Elsa. Le prigioni delle donne


consigliato


Autore: Francesco Ricci; Editore: NIE; pagine: 104

Vi siete mai trovati a leggere avidamente la biografia di un personaggio famoso anche conoscendola quasi a memoria? Il lettore di biografie è un po’ voyeur, in parte un investigatore e anche una specie di comare.

È un voyeur perché la perversione sta nel non amare le sorprese e nel sapere perfettamente come quel che sta vedendo andrà a finire, visto che in questo caso si tratta delle biografie artisti, con le loro debolezze, le proprie inconfondibili e talvolta autodistruttive abitudini e manie, e poi visto e considerato che tanto dalla vita come la giri la giri, si sa, non si esce mica vivi.

È comare, perché sul suo personaggio farisaicamente punta il dito, pensando, nelle svolte cruciali che suggellano opere e vita, cose del tipo “ecco, è qui che si è sbagliato”, oppure “era facile, bastava che la smettesse con quella fissazione e tutto sarebbe andato per il meglio”.

Ma è anche un po’ investigatore, perché tra le righe di una biografia ci vuol vedere quel che c’è e a volte anche quel che proprio non c’è. Ci sono miliardi di elementi nascosti e spesso anche degli elementi fuorvianti nella cronaca di una vita. Dovendo sintetizzare, l’autore che confeziona una biografia mette dopo l’anno e i due punti ciò che crede essere l’evento principe, la causa scatenante e il catalizzatore di una svolta nella vita di quel personaggio, magari dell’ispirazione per un’opera memorabile.

Ma è pur sempre una frettolosa interpretazione, nel migliore dei casi una parzialità, come accade anche nei migliori biopic, genere che attualmente va per la maggiore al cinema. Dice l’autore che “Come lettore, sono sempre stato interessato esclusivamente ai romanzi, ai racconti, ai saggi, che contribuiscono a migliorare la nostra conoscenza dell’umano: Dante, Shakespeare, Dostoevskij, sanno insegnarci intorno all’uomo, alla condizione dell’uomo, alla dimensione intima dell’uomo, lo stesso che possono insegnarci gli psicologi del profondo. Insomma, quando leggo, un libro pretendo che questo, partendo dalla vita di chi scrive, finisca col parlare alla vita di chi ne sfoglia le pagine”. Non sappiamo se lui se ne sia reso pienamente conto, ma come autore invece Ricci ci aiuta a compiere la navigazione inversa: sfogliando le pagine del libro presi dai fatti della nostra vita, si finisce per restarci incollati e cadere dritti dritti nella vita di Elsa Morante, seguendola in presa diretta. E non è facile nel caso di una vita ipernarrata che a volte si è voluto stiracchiare qua e là per farne un’icona di una società letteraria e di un passato che non c’è più, di cui si è letto e scritto molto, anche a sproposito, dalle dotte analisi ai tentativi postumi di psicanalisi, passando per scansioni maniacali e non sempre significative di vari carteggi e articoli di taglio scandalistico o goffamente pruriginoso.

Ecco allora che in questo volume che ha il pregio raro della brevità e quello anche più grande dell’originalità, quella striminzita biografia di cui parlavamo diventa vita.  La scrittura elegante ma non invadente è come acqua che bagna un prodotto liofilizzato, riportandolo alla sua consistenza originale: c’è ma non si vede, serve solo a fare in modo che tutti i puntini, dati e cognizioni, ridiventino un tessuto vitale dotato della struttura e dell’elasticità originale. Non è una tecnica nuova per Ricci, già capace di fare la stessa cosa, con notevole successo, come nel caso di Pier Paolo Pasolini, che proprio della Morante guarda caso fu amico; ma ogni volta sembra capace di perfezionarla.

A nostro modo di vedere, un libro come questo si può scrivere solo se si è consci di due cose: primo, che nella vita di un autore così complesso il tempo non scorre sempre allo stesso modo ma che “la linea che sei anni tracciano può essere lunga come secoli per un mortale”, secondo che in quei salti temporali si può cambiare profondamente, tanto da non essere quasi gli stessi, tanto da poter parlare di una trasformazione ma di una “sostituzione di una persona con un’altra persona”. Allo stesso modo, di una vita non si dovrebbe mai fornire una sola chiave interpretativa né solo una folkloristica galleria di volti ed episodi: non si sta scrivendo un racconto a chiave né tantomeno un album di figurine.

Ci vuole allora uno stile musicale, né una messa da requiem né un’opera, diremmo piuttosto una sinfonia, con l’intrecciarsi di tempi, stili e registri differenti.

La vita della “Morante secondo Ricci” è una sinfonia complessa attorno al tema dell’amore dove ogni capitolo è un ben congegnato movimento.

Amore come “catastrofe perfetta”, tempesta perfetta dove chi sopravvive è una persona l’unica degna ai nostri occhi di venire salvata. Già, ma chi si salva davvero da questo amore smisurato, idealizzato e per questo, forse alla fine anche inesistente (ma la prigione che può creare attorno ad una persona esiste eccome)? Non Bill Morrow, giovane amante di una donna matura e forse surrogato inconscio del figlio mai avuto, simbolo del “limite fatale” della maternità mai oltrepassato, quel Bill che vive nella prigione di un tempo breve e di un destino già scritto. Non si salva l’infanzia, e quella madre da cui Elsa fugge a diciotto anni, per la mancanza di quell’affetto che avrebbe tanto voluto, tutto racchiuso, con bellissima immagine, tra “il fiato e le parole”. Non si salvano nemmeno la relazione simbiotica con Moravia e quella sismica con Visconti, tutti e due comunque alla fine dei giochi sempre troppo lontani e indifferenti.

Si salvano di certo le parole, la scrittura (Elsa nel libro è la donna che ha scritto tanto, sempre e a lungo, viaggiando con disinvoltura e passione lungo la scala dimensionale dell’esistente, “erigendo cattedrali e ricamando centrini”) che la fa preferire restare in una Roma sotto il tallone nazista al fuggire verso un rifugio sicuro, perché appunto c’era da scrivere, da portare a compimento un’opera. Da generare un nuovo figlio. “ogni libro per me è stato un figlio, ha riempito piovose ore invernali orfane di piccole risate, di parole storpiate, di pianti per un nonnulla, di filastrocche da recitare e di lettere dell’alfabeto da insegnare a tracciare sul foglio

Ma la scrittura si sa, è in realtà una partita a scacchi con sé stessi, un gioco di riflessi assai perverso: l’Elsa scrittrice che crede di avere di fronte una galleria di ricordi e immagini e persone “che le son piaciute” come direbbe Conte, in realtà si trova dinanzi a uno specchio. Anzi, nemmeno un solo specchio ma un tunnel di specchi e ognuno di essi le rimanda invariabilmente sempre e solo un’altra sé stessa, poiché ogni uomo della sua vita l’ha cambiata, si potrebbe dire infestata, sostituendosi a lei. E così alla fine non c’è nulla, ma proprio nulla, da dire su quegli uomini, “riguardo alla loro persona” ma solo sulle storie, sulle “Else” che in lei si sono succedute. “L’Elsa che li ha conosciuti e amati, non è l’Elsa che li ricorda ora… Ciascuno di loro mi ha reinventata, ricreata, trasformata.”

Situazione angosciante, e infatti si può leggere questo libro come se fosse un giallo, ben consci però che in questa storia non esiste un crimine, né un colpevole, ma solo tanti testimoni, quelli di un’epoca culturale nostrana assai difficilmente ripetibile.

Situazione angosciante dunque, da cui solo un’artista del calibro di Elsa vorrebbe, potrebbe uscire: a un certo punto sembra intuire anche come, ovvero smettendo di misurare il mondo con il metro del suo vissuto, della sua angoscia e del suo dolore, magari seguendo i suoi occhi che col trascorre degli anni si son fatti stanchi ma anche più curiosi. “A loro non basta più uno specchio dove riflettersi insieme alla mia persona, devastata dal tempo e dal dolore. Hanno fame di orizzonti più vasti e lontani…” ma forse è troppo tardi per non perdersi. E il nostro viaggio in quest’ottimo volume inizia da dove è cominciato, su una scarna biografia che lega a pochi eventi significativi e a qualche arida data i suoi ultimi anni.

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