“Grande Albergo delle Rose” di Riccardo Mandelli

di Fabio L. Grassi

Dopo una serie di eccellenti libri quali L’ultimo sultano. Come l’Impero ottomano morì a Sanremo (Lindau 2011); Al casinò con Mussolini. Gioco d’azzardo, massoneria ed esoterismo intorno all’ombra di Matteotti (Lindau 2012); Decreti sporchi. La lobby del gioco d’azzardo e il delitto Matteotti (Giorgio Pozzi 2015); Dieci giorni in aprile. La Conferenza di Sanremo del 1920 e la spartizione del Medio Oriente (Lo Studiolo, 2020), Riccardo Mandelli prosegue felicemente, con quest’ultima fatica, in quella che si può definire una lunga ricerca interrelata e integrata, che unisce i vari nodi tra due realtà apparentemente lontanissime quali gli interessi e le ambizioni dell’Italia nel Mediterraneo orientale e il mondo delle case da gioco, naturalmente in connessione con ulteriori questioni storiografiche. Nel libro qui in oggetto direi che l’elemento specifico che si innesta è quello della progettualità dell’Italia fascista in quella che era una sua assai particolare colonia (nella terminologia ufficiale non a caso chiamata piuttosto possedimento), costituita da Rodi e Dodecaneso e abitata da popolazioni che non era possibile definire “selvagge”.

Grande Albergo delle Rose (Rodi, Italia, giocatori e spie: 1912-1949) - Riccardo Mandelli - copertina

Se fino al 1927 Rodi e Dodecaneso furono pensati soprattutto come avamposti per una possibile espansione in Asia Minore (tra il 1922 e il 1927 molti pensarono che la Nuova Turchia di Mustafa Kemal non ce l’avrebbe fatta e sarebbe o crollata o venuta a molto più miti consigli), a partire dal 1927 il governatore Lago si impegnò strenuamente per rendere Rodi un polo di attrazione turistica. In altre parole, Lago intraprese un’ambiziosa operazione di soft power. Il “Grande Albergo delle Rose”, come pure numerose altre nuove strutture costruite in quegli anni, doveva sfidare gli alberghi e i casinò del Mediterraneo orientale, in particolare quelli egiziani, nello spillare denaro ai ludopatici e nell’azione di spionaggio e controspionaggio.

Tale politica ambiziosa richiedeva tanti soldi. Ci fu l’interesse e la compartecipazione di alcuni dei pesi massimi del mondo economico italiano. E ci fu naturalmente il benestare del governo, anche se, come spesso traspare dal libro, Roma forse subì più che incoraggiare lo sfrenato attivismo di Lago. Andato in pensione il quale, il nuovo governatore, il quadrumviro De Vecchi, impostò una diversa politica, assai più vessatoria nei confronti della popolazione locale e simboleggiata tra le altre cose da una radicale ristrutturazione del grande albergo, con l’eliminazione degli elementi più orientaleggianti a favore di un’impostazione tra il monumentale e il razionalista tipica della seconda metà degli anni ‘30.

Come è intuibile, dietro questi progetti e queste realizzazioni si mosse tutto un sottobosco di avventurieri e faccendieri, la cui figura peraltro non può essere sempre liquidata con la targhetta della mera delinquenza. E tante altre strane, buffe, tragiche vicende private passarono per i luoghi che dovevano essere le prime testimonianze di un’imperitura dominazione italiana (sappiamo invece come andò a finire).

Sulla base di un – come sempre – sostanzioso e paziente lavoro d’archivio, Mandelli ci restituisce in tutte le implicazioni di cui è rimasta traccia questa vicenda, che si presenta come esemplare delle velleità, non sempre meschine ma quasi sempre malconsigliate, del regime fascista in campo internazionale.


Dettagli
Autore: Riccardo Mandelli
Editore: ETPbooks
Collana: Saggi & critici
Pagine: 204 p., ill. , Brossura
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