Il brigantaggio post-unitario come problema storiografico

di Armando Pepe

Inserirsi, a pieno diritto, nel dibattito storiografico attorno all’Unità d’Italia, richiede che ci si astenga dal cadere nella trappola polemica legata alla contingenza attuale e che si ripercorrano alcuni punti controversi. In un libro, dal titolo “Il brigantaggio post-unitario come problema storiografico”, dato alle stampe presso D’Amico Editore nello scorso mese di novembre, Eugenio Di Rienzo fa quello che farebbe e/o dovrebbe fare lo storico serio, cioè problematizzare, ovvero porsi domande e trovare plausibili risposte, in modo che siano convincenti per il lettore. Il tema è caldo, anzi rovente, e, a scanso di pretenziose diatribe, cerco di porre in luce alcuni dilemmi cogenti. Sostanzialmente, il volume, agile e fruibile, analizza il fenomeno del cosiddetto “banditismo politico”, che, citando dalla quarta di copertina, «non fu infatti solo la prima guerra civile italo-italiana ma anche un conflitto intestino alla Nazione napoletana, da leggere come fase culminante della guerra di fazione, insorta già nel 1848 all’interno della borghesia provinciale meridionale, tra “galantuomini liberali”, collusi con la camorra napoletana, la delinquenza comune, le “mafie” pugliesi, lucane, calabresi e galantuomini legittimisti, sostenitori e finanziatori dell’insorgenza antiunitaria. Due ceti sociali che, dal 1860 al 1868, si trovarono gli uni contro gli altri armati». 

Di Rienzo, sviluppando un’ampia e molto argomentata disamina, rielaborando concetti-chiave nell’ambito di un discorso allo stesso tempo concettuale e fattuale, riesuma una copiosa bibliografia critica se non ostile verso l’Unità d’Italia, prendendo le mosse da Leonardo Sciascia che, nel 1968, nel saggio raccolto ne “La corda pazza”, edito da Einaudi, rievocò- tirandolo fuori dall’antiquariato bibliografico- l’opuscolo “Analisi politica del brigantaggio attuale nell’Italia meridionale”, scritto e pubblicato nel 1865 dal capitano, del disciolto esercito borbonico, Tommaso Cava de Gueva. Sciascia, grande letterato e romanziere, sviluppava in esergo la teoria del “sicilianismo”, ovvero dell’unicità dell’isola nei confronti del continente. Sulla falsariga di Sciascia, il lavoro condotto da Di Rienzo va nella direzione giusta, facendo dialogare le fonti, illuminando i punti oscuri, tirando fuori dalla biblioteca testi dimenticati, come, da pochissimo, per la stessa casa editrice ha fatto Carmine Pinto con le “Lettere Napolitane” di Pietro Calà Ulloa. 

Di Rienzo è per il dialogo tra studiosi, anche contrastivo e serrato, e non per il dogmatismo, che nella storia in quanto scienza non può e non deve esistere. Andando sul testo in esame, noto che a pagina 43, Di Rienzo scrive: «Quel brigantaggio [meridionale] fu d’altra parte anche una rivolta politica contro il processo di pauperizzazione del Mezzogiorno che l’unificazione comportò: un evento che fu immediatamente compreso, nelle sue esatte e drammatiche proporzioni, dai pubblicisti fedeli alla causa borbonica». Di Rienzo, inoltre, esplicita che sia il Tesoro del Regno delle Due Sicilie sia le riserve auree del Banco di Napoli furono trasportati a Torino per ripianare il debito piemontese, creatosi non tanto perché i Savoia fossero più munifici, erogando maggiori e migliori servizi ai loro sudditi, ma perché avevano partecipato a ben tre conflitti, la Prima e la Seconda guerra d’Indipendenza e la guerra di Crimea, indebitandosi con la Banca Rothschild fino al collo. 

Evidentemente il libro scritto da Di Rienzo, se vuole essere uno stimolo alla riflessione, raggiunge lo scopo, anche perché è suffragato da una corposa bibliografia a piè di pagina e reca in appendice il pamphlet “Analisi politica del brigantaggio attuale nell’Italia meridionale” di Tommaso Cava de Gueva, che aveva in odio lo Stato italiano. A mio avviso è un volume che aiuta a far comprendere, in modo serio, il punto di vista dei vinti.  

“Il brigantaggio post-unitario come problema storiografico” di Eugenio Di Rienzo, D’Amico Editore, Nocera Superiore 2020. 

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