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Orfeo sconsacrato. Viaggio nelle vite di Orfeo

di Danilo Laccetti

Editore: Jouvence
Collana: Sophia
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 13 novembre 2019
Pagine: 168 p., ill. , Brossura
EAN: 9788878017009

Viene il dubbio, leggendo “Orfeo Sconsacrato” che Paul Valery avesse torto: le civiltà, a differenza degli esseri umani, non sono del tutto mortali. Ciò che hanno prodotto passa, anche se le forme e le sembianze mutano, di millennio in millennio, mantenendo spesso intatta la sua funzione. E qui non si parla solo degli oggetti materiali, la lunga durata riguarda anche i miti, i riti, le credenze collettive che continuano a vivere perché continuano a svolgere la loro funzione originaria: aiutare gli esseri umani a tentare di dare un senso al mondo che li circonda e alle loro esistenze.

Ecco questo è il cuore di questo libro che è un autentico gioiello (e di cui si consiglia la lettura), e cioè il viaggio nelle vite di Orfeo, da argonauta a buon pastore, in grado di riscattare dalla morte chi confida in lui. Il riferimento al Cristo non è casuale: Orfeo è una figura dotata nel mondo antico di una carica radioattiva così possente che la civiltà cristiana non potrà che inglobarlo.

Però questo libro è anche la storia di un mistero. Perché per Virgilio e Ovidio la catabasi (la discesa agli inferi e il recupero di Euridice) fu fallimentare mentre per gli autori precedenti (ad esclusione di Platone, che per necessità di politique politicienne piega il mito ad uso della sua lotta contro la degenerata democrazia ateniese) quell’impresa ebbe successo? Solo il successo dell’impresa infatti sarebbe in grado di spiegare l’orfismo: si venera Orfeo perché vinse sulla morte, non perché ne fu sconfitto, allo stesso modo difficilmente ci sarebbe stato un Cristianesimo senza la resurrezione.

Dunque perchè ad un certo punto l’esito dell’impresa di Orfeo cambia radicalmente? È chiaro che qui si può solo abbozzare una risposta, ma vale comunque la pena di farlo.

L’Orfeo che strappa Euridice alla morte è l’archetipo dell’umanesimo antico, è l’ingegno umano che crea e diffonde la civiltà attraverso le sue arti e che con la propria intelligenza e creatività non è solo in grado di piegare la natura ma persino di sconfiggere i limiti che la natura stessa ha posto agli esseri umani, vale a dire riesce a sconfiggere la morte.

Questo Orfeo, che può tutto, non è solo una divinità astratta, ma ha in sé l’immagine stessa del cittadino dell’antica polis greca. Anch’egli nella città può tutto, in quanto è sovrano. Essere cittadini nella polis antica e nella Roma repubblicana significa infatti governare, e quindi essere sovrani. Sul punto Benjamin Constant è chiarissimo: la libertà degli antichi consiste nel decidere della guerra e della pace e quindi della vita e della morte della città.

Se così stanno le cose, allora vuol dire che il mito di Orfeo, in quanto rappresentazione del cittadino, è legato a filo doppio alle istituzioni politiche della polis antica e alle sue libertà. Dal che ne deriva che al mutare di quelle istituzioni e di quelle libertà, anche il mito muta. 

Dunque che cosa succede a Roma al tempo di Virgilio di così importante da trasformare Orfeo, che sconfigge la morte, in una rappresentazione stessa delle debolezze e contraddizioni umane (cantore divino che non resiste alla tentazione di voltarsi per controllare se Euridice lo segue) e farlo diventare un piagnucoloso poeta che si aggira per la Tracia lamentandosi del proprio fallimento? La risposta è semplice: il collasso della repubblica romana, la fine delle sue libertà e l’avvento di Ottaviano, l’autocrate, che si proclamerà principe e imperatore (una novità assoluta per il diritto pubblico romano) e che inizierà a demolire la struttura istituzionale della repubblica e con essa le antiche libertà.

A quel punto il cittadino sarà privato di ogni funzione pubblica e ridotto a una dimensione del tutto privata, e così l’intellettuale, il quale non potrà utilizzare il proprio ingegno per il bene della polis ma sarà costretto a ritirarsi nell’ozio ombroso, a rifugiarsi nei divertissement letterari e speculare sulle cose ultramondane perché il mondo è nei pieni poteri del principe e dei suoi accoliti. Quali libertà resteranno allora al cittadino? Seneca lo dice nella maniera più chiara possibile: “Chiedi qual è il sentiero della libertà? Qualunque vena del tuo corpo”. L’unica libertà che resta è quella di scegliere come morire. Ed è quello che farà Orfeo scegliendo di non opporsi alla furia delle menadi che ne faranno scempio.