Perché l’America non interviene in Ucraina?

Si sta diffondendo l’idea che gli Stati Uniti e l’ Unione Europea abbiano dimostrato tutta la loro inconsistenza rifiutandosi di inviare truppe in Ucraina. Il che per alcuni appare il segno inequivocabile del declino americano e della incapacità di Biden di tenere testa all’orso russo dagli artigli affilatissimi (ho sempre odiato il bestiario delle relazioni internazionali, ma per una volta sia concesso… ). Ma siamo sicuri che le cose stanno così? Proviamo a fare un ragionamento per assurdo.

Oggi la Russia ha minacciato di gravi ritorsioni Svezia e Finlandia se i due paesi scandinavi, oggi neutrali, dovessero aderire alla NATO. Che questo sarebbe successo lo si era messo in evidenza nei precedenti Global Opinions. Non è una novità. Allora, perché la notizia è rilevante? Perché questo significa che per Putin l’Ucraina è solo una tappa di un percorso che mira alla ricostruzione di un sistema di stati vassalli, tributari di Mosca. È il vecchio ordine di Yalta, che non può arrivare a Berlino solo perché la Germania si è riunificata. Si vede che anche Vladimiro ha nostalgia della sua giovinezza quando rovinava la vita dei tedeschi a Berlino Est.

Ora questo che cosa vuole dire? Vuol dire che non ci può essere pace in Europa finchè c’è Putin al Cremlino. Il punto è che Putin ha, almeno per ora, una forma molto convincente di assicurazione sulla vita del proprio regime, vale a dire la Bomba. E il rischio è che quando un regime si vede alle stette la bomba la usi.

Questo vuole dire che non puoi pensare di abbattere militarmente il suo regime, visto il rischio di una escalation nucleare. L’unico modo, come si è detto qui altre volte, è quello che suggeriva il vecchio Kennan, presidiare i confini della Nato e nel frattempo adottare sanzioni economiche in grado di sgretolare il consenso che tiene Putin al Cremlino, che sia quello popolare (della cui ampiezza si inizia a dubitare) o quello dei sui pretoriani.

Letter: Kennan did not mince his words on Nato expansion | Financial Times

Spesso si dimentica che anche il più feroce dei dittatori sta in piedi perché c’è qualcuno che gli crede. Sta in piedi perché sta raccontando una storia che convince altri (conviene rileggere Harari) e che altri da quella storia ne traggono un giovamento, che sia in termini spirituali (il senso esistenziale di una missione storica: il ritorno della grande madre Russia ammirata e rispettata nel mondo), oppure che sia in termini materiali (le immense ricchezze che gli oligarchi estraggono alla Russia a proprio vantaggio).

Sono le storie e il consenso che esse generano che trasformano un essere umano in un mostruoso attore collettivo. Il più forte dei dittatori, da solo, non va da nessuna parte, visto che, come ognuno di noi, al massimo ha qualche bicipite più o meno gonfio e delle unghie più o meno lunghe e qualche canino più o meno affilato. La forza di un leader è nel consenso che sa suscitare intorno alla storia che sa raccontare.

Dunque, per far sloggiare Vladimiro dal Cremlino è necessario che il consenso su cui si basa il suo potere si sgonfi. A tal fine le sanzioni sono utilissime. Quanti le criticano dimenticano che è con le sanzioni che abbiamo vinto la Guerra fredda e che siamo riusciti a vincerla proprio perché l’abbiamo mantenuta fredda.

Al contrario, se gli Stati Uniti attaccassero, rischierebbero di compattare il consenso interno in Russia e Putin, che ha il mito di Stalin, a quel punto tirerebbe fuori le fanfare e inizierebbe a strombazzare la canzone della grande madre Russia minacciata dalle orde barbariche. Se i russi hanno seguito Stalin su questa strada dopo purghe e carestie, il rischio che si possano compattare intorno a Putin c’è.

Spesso si dimentica che Putin è un judoca e, per quel poco che ne so, la filosofia di questo sport è usare la forza dell’avversario a proprio vantaggio. E Vladimiro cerca di usare a proprio vantaggio due cose: la forza delle sanzioni; e la forza militare americana.

Vediamo il primo punto. Le sanzioni hanno senso se quello da sanzionare è in collegamento con te. Se vive mangiando pace e cicoria e tu gli impedisci l’importazione di microchips, quello manco se ne accorge. Ma se il sanzionato e il sanzionatore sono collegati allora le sanzioni producono effetti sia su chi le subisce che su chi le impone. La scommessa di Putin è che gli europei non sopportano nemmeno il dolore di un’unghia incarnita e che quindi, visto che sono quelli che potrebbero pagare un prezzo più alto, potrebbero rompere il fronte, sfasciando così l’Europa e l’Alleanza Atlantica.

Il secondo punto è quello della forza militare. Probabilmente non è vero che Putin speri che gli Stati Uniti non intervengano in Ucraina. Forse è vero l’esatto contrario. Un intervento americano rinfocolerebbe il consenso interno in Russia, mostrerebbe al mondo che nemmeno noi rispettiamo le regole (l’Ucraina non fa parte della NATO) e che ci rimangiamo le cose che diciamo proprio come un volubile despota asiatico. A quel punto non solo saremmo scesi sul suo terreno, ma in un anno elettorale l’opposizione interna indebolirebbe Biden.

In questo senso, è possibile che Vladimiro quando se ne sta solo soletto nel suo ufficio, che fu di Stalin, al Cremlino immagina che l’Ucraina possa essere un nuovo Iraq per gli Stati Uniti dal quale dovranno scappare come dall’Afghanistan. Se così stanno le cose, allora si capisce che la fermezza di Biden, il non intervento, il presidio dei confini della NATO e le sanzioni sempre più forti a Putin e ai suoi lo stanno facendo uscire di senno più di quanto non sia già.

Se così stanno le cose, allora al di là di quanto sostengono i suoi detrattori, l’Occidente non è in declino, non ha perso la guerra e al momento sta adottando l’unica strategia che ha senso.

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