L’ ITALIA È UN SENTIERO. STORIE DI CAMMINI E CAMMINATORI


Consigliato


autore: Natalino Russo; editore: Laterza, 2019; pagine: 192 pp.

Tempo fa in un memoriale di viaggio settecentesco di un autore francese mi è capitato di leggere una frase assai simile a quella che mio nonno materno, appassionato camminatore, usava spesso: In Italia ci sono tante strade che portano alla stessa meta. Vuoi che la si intenda in senso metaforico o in senso reale, l’Italia che emerge dall’ultimo libro di Natalino Russo è  una macchina del tempo, dove si può giungere nello stesso luogo distrattamente, a bordo di una macchina, o pigramente, alla ricerca di lusso o semplicemente di un po’ di relax, oppure per sentieri inaspettati, quasi invisibili e che ci riportano direttamente ai pellegrinaggi medievali, alle antiche linee di transumanza, e poi ancora all’antichità classica o addirittura ad epoche ben più remote.

C’è poesia nelle pagine del libro, specialmente in quelle dedicate al sud, ma in generale è il ritmo cadenzato della scrittura che conquista. I toni, che sono un canto all’Italia più autentica, ricordano certe poesie di Franco Mario Arminio, poeta che non per niente si definisce «paesologo», ma anche alcune atmosfere dei componimenti del poeta friulano Pierluigi Cappello.

L’ Autore parla di un libro scritto camminando, e non si fa fatica a credergli, perché mentre racconta, si ha l’impressione di avanzare con lui sul sentiero.  I paesaggi, il mare, le montagne, le tracce di antichi insediamenti, non sono infatti descritti a volo di uccello, “on a bee line” direbbero gli inglesi, ma come manifestazioni dell’uomo e della natura che si presentano agli occhi del viandante affiorando lentamente dall’orizzonte del suo sguardo, dandogli la possibilità della riflessione e del pensiero, e quindi, sostanzialmente, il tempo di dipingere nella sua mente un ricordo personale e indelebile, cosa che il turismo di massa raramente oggi concede.

Scrivere è camminare” ripete Russo, e probabilmente sa bene quanto è vicino al vero se proprio recentemente le scienze cognitive hanno rinvenuto nella corteccia cerebrale i neuroni della scrittura. Alla fine di un suggestivo libro sull’argomento, Stanislas Dehaene, uno degli autori, si chiede a cosa potessero servire quando l’uomo ancora non scriveva. L a risposta è che probabilmente quei neuroni servivano proprio a facilitare il cammino dell’uomo, ad aiutarlo a decifrare le tracce degli animali e i segni impressi sul terreno.

E così anche il lettore attraverso il libro può decifrare i segreti di un’Italia sì moderna e sovrappopolata in alcune aree, ma piena di fascinosa e quasi inviolata wilderness in altre zone, a volte radicalmente dimenticate dalla storia. E spesso proprio in quei luoghi si trova ancora intatto l’eco della suggestione da Grand Tour che costituiva un richiamo irrefrenabile per i giovani di mezza Europa nel Sette/Ottocento e di quel culto di tutto ciò che è italiano di cui per certi versi ancora oggi beneficiamo nel mondo.

Si tratta di sentieri, a volte di mulattiere, a volte di compiuti percorsi messi in piedi e pazientemente curati grazie al lavoro di tanti volontari, che attraversano l’Italia da nord a sud, come il Sentiero Italia, che va da Santa Teresa di Gallura in Sardegna fino a Muggia, al confine con l’Istria. Sentieri, potremmo dire, “per tutte le tasche e per tutti i piedi” in quanto si tratta di una forma di turismo molto economica e non occorre essere dei rocciatori o degli esploratori per percorrerli. Dal libro emerge come anche dopo pochi giorni passati a camminare in luoghi così insoliti ci si può ricollegare con la nostra dimensione più autentica, soggettiva e pre-tecnologica di osservatori, di animali in transito sulla terra e nella vita. “Ambulo ergo sum”, si dice nel libro, gettando un occhio all’interessante e saldo connubio tra l’atto del camminare e la letteratura (giusto il riferimento a Dino Campana), per non parlare della politica, dato il carattere sovversivo, o apertamente anarchico e controcorrente che a volte una camminata può avere. Ma camminare resta anche e fondamentalmente un atto di distensione e pacifico, perché chi vuole la guerra non si prende il tempo di fare due passi e magari riflettere e perfino cambiare idea, ma marcia o anzi corre.

Nel libro oltre alla materialità dei piedi e delle strade vi è anche posto per l’atto del camminare come sinonimo di spiritualità e di fede; in tempi così secolarizzati come i nostri “Ora et ambula” sembra essere il motto di centinaia di migliaia di viaggiatori che, oltre al celeberrimo Cammino di Santiago, espandono la loro attenzione ai percorsi dei pellegrini di casa nostra, fra tutti la Via Francigena. E qui con ogni probabilità l’Italia sta perdendo una delle sue ennesime possibilità sul piano turistico, perché il peso della manutenzione di questi percorsi, richiestissimi e diffusissimi all’estero presso un turismo molto qualificato, ricade essenzialmente sull’entusiasmo dei volontari e salta agli occhi la mancanza di iniziative organiche e coordinate sul territorio, come accade invece in altri Paesi europei.

Molto accattivanti anche le pagine finali, dedicate al “kit del camminatore”, dove solo apparentemente si vogliono dare dei meri consigli pratici ai pellegrini in erba. In realtà i preziosi suggerimenti derivanti dall’ esperienza diretta dell’autore (tra tutti raccomando quelli sul sacco a pelo, sui sacchetti di plastica e sui petardi) e un sottile umorismo si fondono, cosa che mi ha fatto pensare chissà perché ai preparativi di viaggio descritti in certi passi dei libri di Jerome K. Jerome.

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