La lingua disonesta


consigliato



Autore: Edoardo Lombardi Vallauri; editore: Il Mulino; pagine: 286.

Ci sono libri il cui preciso compito è quello di regalarti un sassolino nella scarpa.  Questo è il caso. Lo scenario è più o meno il seguente.

Benvenuti nell’era della disintermediazione. 

Fondamentalmente, come si sa, nella nostra società ciò fa rima con una crescente e talvolta immotivata sfiducia nel prossimo. O meglio una endemica insoddisfazione per tutto ciò che rappresenta un intermediario e un mediatore tra noi e la sfera sociale, economica e politica.

I venditori in carne ed ossa? Secondo molti ormai non servono perché i loro consigli sono certamente orientati e possiamo recuperare le informazioni in rete. Inoltre troppi intermediari rallentano il dinamismo dei mercati.

I corpi intermedi dello stato? Non servono, poiché partiti politici e organismi di prossimità di varia natura ci influenzerebbero negativamente e noi invece possiamo pensare con la nostra testa e dobbiamo principalmente affermarci e agire come individui, dialogando in forma diretta con ogni istituzione.

Giornali e televisioni sarebbero nefasti perché si frappongono tra l’individuo e la sua facoltà di ricercare, comporre e valutare le informazioni come e quando vuole.

Perfino i medici stanno diventando per alcuni odiati mediatori nella libera ricerca della salute. Ricordiamo a questo proposito il cartello esposto qualche tempo fa in un ambulatorio da un medico esasperato che recitava ““Coloro che si sono già diagnosticati da soli tramite Google, ma desiderano un secondo parere, per cortesia controllino su Yahoo.com”.

Ci illudiamo, beandoci di questa supposta onnipotenza, ma per quanto sgomitiamo nell’affermare un ego sempre più debordante, spogliandoci scriteriatamente dei corpi intermedi e di ogni intermediario specializzato e formato per essere tale, facciamo come Topolino apprendista stregone che, in tunica rossa e cappello da mago, si affanna a inseguire un esercito di scope nate dalle schegge dell’unica che ha sfasciato.  E le sirene che sussurrano ai nostri orecchi non diminuiscono, anzi si moltiplicano diventando più subdole e inarrestabili, tanto che oggi potenzialmente tutti possono giocare con noi (e spesso sulla nostra pelle) al gioco della persuasione.

Dov’è il problema, si dirà, se alla fine il potere è adesso tutto in mano nostra, se riusciamo ad essere cittadini in grado di compiere consapevolmente e razionalmente il nostro diritto/dovere di scelta e delega politica e, allo stesso modo e con altrettanta sicumera, recitare il nostro ruolo di consumatori? Il problema è che l’esercizio di tutto questo apparente potere è costantemente messo sotto schiaffo e hackerato dalla comunicazione politica e commerciale, che odia l’instabilità e le oscillazioni necessarie al formarsi di un’idea politica e di una scelta di consumo e così tende per sua natura a limitare naturalmente la nostra facoltà di scelta. “chi riesce a far sì che delle cose si parli come vuole lui, riuscirà a far sì che tutti pensino quello che vuole lui”.   

La lingua disonesta che dà il titolo al libro è questo: distorcere impercettibilmente le logiche di ragionamento dell’interlocutore proiettandolo in un mondo escheriano ovvero in frames “cornici concettuali entro cui le cose prendono il senso voluto dall’emittente”.  E qui il disintermediatore di professione ci pare già di sentirlo nuovamente bofonchiare: asserirà che di questo ben disegnato saggio non c’era poi bisogno, che sono a tutti ben note le tecniche e l’influenza del marketing sulla società e che non è poi un gran problema se ciò mi indurrà a comprare un capo di abbigliamento o un altro, un etto di prosciutto o tre fette di culatello. 

Il punto che sconcerta è invece la portata globale del fenomeno e il grado di finezza che ha raggiunto: in altre parole il drammatico divaricarsi, evidente come in un crescendo rossiniano nelle pagine di questo volume, delle asimmetrie informative tra cittadino elettore e politica, tra consumatore e venditore.  La lingua usata nel dibattito politico e economico è diventata in questo senso assai disonesta e non è un problema, come spesso erroneamente si crede, di soli contenuti, ma proprio di struttura del linguaggio: il linguaggio può renderci assai manovrabili da chi sistematicamente “ci fa scegliere quello che conviene a lui”. Il linguaggio, se artefatto, gioca a rimpiattino con la nostra mente, spaccia come verità assodate concetti e conclusioni assai incerte. In altre parole, le strategie persuasive affidate alla comunicazione e al linguaggio sono, comprovabilmente, giunte a un punto tale non solo da far sembrare veri ai nostri occhi contenuti infondati e il fake, ma anche da darci l’impressione di essere arrivati a tali conclusioni da soli.  

È un po’ come quando si guarda l’esibizione di un illusionista: andiamo con la speranza e l’intenzione di essere ingannati, di essere assorbiti da quel frame e anche frustrati nel nostro tentativo di penetrarne i segreti.  In quel caso va bene così, ma non possiamo certo abbandonarci ai maghi in caso di cruciali scelte sociali o economiche. Eppure ci troviamo spesso soli davanti ad un linguaggio studiato ed evoluto per cui abbiamo scarsi anticorpi, perché scarsa è oggi la nostra abitudine alla concentrazione, a prenderci il tempo di smontare un messaggio pezzo per pezzo per scoprirne la fondatezza.  “Funzioniamo come ce lo permettono i nostri neuroni, con il loro specifico sistema per immagazzinare e trattare l’informazione, evolutosi rocambolescamente nei milioni di anni. Il linguaggio si è instaurato in questa macchina biologica in modo piuttosto abusivo, poche decine di migliaia di anni fa, e ci funziona bene, ma non funziona in maniera ideale e assoluta”. 

Nel linguaggio, come si legge in alcune pagine del volume, tutto ci influenza, a partire dall’uso del suono di certe parole: l’esito di certi studi può sembrare incredibile, ma ci indica chiaramente che le cose stanno proprio così. Allo stesso modo, e questa è la tesi centrale del volume, è proprio la nostra struttura cerebrale che ci porta ad essere assai vigili nel confutare o reagire ad asserzioni “forti” o palesemente false, ma anche a risultare allo stesso tempo assai meno reattivi e più vulnerabili alle informazioni presupposte. Se cioè l’informazione falsa, il “virus” capace di drogare le nostre opinioni, si nasconde come un codice malevolo nella parte di enunciato che la presuppone, le nostre difese cadono. 

In altri termini, se chiediamo a bruciapelo a qualcuno quanti animali di ciascuna specie prese Mosè sull’Arca, quasi tutti risponderanno “due”, senza curarsi che fu Noè a farlo, perché “l’accuratezza con cui processiamo un contenuto dipende dal modo con cui è confezionato linguisticamente”.  E le evidenze addotte sono, in qualche modo, spiazzanti e sconcertanti.

Ma questo non vuol dire abbandonarsi a questo stato di cose e anzi, è un chiaro invito ad usarli quei neuroni che abbiamo in dotazione, per “alzare il livello di consapevolezza della gente sulle cose che limitano il potere di scelta; fra queste cose, anche i fenomeni linguistici”. 

Il libro insomma non indulge in alcun modo al pessimismo, ma anzi spiega, incalza, propone possibili soluzioni: del resto quale migliore rivincita possiamo prenderci sul mago che svelare davvero i suoi trucchi? (almeno prima che possa idearne altri).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.