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Pivot verso il futuro. Liberare valore e generare crescita nell'era post disruption

di Omar Abbosh, Paul Nunes, Larry Downes

La crisi delle società aperte occidentale è un’idea tanto diffusa quanto errata. In realtà ci troviamo nel mezzo di un cambio di paradigma di dimensioni epocali, vale a dire il passaggio da una società fordista a una società digitale.

Si badi che questo passaggio non riguarda solo le attività produttive, ma tutto l’insieme delle istituzioni sociali e questo perchè il fordismo non è stato solo un modo per organizzare la produzione di massa. Al contrario, esso è stata la formula utilizzata per risolvere due problemi, vale a dire la necessità di ridurre i costi di trasporto e di comunicazione e quella di produrre in massa prodotti e servizi che, per il livello tecnologico a cui si era arrivati, non erano personalizzabili: la Model T disponibile in qualsiasi colore purchè fosse nero, questo era il concetto di produzione standardizzata di massa. Si può dire pertanto che è esistita una fabbrica fordista, ma anche una scuola fordista (che cosa sono i cicli scolastici se non una catena di montaggio lungo la quale si aggiungono conoscenze nelle testa dei bembini?), una sanità fordista (gli ospedali come le fabbriche hanno i reparti), una città fordista (una macchina per ridurre costi di trasposto e di comunicazione).

Ora tuttavia grazie alle continue rivoluzioni scientifiche e tecnologiche degli ultimi decenni, i costi di trasporto e di comunicazione si sono ridotti all’irrilevanza, e il progresso tecnologico consente di entrare in una fase nuova, nella quale sia i prodotti fisici che i servizi sono personalizzabili per tutti. Non a caso il concetto chiave della quarta rivoluzione industriale, come espresso da Patrizio Bianchi, è la produzione personalizzata di massa Di qui la necessità di ripensare la produzione per impostarla secondo una logica post-fordista, ma anche la scuola, la sanità, le nostre stesse città.

Un cambio epocale di paradigma, dunque, che tutti, individui, imprese, istituzioni devono fare, dato che le conseguenza dell’inazione potrebbero essere drammatiche. Non fare questo passaggio, infatti, significa per gli individui ritrovarsi in un futuro nel quale si rischia di essere votati all’inutilità e per le società nel loro complesso significa imboccare la strada del sottosviluppo.

Se così stanno le cose, allora conviene porsi la domanda: come si fa questo passaggio? Come si passa dalla mondo fordista a quello digitale, dove la creatività è il vero motore della crescita economica e del progresso sociale?

Ecco, proprio questo è il cuore di questo libro il cui obiettivo è quello di “esplorare nel dettaglio le strategie vincenti di aziende vecchie e nuove che prosperano sotto la costante minaccia competitiva e gli incessanti mutamenti tecnologici” indicando gli strumenti e le tattiche utilizzate dalla aziende “per sostenere la crescita in un’epoca in cui la disruption non conosce praticamente pause”, quando cioè il cambiamenti costanti, lo stravolgimento dei punti cardinali è costante. Il che significa che costanti sono le opportunità di collassare ma anche di creare aziende colossali, scalzando antichi dinosauri.

In questa prospettiva, si può dire che questo testo è una guida, meditata e frutto della lunghissima attività professionale degli autori, per le aziende per poter fare il salto evolutivo (il passaggio dall’era fordista a quella digitale) e continuare a reinventarsi, ma anche per gli individui per riorganizzare le proprie prospettive senza battersi il petto e stracciarsi le vesti per l’arrivo dell’inevitabile cataclisma.

La strategia che gli autori suggeriscono, dopo aver analizzato casi di grandi fallimenti e di grandi successi aziendali, è quello del “wise pivot” e si invitano le aziende e gli individui a leggerla, meditarla e agire di conseguenza. Il cambiamento, la costruzione di modelli di produzione e di vita compatibili con l’era digitale è infatti una responsabilità individuale, pensare che spetti ai grandi attori collettivi del passato fordista, lo Stato, i sindacati, i partiti risolvere il problema, significa imboccare la via che portò il Dodo all’estinzione senza nemmeno rendersene conto.

Dunque, si rimanda alla lettura del libro (un testo da non perdere) per capire in che consista la strategia del “wise pivot” e provare a metterla in atto, tenendo sempre presente però una cosa, su cui gli stessi autori insistono: le formule magiche e i testi sacri non esistono. Ciascuno legga, mediti e provi a immaginare il modo di applicare al proprio caso, personale e aziendale, i consigli degli autori. Dunque, senza immaginare formule definitive.

In questo senso, conviene fare una riflessione conclusiva. Tony Judt, il grande storico britannico, più volte nei suoi testi ha abbozzato una teoria che si potrebbe definire del “vantaggio dell’outsider”. Che significa? Provo a spiegare. 

L’insider è colui che vive all’interno di un dato settore disciplinare (qui noi possiamo considerare un dato settore economico o una data azienda) e ha le sue prassi consolidate, le sue leggi immutabili, il suo nord e il suo sud, le sue colonne e i suoi muri portanti, i suoi santi e i suoi diavoli. L’outsider invece è colui che entra in un settore disciplinare (settore economico o azienda) non suo e ai suoi occhi le cose che erano immutabili per l’insider sono dei dettagli che possono essere spazzati via: il nord può diventare est, il sud può diventare nord e così facendo è in grado di risolvere problemi su cui gli insider erano fermi da decenni e reinventare una disciplina, un settore economico, una azienda.

Ecco il vantaggio dell’outsider è sapere che tutto può essere stravolto e plasmato nuovamente in qualsiasi momento, anzi si può dire che tutto, rimandando all’idea di metodo scientifico di Popper, può essere falsificato. Di qui la necessità di costruire sempre qualcosa di nuovo.

Così arriviamo al cuore delle nostre società occidentali che non riconoscono colonne d’Ercole e che, come nella scienza, della confutazione di blasonate teorie, di metodi consolidati e di venerati maestri hanno fatto il cardine delle proprie esistenze collettive (la tradizione dell’anti-tradizione). In conclusione, per poter prosperare nella nuova era digitale conviene essere degli outsider in ogni campo, sapendo che gli allori servono solo a cingere le teste dei trapassati.

Traduttore: Giuseppe Maugeri
Editore: EGEA
Collana: Cultura di impresa
Anno edizione: 2020
In commercio dal: 16 gennaio 2020
Tipo: Libro tecnico professionale
Pagine: XXIX-284 p., Brossura
EAN: 9788823837539