Il celeste confine. Leopardi e il mito moderno dell’infinito


consigliato



autore: Alberto Folin; editore: Marsilio; pagine: 190

Ricorre il bicentenario della composizione di una poesia fondamentale ad opera di un poeta poco letto (non quanto meriterebbe), molto citato (anche a sproposito) e ancor più vittima di pregiudizi di carattere storico e letterario, spesso chiuso dall’opinione comune in stereotipi, in cassetti polverosi della memoria scolastica.

Questo poeta è Leopardi, questa poesia è l’Infinito.

Il libro ha il merito di scuotere le tende e tirar giù un po’ di polvere facendo al contempo entrare la luce che serve.

Ne viene fuori il ritratto, per certi versi inedito, di un poeta di confine: il confine tra Neoclassicismo e Romanticismo, il confine tra l’epoca del sublime e quella del totalitarismo scientifico, tra mito e ragione, il confine tra mondo antico e mondo moderno.

E non è da tutti saper vivere a cavallo di un confine.

Allo stesso modo, leggendo le intense e dense pagine del testo, si vede bene come Leopardi riuscì pienamente a farlo e con grande originalità e prospettiva storica : riuscì per esempio a cogliere l’esigenza del tempo di interpretare in modo profondamente diverso il concetto di mito, sintonizzandosi così sulle corde più genuine dei maggiori intellettuali europei del tempo, ma non limitandosi come alcuni a consideralo con sufficienza, come un fatto illusorio e superato, ma rivalutandolo sul piano della verità, della sua intima connessione con l’essenza umana. Così facendo e criticamente procedendo, attraverso l’Infinito, egli sarà capace di fondare i presupposti di una nuova mitologia davvero rappresentativa delle lacerazioni e del nichilismo del mondo moderno.

Poeta e intellettuale di confine quindi, come di confine è proprio l’Infinito: belle le pagine dedicate a questo suo essere “sul crinale tra antico e moderno”, capaci di rivelarci la “quantità straordinaria di suggestioni” di cui quel testo poetico si nutre e anche di farci capire come e perché l’Infinito ancora oggi colpisca i lettori italiani e stranieri. Si tratta in sostanza di un testo letterario che sta all’anima del lettore moderno come la cartina di tornasole sta al campo della chimica: ci fornisce la scusa per allontanarci almeno per un attimo da noi e dalla smania smodata di vedere e osservare che caratterizza il nostro tempo, ci offre la “prova” inconfutabile dell’esistenza di un mondo invisibile, di uno stupore e di un sublime stretti tra l’essere e il non essere.  Lì, come succedeva nel mondo dell’arte in una linea che in prospettiva unisce idealmente Turner a Rothko e che appiattendo ogni prospettiva, riduce il paesaggio a colore, e le forme a nuances, proprio lì si può trovare quel “celeste confine” di cui parla l’Autore.

Ma il confine cui ci riferisce è anche quello a cavallo tra antico e moderno, e come succede nei momenti di passaggio, è proprio in questi frangenti che si fanno i bilanci.  E qui emerge la grande lucidità di pensiero e capacità di sintesi a volte spiazzanti di Leopardi e la capacità dell’autore del volume di introdurle e spiegarle efficacemente al lettore. Si allude in particolare alle interessanti e propositive riflessioni sulla assenza di una vera lingua filosofica italiana e sulla lingua italiana medesima, che va “rimodernata” in quanto “ricchissima, vastissima, bellissima, potentissima, durata per ben tre secoli e più, tale che rispetto all’età ch’ella aveva quando fu tralasciata, l’età che hanno presentemente l’ altre letterature è affatto giovanile. Ma ella è antica ed essendo antica non basta, né si adatta tal quale ella è, a chi vuole scrivere cose moderne in maniera moderna

Una nota a parte meritano poi le pagine dedicate alle poetiche dello Zibaldone e a certe sintesi davvero fulminanti. Tra tutte quella vera e propria storia e critica della letteratura italiana che Leopardi compie in solo dieci righe, individuandone i vertici nel Cinquecento. La chiosa finale è una perla degna di citazione “ Di poi venne il raffinamento del seicento, che nel settecento s’è solamente mutato in corruzione d’altra specie, ma il buon gusto nel volgo dei letterati non è tornato più, né tornerà secondo me, perché dal niente si può passare al buono, ma dal troppo buono o sia dal corrotto stimo che non si possa

Si tratta di un libro di cui assolutamente consigliare la lettura.

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