Per un libertarismo vincente. Strategie politiche e culturali

Beniamino Di Martino, go Ware 2019

Un testo di battaglia, come raramente ci è capitato di leggere negli ultimi tempi.

Don Beniamino inizia con una presa di posizione molto netta, distinguendo pragmatismo e realismo e, ispirandosi alla strategia di successo dei fabiani, solleva la necessità che il libertario faccia attività politica.

Già questo primo accenno è espresso in forte polemica con coloro che ritengono la politica estranea all’ambito della libertà e l’azione pragmatica un modo per perpetuare un sistema che non può essere che abbattuto alle fondamenta e ricostruito in modo nuovo.

Il libro prosegue con toni molto accesi mettendo in evidenza alcune tesi molto nette, a partire dalla nozione centrale che il mondo sia imperfetto e che la perfezione giungerà solo alla fine dei tempi, con la fine della storia, quando cesseranno il male e la violenza. Nel frattempo il compito dell’uomo e del libertario è di compiere il possibile, senza alcun perfettismo e senza ideologia.

Il gradualismo (fabianismo), la tattica del carciofo (Cavour), il populismo (Salvini) sono i modelli che Don Beniamino richiama e ritiene adeguati alla teoria libertaria, contro il modello giacobino e quello bolscevico, che rappresentano il modello rivoluzionario il qui carattere sovversivo condanna completamente.

Ciò non significa che alla violenza occorre rassegnarsi come se questa fosse naturale. Essa rimane innaturale così come innaturale è l’organizzazione politica che si basa su di essa e che chiamiamo Stato, a differenza della società che è naturale. 

Il massimalismo degli obiettivi va rifiutato non a favore dell’accettazione, come spesso s’esprime, del “male minore” ma piuttosto del “bene possibile”. La distinzione tra questi due principi è fondamentale e connota tutta la prima parte del testo. Mentre il male minore significa cooperare con l’ingiustizia, sia pure di grado inferiore quella temuta, il bene possibile significa seguire la retta via sia pure con risultati a volte minimi, ma sempre moralmente corretti.

Infine, pensare ad un mondo di felicità libertaria in cui ciascun uomo godrà la pienezza della propria libertà individuale è, al tempo stesso, un’illusione e una disonestà, una cattiveria e un errore. Trasformerebbe la filosofia politica libertaria in una evanescente utopia ove il primato verrebbe trasferito dalla realtà ad un’idea da raggiungere mediante una fuga e perché  proietterebbe la politica in un orizzonte totalitario.

Per terminare la prima parte Don Beniamino si riferisce esplicitamente al fusionismo, quel programma che ha tenuto insieme negli anni ’50 e ’60 il movimento libertario e quello conservatore negli Stati Uniti. Il suggerimento è chiaro, che si tratta dell’unico modo, secondo l’autore, per rompere l’accerchiamento e sfuggire all’auto-isolamento ed all’auto-commiserazione dei quali sono spesso afflitti i libertari.

E’ evidente che l’autore considera necessarie l’azione e l’operatività politica, superando un diffuso atteggiamento antipolitico e individualista che si risolve nell’isolamento e nella frustrazione dell’impotenza. Al contrario dell’ideologia si afferma il realismo.

Nella seconda parte del libro si affronta il tema della definizione, necessario perché in Europa il libertarismo patisce pesanti pregiudizi. Le tante definizioni che contengono il termine anarchia, tra cui anarcocapitalismo, vanno decisamente rigettate a causa della assoluta inidoneità del termine stesso, che deve essere identificato nel suo significato proprio di sovversione e distruzione dell’ordine. L’anarchismo è la forma più coerente e completa di socialismo, con il carattere distintivo della violenta avversione alla proprietà privata, che ne costituisce il fine ultimo, aldilà dell’abbattimento dello Stata, con il quale si potrebbe apparentemente concordare.  

Successivamente il testo si occupa di collocare il libertarismo nell’ambito della Destra, chiarendo bene che le destre “sociali” chi si sono affermate storicamente non hanno a che fare con la Destra vera e propria, il cui riferimento origina dalla rivoluzione francese ed è di ispirazione reazionaria e volta a riconoscimento dell’ordine naturale delle cose.

I riferimenti espliciti di Don Beniamino sono principalmente Rothbard (in particolare il tardo Rothbard, quello paleolibertario) e Hoppe.

E se la centralità dello Stato è storicamente ed ideologicamente nel carattere della Sinistra, allora la vera Destra non potrà che apparire quella libertaria.

Beniamino Di Martino è sacerdote cattolico ed è direttore di «StoriaLibera. Rivista di scienze storiche e sociali». Autore di pubblicazioni che identificano il cristianesimo con la libertà e la dottrina della chiesa come l’origine delle libertà individuali, nonché di testi storici sulla guerra civile americana e sulla grande guerra.

Per un libertarismo vincente” è al momento l’unico libro in circolazione che affronti con la necessaria erudizione la questione delle strategie di affermazione delle idee libertarie nella società. E’ un testo che, lungi dall’essere relegato all’ambito della discussione di nicchia tra libertari, pone questioni e suggerisce soluzioni di agire pratico che, secondo noi, superano anche le conclusioni specifiche alle quali arriva l’autore a proposito dell’agone politico attuale, certo miserelle e poco digeribili. Tralasciando queste (e l’ampiezza dell’argomentazione, per fortuna, permette di farlo) è un testo prezioso che ha la capacità di illuminare la via a coloro che amano la libertà individuale.