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Settima lettera

Platone

Ci sono due domande alle quali, almeno per quanto è a conoscenza di chi scrive, non si è data ancora una risposta. La prima: se Atene era la scuola dell’Ellade, la massima espressione politica, economica, sociale e militare (la flotta) del mondo greco, perchè a vincere la guerra del Peloponneso è Sparta? vale a dire una polis senza flotta, senza impero, senza attività commerciali e senza attività culturali?

La seconda: perchè le migliori menti di Atene, scuola dell’Ellade, tutte indistintamente, da Socrate a Platone, passando per Senofonte sono a favore di Sparta e non di Atene? La Settima lettera contiene molti elementi utili per provare a rispondere a questi interrogativi e bene ha fatto l’editore Carocci e dedicargli una monografica.

Il primo di questi elementi, che emerge abbastanza chiaramente, è che Platone, a differenza di quanto Popper crede, non è affatto contrario al governo democratico e non è affatto un totalitario. Mi rendo conto che, per chi conosce l’opera di Platone, l’affermazione sulla democraticità di Platone può destare qualche sorpresa, ma qui bisogna intendersi sui termini, visto che il modo in cui la parola democrazia suonava alle orecchie di un greco del V secolo a.C. è diverso dal mondo in cui suono ora alle nostre orecchie.

Democrazia è parole che ha una accezione negativa, è la dittatura della maggioranza, la prevaricazione dei più, di una moltitudine di uomini incompetenti e volubili. È la degenerazione, nella anaciclosi aristotelica, della Politeia e sinonimo dell’oclocrazia di Polibio.

Questa moltitudine, fatta di poveri che campano con il soldo pubblico, si è impadronita del governo della città, che dopo le riforme di Efialte (abolizione dell’Areopago) non ha alcun bilanciamento che faccia da contrappeso alla volontà popolare, che si appropria così di un potere assoluto.

Ed è contro gli eccessi del governo dei più che Platone si scaglia. Ma attenzione: Platone non è per un governo oligarchico, visto che si tiene alla larga sin da subito dal governo dei Trenta, che, sul punto ha perfettamente ragione il curatore, diventerà tirannico solo con il trascorrere del tempo, visto che le intenzioni iniziali erano quelle di dare vita a delle riforme istituzionali che potessero bilanciare lo strapotere del demos.

Se così stanno le cose, allora potrebbe dirsi che Platone, insieme a molti suoi contemporanei, è a favore di un sistema istituzionale misto, che moderi gli eccessi dei più, bilanciandoli con alcuni elementi aristocratici, un modello che l’intellighenzia ateniese vede in Sparta. Si badi però che non è Sparta in sé ad attirare l’ammirazione dell’intellettualità ateniese, ma Sparta in quanto esempio della sopravvivenza di quell’antica costituzione moderata che Solone aveva plasmato per Atene stessa. Isocrate lo scrive a chiare lettere: “Io riconosco che parlerò a lungo delle istituzioni in vigore là [a Sparta], non però nella convinzione che Licurgo ne scoprì o ideò qualcuna, ma che imitò nel miglior modo possibile il governo dei nostri antenati, che instaurò presso quel popolo una democrazia temperata da caratteri oligarchici, quale appunto esisteva presso di noi, che rese le magistrature accessibili non per sorteggio ma per elezioni, che stabilì per legge che la scelta dei Geronti preposti alla direzione dello Stato avvenisse con tanta cura, quanta si dice i nostri antenati ponessero nello scegliere i cittadini chiamati a salire all’Areopago e che infine conferì loro la stessa autorità di cui sapeva che questo consiglio godeva presso di noi”. L’interesse dunque di tutti i critici della democrazia radicale ad Atene nei confronti di Sparta era legato al fatto, per usare le parole dello stesso Isocrate, “le istituzioni di Sparta sono modellate su quelle nostre nel tempo antico”. Alla luce di ciò non sarebbe del tutto arbitrario dunque sostenere che Platone fosse a favore di quel governo misto, che per Polibio sarà la vera forza di Roma e che potremmo definire liberal-democratico.

Siamo al dunque. Perchè Atene perde la guerra del Peloponneso? Perchè (lo dirà Polibio) era retta da una oclocrazia, un governo irrazionale della folla, che portò la città a schiantarsi nella spedizione di Sicilia. Non è un caso che i Padri Fondatori americani si terranno alla larga dal sistema istituzionale dell’Atene periclea (perchè retto dalle passioni volubili della folla) e adotteranno il sistema istituzionale della repubblica romana: il fatto che a Washington ci sia un Senato e un Campidoglio ne è la prova provata.

Perchè il meglio degli intellettuali ateniesi erano a favore di Sparta? Perchè lì vi vedevano un sistema istituzionale in grado di tenere a freno gli eccessi dei più e di prevenire la tirannide dei pochi; un sistema istituzionale che era molto vicino a quello voluto nella stessa Atene da Solone.

Eppure nella Settima lettera, e ovviamente nell’opera di Platone, non c’è solo la risposta al mistero del collasso di Atene, c’è anche altro. C’è anche la denunzia dei disastri che la folla (che è la degenerazione del popolo) può causare quando prende in mano il governo della città, quando si appropria del potere assoluto. Una dittatura che ha gli stessi orribili caratteri, se non ancora più orrendi, dei peggiori dispotismi asiatici; e vale la pena soffermarsi a riflettere sulla folla, perchè è proprio questo nuovo (e antico) soggetto politico che minaccia ora le strutture liberal-democratiche delle società aperte occidentali.

Per questi motivi si consiglia la lettura di questo testo, non solo a chi vuole cogliere il senso complessivo dell’opera di Platone, che è tutta tesa a concepire le istituzioni in grado di garantire il buon governo della città, ma anche a chi vuole comprende quanto sta accadendo ora che la folla è ritornata ad essere il vero protagonista della politica contemporanea.

Curatore: Filippo Forcignanò
Editore: Carocci
Collana: Classici
Anno edizione: 2020
In commercio dal: 30 gennaio 2020
Pagine: 190 p., Brossura
EAN: 9788843099023