LA GUERRA PER IL MEZZOGIORNO


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Attenzione, La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870 di Carmine Pinto è un libro complesso, che, articolandosi su più livelli (politico, militare e sociale; e nel contempo regionale, nazionale ed europeo), riesce a leggere da diversi punti di vista il decennio analizzato e a porre parole definitive (per quanto nella ricerca storica ci possa essere qualcosa di definitivo) nell’analisi di quella che fu la reazione borbonica all’unificazione nazionale.

Un libro importante e vasto, dunque, di cui qui si metteranno in evidenza solo alcuni dei temi trattati, perché utili a confutare una serie di miti che una valanga di pubblicazioni di vasto successo e di nulla consistenza ha contribuito ad alimentare.

Quali sono dunque questi miti che l’autore, lasciando parlare i fatti e i documenti, smonta? L’idea che quella del Sud fu una conquista di tipo coloniale da parte del regno sabaudo, di cui tutti i meridionali furono vittime o al più passivi spettatori; l’idea che il Regno delle Due Sicilie fosse un’isola di prosperità e buon governo; l’idea che i briganti, paladini dei popoli oppressi del Sud (oppressi da chi se non dai Borboni stessi e per secoli?), agissero nel pieno del consenso popolare e con un preciso programma sociale, per la spartizione delle terre, e politico, per la libertà, l’uguaglianza e il riscatto degli ultimi.

Niente di più falso. Per iniziare, la conquista del Sud fu fatta con il protagonismo attivo anche dei meridionali e non fu dunque, come si continua a favoleggiare, conquista “piemontese” di tipo coloniale. Protagonismo sia a livello politico: si veda, per dire, quanto fecero i Crispi, gli Spaventa; sia a livello militare: alla spedizione garibaldina parteciparono anche meridionali e così alla guerra contro il brigantaggio.

E ancora: il mito del felice e prospero Regno delle Due Sicilie. Quello era tutt’altro che uno Stato progredito, illuminato e ben governato: fu un mito alimentato ad arte dopo l’unificazione nazionale. A tale riguardo si veda il bel libro di Guido Pescosolido, “La questione meridionale in breve” (Donzelli, 2017). Quello borbonico anzi fu un governo reazionario, che si percepiva come “interprete ed erede della lotta permanente del mondo cattolico-assolutista al liberalismo”; impegnato in una battaglia di retroguardia in difesa dell’assolutismo e ostile a qualsiasi apertura al liberalismo. Di qui la costante opposizione di quel governo alle richieste di rappresentanza costituzionale considerate “invadenti sul piano morale, inaccettabili sul piano politico, intollerabili su quello ideologico”.

E fu proprio questa ottusa resistenza a produrre la saldatura tra la lotta per la Costituzione e la lotta per l’Unità nazionale, conquistando alla causa unitaria le migliori intelligenze meridionali: porre fine al governo borbonico significava infatti poter accedere a quel sistema di libertà garantite dal diritto che tutta l’Europa stava sperimentando. Per dirla diversamente, modernità significava porre fine al governo borbonico.

Ciò spiega un altro punto essenziale e cioè che la guerra per l’Unità nazionale nel Mezzogiorno fu fatta con il consenso popolare, o, per dirla con le parole dell’autore, “la rivoluzione disciplinata registrò poche resistenze”, proprio perché fu fatta con l’approvazione della popolazione locale.

Il governo borbonico infatti si sciolse come neve al sole. Le unità navali più importanti della flotta borbonica (“Veloce” e “Monarca”) passarono subito con gli unitari. Alle insistenze di Francesco II perché si reagisse contro i garibaldini che risalivano dalla Sicilia, Spinelli, capo del governo borbonico, rispose ritirandosi a vita privata per stare accanto alla moglie malata. Più sconcertante fu la risposta di Pianell, ministro della guerra, che alle insistenze del re rispose con la fuga, non prima però di aver consigliato lo scioglimento dell’esercito. Del resto, quando poi il re fu costretto a fuggire a Gaeta a seguirlo fu solo una nave, mentre tutte le altre, dopo che ebbe lasciato Napoli, innalzarono il tricolore e il simbolo dei Savoia.

Se la rivoluzione unitaria fu pacifica (i casi come quelli di Bronte furono isolati), violenta fu quella dei briganti (che erano tali di nome e di fatto): “semplicemente desiderosi di saccheggio” dediti a rapine, uccisioni, razzie e che “resero imbarazzante l’offensiva” agli occhi stessi della corona napoletana, che adoperò questa fenomeno di criminalità comune per perseguire un obiettivo politico ben preciso, anche se del tutto improbabile, e cioè fomentare l’instabilità per mostrare alle potenze straniere, ritenute amiche, le incapacità degli unitari e la necessità, per riportare l’ordine, di una restaurazione borbonica. In questa stessa prospettiva si inseriva ciò che animava i briganti: ottenere sul campo titoli di merito agli occhi del governo borbonico per poi passare all’incasso, così come avvenuto dopo le guerre napoleoniche, chiedendo titoli e terre. Ciò vuole dire che il brigantaggio offriva a chi vi partecipava occasione di saccheggio e speranza di promozione sociale: “diventare generali e marchesi come dopo il 1799”, al servizio della reazione politica.

Il che del resto significa, e l’autore sul punto è chiaro, che il brigantaggio e il suoi padrini politici non ebbero mai alcuna rivendicazione di tipo sociale, come la divisione delle terre o la riduzione dei debiti. Fu “una piccola mobilitazione in cui rappresentavano allo stesso modo l’ordine tradizionale legittimista, l’odio verso i galantuomini vincitori, il secolare mito del brigante e la rivincita borbonica, ma mai rivendicazioni sociali o demaniali, in comuni che pure erano stati coinvolti”. Il che appare tanto più evidente se si considera che le principali vittime della politica criminale dei briganti (stupri, tangenti, estorsioni, rapine, sequestri) furono i meridionali stessi. Di qui le proteste, e ritorniamo alla questione del consenso, da parte di molti comuni meridionali contro gli unitari, accusati di essere troppo teneri con i briganti.

Di conseguenza: “i borbonici non riuscirono mai a mettere in discussione il successo dell’unificazione determinando lo scoppio di una grande guerra civile o creando una potenziale sovranità alternativa tale da consentire il ritorno della famiglia reale o la formazione di un governo provvisorio”. Del resto lo stesso brigantaggio, seppure funzionale agli interessi borbonici, non ebbe mai una piena ed esplicita legittimazione da parte di quest’ultimi, né ad esso presero mai parte alti gradi dell’esercito o membri della famiglia reale. Fu niente di più che una guerra clandestina per giunta per procura.

Non stupisce pertanto che il brigantaggio non ebbe mai alcun programma politico, se non quello di produrre instabilità nella speranza di una restaurazione borbonica, tanto è vero che “nei testi scritti dai loro ispiratori non si vedono richiami alla libertà o alla volontà popolare. Solo la variante dell’indipendenza legata alla fedeltà dinastica e alla fede religiosa”, scrive Carmine Pinto. Questo vuol dire che il brigantaggio non fu l’eroica resistenza del popolo meridionale al colonialismo piemontese, ma soltanto un movimento reazionario che recuperò “miti premoderni di un passato che stava svanendo, spesso strettamente connesso con l’essenza politica e sociale del mondo feudale”, la cui repressione è stato un bene per il Mezzogiorno.

In conclusione, “i briganti – come scrive l’autore – non riuscirono mai a mettere in discussione il successo dell’unificazione, né a sfidare seriamente il dispositivo militare italiano (…) Non furono mai capaci di provocare una grande rivolta o una vera e propria guerra civili generale, per non parlare di una guerriglia contadina a sfondo sociale”. Anzi, “gran parte delle loro azioni colpivano proprio i contadini più di altri ceti; lungi dal difendere il popolo meridionale, spesso lo attaccarono. Le masse contadine non furono protagoniste di sommosse sociali. Il brigantaggio politico, a differenza dei rivoluzionari meridionali, non fu mai in grado, neppure per brevi periodi, di proporre il messaggio di un programma politico o un esercito veramente capace di sfidare gli unitali italiani”.

Ecco, questi sono alcuni dei miti che continuano a infettare la testa di tanti meridionali i quali, con grande spregio del ridicolo, continuano ad accusare dei propri problemi attuali e i piemontesi e Cavour e Garibaldi o chiunque altro sia utile a mascherare il fatto che molti dei mali del Sud sono dovuti ai meridionali stessi.

Questi sono i miti che l’autore con precisione smonta, apportando un grande contributo, se il libro dovesse ottenere la diffusione che merita, al progresso civile non dei soli meridionali, ma, rilegittimando il processo di unificazione in quanto opera corale cui parteciparono in tanti, dell’intera nazione italiana.

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