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Corpi, scheletri e delitti. Le storie del Labanof

di Cristina Cattaneo

Questo libro ha una particolarità: ha tanti protagonisti e tutti con un ruolo di primo piano. Che i corpi senza vita, con la prosaicità di tessuti, liquidi, ossa siano tra i protagonisti lo si evince abbastanza chiaramente dal titolo, ma c’è un altro protagonista che è presente per la stragrande maggioranza del libro (ad eccezione della parte conclusiva) ed è la violenza, il lato brutale dei rapporti umani. La violenza nella quale siamo immersi, forse senza accorgecene. Una violenza che ci vive accanto e che non termina con i titoli di coda della serie televisiva del momento.

Sia chiaro, qui non si fa riferimento solo alla violenza fisica, alle percosse, ai colpi, di omicidi, stupri o di orrori che accadono tra le mura domestiche, qui c’è anche un altro tipo di violenza, quella non cruenta. Una violenza, paradossalmente, apparentemente non violenta. È la violenza di chi abbandona i cani sulle colline piemontesi, è la violenza subita da chi è solo e muore in silenzio senza che nessuno ne avverta l’assenza, ed è la violenza di chi ha subito la più grave sanzione sociale che possa esistere, vale a dire una completa esclusione dal proprio gruppo. Una esclusione così radicale da privarlo finanche della propria identità.

Per certi versi, si può dire che questo è un libro sul lato oscuro delle nostre società, anzi sul lato oscuro dell’animale essere umano, là dove, sotto la pelle delle costruzioni sociali che ci hanno civilizzato, si possono intravedere ancora i muscoli, il sangue e i tendini senza filtri, senza orpelli, né abbellimenti.

E accanto all’orrore e allo sconcerto di corpi morti (un taboo in molte società, un qualcosa da esorcizzare in tutte) l’umanità, intesa nel senso di compassione, empatia, di rispetto risaltano con maggiore lucentezza. Sono gli occhi lucidi delle forze dell’ordine di fronte a una donna violentata o a una bambina giustiziata insieme alla madre, i peluche di A.C. e lo scodinzolio di Argo.

A tale proposito va sottolineato il modo in cui l’autrice tratta i vari casi, con grande tatto, delicatezza, dedizione, ma senza eccedere in sentimentalismi, drammi e occhi lucidi.

Si è detto in apertura che i protagonisti di questa storia sono tanti. I cadaveri e la violenza, certo. Ma ce n’è un altro, nel quale ci si immedesima così tanto, anzi al quale ci si avvinghia con tanta forza per non perdersi lungo il cammino che si percorre, che quasi sparisce dalla visuale. E questi protagonisti sono tutti gli specialisti, tra cui l’autrice, che in quel mondo ci lavorano. Sono i vivi che lavorano tra i morti e la cui missione è quella di raccontare la loro morte, indicando chi o cosa fu a privarli della luce del sole. Così facendo, e qui le suggestioni che vengono dal mondo antico e che continuiamo a portarci dietro (si veda a tale proposito “La città antica” di Fustel de Coulanges) sono fortissime, raccontando cioè ai vivi del perchè quei corpi hanno cessato di esistere, si da pace alle loro anime, che solo allora possono iniziare a riposare per l’eternità.