La vita di Ian Fleming, creatore di James Bond


da non perdere



Autore: John Pearson; editore: Ghibli; pagine: 359

La clonazione umana in letteratura è una realtà da tempo, senza bisogno di provette e laboratori.

Se si guarda al binomio Ian Fleming/ James Bond, ce ne si può accertare oltre ogni ragionevole dubbio.

James Bond nacque a Goldeneye la mattina del terzo martedì di gennaio 1952, quando Fleming aveva appena finito di fare colazione e gli restavano ancora dieci settimane dei suoi quarantatrè anni di celibato

Questa rivelazione arriva dopo circa duecento pagine di fantastica lettura, piene di ironia, che offrono uno spaccato di certa società inglese (senza dubbio quella più ricca e privilegiata) e di molti personaggi famosi veramente interessante di per sé. In questo scenario Fleming dipana la sua vita: non avventurosa di per sé ma baroccamente colma di ogni tipo di passione, interesse e svago che la mente umana e le possibilità del tempo potessero concepire. Si potrebbe dire che per quei quarantatrè anni biologicamente Fleming sia stato l’ospite e Bond il simbionte che di lui nascostamente si nutriva, il commensale silenzioso cui inconsciamente prima e razionalmente poi, il primo affidava la reificazione di tutti i sui sogni.

Anche i paracarri sanno che Fleming prese il nome James Bond da quello dell’autore della monografia “Uccelli delle Indie occidentali” ma pochi invece, senza leggere questo volume potrebbero immaginarsi quale autentico ladro di nomi fosse il nostro autore: non c’è amico, conoscente e collega di lavoro che possa dirsi davvero risparmiato. Ma sono “ombre con un nome”: il protagonista è, deve essere, uno solo. “A parte Le Chiffre, M. (come curiosamente Fleming chiamava la madre il che la dice lunga su tante cose), e Vesper Lynd, le figure secondarie di Casinò Royal sono semplici ombre senza un nome. Rimane da citare tra i protagonisti lo stesso Fleming, dal momento che in questo libro James Bond non è un personaggio vero e proprio, ma un portavoce dell’uomo che è dentro di lui, un manichino per appendervi gli abiti, un fantoccio che attua i sogni di violenza e di coraggio del suo creatore”.

Tutto questo fa venire in mente Pessoa, ma qui non si tratta tanto di eteronimi e il paragone più calzante è a parer nostro con Emile Zola ed il suo alter ego letterario creato per il romanzo “L’opera” ovvero Sandoz, un amico del protagonista Claude. Sandoz lo scrittore che si propone di “Studiare l’uomo così com’è” e poi dice “D’altra parte metterò i miei pupazzi in un periodo storico determinato, per disporre dell’ambiente e delle circostanze, un brano di storia… Eh? Capisci, una serie di libretti, quindici, venti episodi che saranno connessi pur avendo ciascuno una propria autonomia, una serie di romanzi che mi procureranno una casa per la vecchiaia, sempre che non mi distruggano».  Qui si scorge il disegno di Zola sul ciclo Rougon-Macquart ma sicuramente anche quello di Fleming, che da Bond voleva fama e quattrini, una vera “Cascata di diamanti, che nonostante l’appartenenza ad una famiglia ricca, le dinamiche testamentarie avverse e il suo essere una sorta di pecora nera non gli avevano mai garantito.

Anche Zola poi era uno scrittore che i nomi li prendeva in giro dove capitava e famosa è la storia del “furto” da lui subito del nome Bouvard. Flaubert aveva da tempo trovato quello di Pécuchet. Pécuchet, era un banchiere di Rouen, ma mancava il nome del suo amico. Quando Émile Zola gli parlò del suo romanzo e del nome che aveva pensato Flaubert non ebbe pace fino a quando non lo convinse a cederglielo per affiancarlo a quello di Pécuchet minacciando, in caso contrario, di cestinare il suo libro.

In una intervista di qualche anno fa, Ian McEwan diceva che per scrivere il suo “Miele” aveva fatto i conti con la lunga e magnifica tradizione tutta inglese della spy story, quella di uno scrittore fantastico come Somerset Maugham, ma anche quella di John Le Carrè, Len Deighton, Graham Greene e naturalmente, di Ian Fleming.  Il protagonista maschile del suo romanzo, afferma ad un certo punto che la sua storia di spionaggio preferita è l’operazione Mincemeat (Carne Tritata). Ora, questa operazione fu ideata proprio da un giovane comandante della Marina inglese che, dice McEwan “ Si chiamava Ian Fleming e si era ispirato alla trama di un romanzo, The Millner’s Hat Mistery”.

Il libro che recensiamo è pieno di queste storie, di episodi anche storicamente importanti, cui Fleming, indirettamente o direttamente, ha preso parte. Stranamente, c’è da dire (e lo dice lo stesso autore) senza che gli venissero riconosciuti particolari meriti ed onori (che a volte avrebbe di certo meritato). Non si individua un perché preciso di questo stato di cose, ma sta di fatto che mentre i suoi colleghi in Marina ebbero onori pubblici di vario tipo, lui alla fine della guerra ebbe solo un modesto riconoscimento dal governo danese. Proprio come nella sua famiglia, all’interno dell’ambiente lavorativo, nelle redazioni dei giornali di cui fece parte, era sempre percepito come un oggetto estraneo.  È proprio di questo senso profondo di rivalsa che probabilmente Bond, dentro Fleming, si nutrì fino, letteralmente, ad esplodergli fuori.

Ma comunque, riprendendo ancora McEwan, è indubbio che Fleming faccia parte del novero di quei mostri sacri che “non scrivevano solo di spie, erano spie. Avevano lavorato per l’intelligence, per agenzie come l’MI5”

E molti di quei mostri sacri, aggiungendovi Simenon e anche Raymond Chandler, per cui ebbe una vera e propria devozione, Fleming conobbe e frequentò intensamente, con episodi descritti nel libro di grande interesse storico e letterario. Proprio con l’autore di Philip Marlowe, che agisce nella Los Angeles degli anni ’30, i paralleli letterari e connessi al successo (non immediato, e peraltro fortemente determinato e poi per certi versi schiacciato dal mondo delle sceneggiature cinematografiche, mondo con cui dovette dolorosamente misurarsi anche Fleming) ci sono molti paralleli, anche se i caratteri e le traiettorie di vita dei due scrittori non potevano essere più diversi.

Insomma il libro è assolutamente da leggere, ci sono retroscena su cose che fanno parte del nostro immaginario veramente gustosi: vi ricordate la botola che si apre sul viso di Anita Ekberg in un gigantesco manifesto pubblicitario a Istanbul? Darko uccide grazie a quella botola il capo dei bulgari. Fleming prende l’idea proprio scrivendo a Somerset Maugham “I nostri cartelloni di sette metri per sette basterebbero a ricoprire i muri esterni della tua villa e mi diverte l’idea di te e Alan che emergete dalle sue labbra: …forse me servirò per il mi quarto libro

Fleming alla fine ebbe successo: ma tardi, quando il suo cuore si era fatto debole, di vetro.

Triste e malinconica la sua fine: si potrebbe dire che purtroppo, vuoi per carattere, vuoi per una cattiva gestione delle ricadute finanziarie e personali del successo del suo personaggio, fu il cinema ad appropriarsene e a rubarlo alla letteratura. Ian Fleming muore. Non vide mai il film “Agente 007 missione Goldfinger” e la vita “Lo aveva ancora una volta giocato, privandolo di ciò che gli stava più a cuore, mentre James Bond uccideva finalmente la sua prima ed unica vittima in carne ed ossa”. Lui stesso, perché Bond, diventato da personaggio letterario un mito mondiale non aveva più alcun bisogno del suo antico e imperfetto ospite.

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