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Il piccolo libro del grande terremoto. Lisbona 1755.

di Rui Tavares

A dispetto del titolo, non si tratta affatto di un piccolo libro. Non fosse altro che per il fatto che al suo interno intrecciati ce ne sono ben tre di libri, distinti, diversi, ma interrelati.

Il primo ha per oggetto il terremoto del 1 novembre del 1755, la Lisbona prima del terremoto, la Lisbona dopo il terremoto, e le miserie e grandezze umane che accadono in ogni sconvolgimento come un terremoto disastroso. Questo primo libro deve essere di gustosissima lettura per chi conosce bene Lisbona, i luoghi che ci sono e può immaginare, grazie alla precisione delle descrizioni, i luoghi che non ci sono più (perché distrutti dalla combinazione di terremoto, maremoto e fuoco) e quelli che avrebbero potuto esserci (le lisbone possibili dei diversi piani di ricostruzione che non furono mai realizzati). Ma la lettura è istruttiva anche per chi Lisbona non la conosce e vuole vivere uno spaccato di Ancien Régime, tra Santa Inquisizione e baciamano reali, censure e confische dei beni di chi non appariva saldo nella fede. È necessaria però fare una precisazione, e cioè che quella di cui si parla è la Lisbona che fu centro di uno dei più importanti imperi commerciali della storia e per questo i toni dell’Ancien Régime appaiono più attenuati dal grande traffico di uomini e merci e dalla presenza di tante comunità di mercanti, naviganti, imprenditori di diverse nazionalità e fede che, tutto sommato, convivevano pacificamente. Fede e commercio, cattolici e protestanti, chiese distrutte dal sisma e bordelli risparmiati.

Il secondo libro, intrecciato con il primo, è la storia dei terremoti e dei modi con cui gli esseri umani coinvolti reagiscono ad essi: gli eroismi, le viltà, gli egoismi. Ma c’è anche altro ed attiene al perché alcune grandi catastrofi restano nelle memorie collettiva e altre no. La ragione ha a che fare con la quantità di distruzione che causano, ma c’è anche altro. Tavares individua due cause: la prima, consiste nell’“intromissione delle catastrofe in un quadro culturale preesistente, specificatamente nei dibatti interni delle società”; la seconda “l’articolazione della catastrofe con i supporti di comunicazione, i media, di ciascuna epoca”. E poi l’autore spiega: “il Grande Terremoto, come gli incendi di Roma e l’11 settembre, coincise con un panorama di pensiero che veniva da lontano e nel quale si iscrisse in forma pregnante. Per gli incendi di Roma, le questioni del cristianesimo e delle religioni orientali nell’impero. Per l’11 settembre, il dibattito su globalizzazione e scontro di civiltà. Per il 1755, la sfida lanciata dall’illuminismo alle relazioni tra religione e natura”.

E veniamo così al terzo libro, intrecciato con il secondo, vale a dire la relazione tra esseri umani e natura/provvidenza, con da una parte l’ottimismo per certi versi laico di Leibniz (viviamo comunque nel migliore dei mondi possibili), il provvidenzialismo bigotto di una parte del clero portoghese ed europeo dalla stessa parte (il terremoto come castigo per le colpe degli abitanti di Lisbona) e dall’altra parte Voltaire (prima con il Poema sul disastro di Lisbona e poi con il Candido) che si scaglia contro i primi due sbattendo in faccia a tutti l’indifferenza di Dio e della natura rispetto alle cose umane: a morire furono bambini innocenti e cristiani devotissimi. Come può – si chiede Voltaire – tanto orrore accadere nel migliore dei mondi possibili? E se Dio è buono, perchè il male? Colpisce quando scriverà poi, a distanza di anni dal sisma, Goethe: a Lisbona “Dio, il creatore e preservatore del cielo e della terra, Dio, che si dice sia onnisciente e misericordioso, si era mostrato un padre cattivo, poichè aveva accattato in egual misura i giusti e gli ingiusti”. 

Qui non si vuole ragionare su chi avesse ragione o torto, se cioè viviamo nel migliore dei mondi possibili o se la natura è sempre matrigna (che invece il terremoto sia la diretta conseguenza dei peccati degli uomini, si spera sia cosa che faccia sorridere), ma una piccola lancia a favore di Leibniz vale la pena spezzarla. Scrive Michio Kaku: “ogni volta che ci troviamo di fronte alla straordinaria potenza di un’esplosione vulcanica o alla devastazione causata da un forte terremoto, abbiamo una dimostrazione di come l’energia del nucleo radioattivo della Terra guidi gli eventi in superficie e aiuti a sostenere la vita. Il calore generato dalla radioattività nelle profondità della Terra mette in moto il nucleo di ferro, che produce così un campo magnetico. Questo campo protegge l’atmosfera dal mento solare e devia le radiazioni letali provenienti dalla spazio”. In sintesi, niente terremoti, niente nucleo radioattivo, niente campo magnetico, niente vita sulla terra. 

Leibniz e Voltaire questo non lo sapevano. Ma non importa. Il dibattito se la civiltà umana sia qualcosa di non contemplato nell’ordine naturale delle cose e se la sua sopravvivenza debba essere sempre e comunque una reazione contro la natura resta aperto, da quando il terremoto del 1755 catalizzò l’attenzione europea. Per questo quello di Lisbona resta il Grande Terremoto e Tavares lo racconta magnificamente in questo libro. 


Traduttore: Gianluca Galletti

Editore: Tuga Edizioni

Anno edizione: 2019

In commercio dal: 2 aprile 2019

Pagine: 288 p., ill. , Brossura

EAN: 9788899321192

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