a volte dice l’Autore, a mostrare quando il “re è nudo” ovvero quando qualcuno cerca di deformare tale storia con la violenza e su fondamenti teorici incerti o del tutto assenti, per virarla verso il fondamentalismo.

In un recente articolo all’Autore è capitato di sottolineare come il termine democrazia non faccia parte del dizionario dell’Islam; in arabo infatti si tratta di una traslitterazione di quello di origine greca: dimuqratiyya. “In Islam del resto, laddove ‘democrazia’ sembra letteralmente intendere il ‘governo o potere del popolo’, la fonte del potere è Dio”.

Intendiamoci, anche Ibn Khaldūn è per certi versi figlio del suo tempo. Rimpiange il Califfato, quale miglior forma di governi possibile e come forma suprema di continuità con il Profeta. Ma capisce che questo non esiste più e allora si interroga sul da farsi con molto realismo e razionalità. Quali sono i migliori presupposti su cui fondare la vita sociale e politica? E queste domande se le pone pensando fuori dagli schemi della sua epoca, fuori dalla retorica religiosa, analizzando i problemi del suo tempo. Da lì, il volume traccia una sequela di intuizioni inanellate dal grande pensatore. Un esempio sono le riflessioni sulla “assenza della borghesia” nelle strutture urbane individuate come causa principale della crisi di prosperità dell’Occidente musulmano del Maghreb e dell’Andalusia. In generale, è raro trovare in quel tempo un pensiero nella cui essenza più profonda vi è la riflessione sulle condizioni e sulle categorie economiche (“il capitale che una persona ricava ed acquisisce, se deriva da un mestiere, è il valore realizzato dal suo lavoro”), e sul senso di inadeguatezza del “suo mondo” ad affrontare un cambio di paradigma nei commerci e nell’economia mondiale che alla fine in effetti l’avrebbe travolto (si vedano a questo proposito le belle pagine che riprendono la suggestiva immagine delle “vele e cannoni”).

All’interno del Palazzo Pubblico di Siena, Ambrogio Lorenzetti, dipinge in quegli anni un affresco fondamentale, Effetti del Buon Governo in città. L’affresco del Lorenzetti, ha un significato, come noto, preminentemente didascalico e ammonitivo. Le scene non sono ispirate a soggetti religiosi e il loro tono è quindi laico, politico e filosofico. La sintesi, è che l’autorevolezza della buona politica genera effetti positivi sulla società. Rahman Ibn Khaldūn sembra dipingere con le sue parole un affresco non molto dissimile, improntato al realismo e al pragmatismo, dove l’uomo non può fare a meno di una salda e stabile organizzazione sociale che metta in risalto le sue qualità e moderi i suoi istinti: tuttavia questa organizzazione non trae i suoi crismi e fondamenti da Dio, ma appunto, da una necessità naturale, secolare, si direbbe quasi biologica. E quindi, in ultima analisi laica. Leggendo il volume, scritto in uno stile moto chiaro e comprensibile, si capisce inoltre come tutte queste forme di esercitare il potere politico non appartengano all’ordine immutabile di Dio ma bensì all’ordine evolutivo del mondo materiale. Ne consegue che quindi ogni ordinamento, nazione, costume, perfino credenza è destinato a crescere, stabilizzarsi e poi morire, per venire sostituito da altro. Pensiero molto moderno si vede, certamente fuori dagli schemi per l’epoca, affatto impregnato di utopia come quasi tutto quello, di marca platonica, dei suoi contemporanei, e anche dei contemporanei di Machiavelli. Non per niente e niente affatto a sproposito in due pensatori sono accostati in modo suggestivo ma assai ben argomentato, come i “picconatori” del pensiero utopico, della confusione tra essere e dover essere, capaci di lasciare l’utopico per realizzare il possibile e inverare l’attuale, inaugurando in questo modo un rivoluzionario modo di pensare all’ordinamento politico e all’esercizio del potere.

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