Global Opinions – febbraio n. 4/2022

È disponibile il nuovo numero di Global Opinions, la sintesi in italiano delle analisi dei columnist delle maggiori testate giornalistiche internazionali a pagamento (The Economist, Wall Street Journal, Washington Post, Foreign Affairs).

In questo numero anche articoli di Handelsblatt, Le Monde, The Guardian...

È disponibile il nuovo numero di Global Opinions, la sintesi in italiano delle analisi dei columnist delle maggiori testate giornalistiche internazionali a pagamento (The Economist, Wall Street Journal, Washington Post, Foreign Affairs).

In questo numero anche articoli di Handelsblatt, Le Monde, The Guardian..

 

 

The politics of ‘iron and blood’ return to Europe

Richard Shirreff, Financial Times

Articolo importante di Richard Shirreff, secondo il quale in un colpo solo, l’invasione su larga scale dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin ha annunciato una nuova era per l’Europa. L’attacco non provocato da parte di Mosca a Kiev segna il ritorno in Europa di quella che Otto von Bismarck chiamava “la politica del ferro e del sangue”. Il mondo che conoscevamo prima del 24 febbraio, in cui i diritti degli Stati sovrani a vivere in pace erano garantiti dal rispetto del diritto internazionale senza la minaccia forza armata, è scomparso per sempre.

”Non lasciamoci ingannare”, continua l’autore. Questo non è un attacco limitato per rubare un pezzo dell’Ucraina. È un massiccio assalto convenzionale che mira a distruggere le forze armate ucraine, installare un governo fantoccio e quindi incorporare il paese nella Federazione Russa. “Aspettatevi di vedere indicibili sofferenze umane”. Questo vuol dire che “le implicazioni non potrebbero essere di più vasta scala”. In primo luogo, si tratta di una minaccia reale nei confronti dell’Alleanza Atlantica, continua Richard Shirreff, “la guerra ha una sua dinamica che, una volta iniziata, non può essere controllata. Dovremmo essere pronti al peggio”. Le mire del Cremlino infatti sono note, e cioè un nuovo accordo di Yalta, che Putin stesso ha definito “l’accordo di sicurezza più appropriato per l’Europa”. Il che significa ristabilire il dominio russo su tutti i paesi dell’Europa dell’Est che ora sono parte della NATO.

L’unico modo per contrastare questa minaccia terribile che viene da Mosca è una “efficace deterrenza; convenzionale e nucleare”. Sotto la guida degli Stati Uniti, “la NATO deve presidiare i bastioni sul suo fianco orientale. L’alleanza deve dimostrare inequivocabilmente di essere pronta e in grado di difendere i suoi confini terrestri, lo spazio aereo e le linee di comunicazione marittime con forze armate capaci e credibili – e deve comunicare quel messaggio a Putin”.

La seconda cosa da fare è sostenere l’Ucraina. Non possiamo inviare forze aeree o terrestri, altrimenti sarebbe la terza guerra mondiale, “ma possiamo fornire equipaggiamento e altro supporto indiretto fino a quando le forze armate ucraine potranno continuare a combattere. Da allora in poi, se la Russia prevarrà, dovremo continuare a sostenere, equipaggiare e finanziare un movimento di resistenza per incendiare tutta l’Ucraina e costringere i russi in una lotta a lungo termine contro un’insurrezione che non potranno mai vincere e che alla fine porterà alla caduta di Putin”.

Intanto, continua l’autore, si deve mantenere alta la pressione sul fronte diplomatico e usare al meglio lo strumento delle sanzioni che deve servire a “prendere la Russia alla sua giugulare finanziaria ed economica. E se queste sanzioni saranno tanto dure da danneggiare anche noi in Occidente, allora questo fa parte del costo che dobbiamo pagare per indebolire il regime di Putin. Non dobbiamo dimenticare che stiamo affrontando una lotta esistenziale e, di conseguenza, dobbiamo essere preparati a fare sacrifici”. Questo assalto non provocato, conclude Richard Shirreff, ha cambiato ogni cosa. “Nella migliore delle ipotesi, dovremmo aspettarci una nuova guerra fredda per almeno una generazione sul fianco orientale della Nato. Nel peggiore dei casi, dobbiamo essere preparati per una guerra totale con la Russia”.

Si veda anche

Deploying reality against Putin (The Economist)

Liberal democracies must defend their values and show Putin that the west isn’t weak(The Guardian)


Vladimir Putin’s nuclear threat shows how much is going wrong for him in Ukraine

Per l’Economist l’invasione dell’Ucraina non sta andando secondo i piani previsti da Mosca. Le forze russe non riescono a sfondare, nè a prendere le maggiori città. Certo Putin può aumentare l’impiego di mezzi e truppe e prepararsi per un confronto lungo e duro, ma “nel momento in cui Putin sarà obbligato a condurre una simile guerra di logoramento, avrà già perso”. La guerra e le atrocità russe, che hanno preso di mira città e civili, ha forgiato un nuovo spirito patriottico, il che significa che se anche Putin dovesse vincere, e imporre un governo fantoccio a Kiev, chiunque governerà nel nome di Mosca sarà considerato dai cittadini ucraini un governo illegittimo.

Ma i problemi per Putin non sono solo a Kiev. Sembra sempre più chiaro che l’élite russa è sconvolta – e impoverita – dal suo avventurismo paranoico. Più i suoi piani andranno male in Ucraina, prima inizieranno a manifestarsi crepe nel suo regime e più il popolo russo scenderà in piazza. Se Putin vuole mantenere il Cremlino, potrebbe essere obbligato a imporre un terrore di una gravità che la Russia non vede da decenni.

Il primo errore di Putin è stato quello di sottovalutare il suo nemico. Forse credeva alla sua stessa propaganda: che l’Ucraina non è un vero paese, ma uno stato fittizio governato da figuranti. Per questo, forse, si aspettava che l’Ucraina sarebbe crollata alla prima spallata russa.

Il secondo errore di Putin è stato quello di gestire male le proprie forze armate. La sua forza aerea finora non è riuscita a dominare i cieli. Ha lavorato per rassicurare il suo popolo sul fatto che la Russia non è impegnata in una guerra, ma solo in quella che chiama un’operazione di “denazificazione”. I soldati, incerti su ciò che li aspettasse, si sono presentati in Ucraina convinti di essere accolti come liberatori. Se molte delle sue truppe muoiono nel tentativo di schiacciare le città ucraine, è probabile che le sue stesse menzogne gli si rivoltino contro.

Il suo terzo errore è stato quello di sottovalutare l’Occidente. Putin ha creduto che europei e americani fossero troppo decadenti ed egocentrici per rispondere. Come ogni dittatore, non è in grado di comprendere lo slancio spontaneo dei cittadini in difesa della libertà e della democrazia, per questo quasi certamente è stato sorpreso dall’impennata nel mondo del sostegno all’Ucraina.

Ispirati dal coraggio ucraino e spinti dai propri cittadini, i governi occidentali hanno finalmente trovato la volontà di reagire. Si sono giustamente astenuti dall’azione militare diretta contro la Russia, ma hanno allestito un sistema di sanzioni imponente, anche contro la banca centrale russa e il suo sistema finanziario. Sanzioni così potenti da indurre Putin a minacciare per la seconda volta l’uso della Bomba e questa è una prova ulteriore di quanto sia pericoloso. Indietreggiare per paura di ciò che potrebbe fare significa solo dargli la possibilità di fare altre mostruosità.

Si veda anche

What’s going on inside Putin’s mind? His own words give us a disturbing clue (The Guardian)


The Coming Ukrainian Insurgency

Douglas London, Foreign Affairs

Articoli interessante perchè ragiona sulle possibili conseguenze regionali che si ci potrebbero essere se l’Ucraina dovesse riuscire a prolungare il conflitto e resistere all’invasione. L’autore sostiene che se la Russia insisterà a voler occupare gran parte del paese e installare un regime fantoccio a Kiev, il conflitto entrerà in una nuova fase più prolungata e spinosa per Mosca. Putin dovrà affrontare una lunga e sanguinosa insurrezione che potrebbe estendersi attraverso più confini, forse anche raggiungere la Bielorussia per sfidare il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, fedele alleato di Putin. L’aumento dei disordini potrebbe destabilizzare altri paesi nell’orbita della Russia, come il Kazakistan, e persino riverberarsi nella Russia stessa. Quando iniziano i conflitti, i risultati imprevedibili e inimmaginabili possono diventare fin troppo reali e Putin potrebbe non essere preparato a gestire tali insurrezioni.


Guerre en Ukraine : la double dérive de Vladimir Poutine

Jérôme Fenoglio, Le Monde

Editoriale del direttore di Le Monde, interessante per l’analisi che fa del regime di Putin. Per Fenoglio, il regime putiniano rivela una duplice deriva. La prima “la svolta autocratica sempre più marcata che ha preso il suo regime, organizzato intorno alla sua persona e alle sue ossessioni”. Putin, infatti, ha imposto il controllo assoluto sulla società civile. Avversari, giornalisti e ora parlamentari, consiglieri: negli anni, tutti gli attori della vita politica russa sono stati allontanati, sempre più brutalmente, da una ristretta cerchia ossessionata dalla difesa delle proprie ricchezze e privilegi.

La seconda deriva, per il direttore di Le Monde, viene direttamente da questa evoluzione in senso clanico. Dalla “rivoluzione arancione” del 2004, la democrazia ucraina è diventata l’assoluto ostacolo al Cremlino. Le sue evoluzioni sono vissute come una minaccia esistenziale. È a questa indipendenza, di vedute, di spirito, di comportamento, che Putin intende ora porre fine con la forza.


Putin’s War at Home

Timothy Frye, Foreign Affairs

Articolo di grande interesse di Timothy Frye su Foreign Affairs nel quale analizza la stabilità del regime di Putin e le conseguenze che la guerra potrebbe produrre a livello interno. Secondo l’autore “la più grande affermazione del presidente russo Vladimir Putin è di aver ripristinato la stabilità del suo paese dopo i turbolenti anni del primo dopoguerra.” Tuttavia lanciando un’invasione su vasta scala dell’Ucraina questa settimana, ha messo a rischio quella stabilità. Bilanciare i numerosi interessi in competizione della Russia per mantenere l’ordine e il controllo non è mai stato facile. Ma farlo sulla scia di un conflitto che potrebbe dividere il pubblico e mordere le tasche di alcune élite russe sarà ancora più difficile.

Per quasi due decenni, Putin ha abilmente bilanciato le doppie minacce che tutti gli autocrati devono affrontare: colpi di stato di altre élite e proteste di masse. Un’economia in forte espansione nel primo decennio di questo secolo gli ha permesso di consolidare il potere e l’annessione con successo della Crimea nel 2014 gli ha assicurato un posto nella storia russa. Così ha potuto manipolare le elezioni e l’opinione pubblica, foraggiare i suoi compari pur continuando a migliorare il tenore di vita delle masse e godersi alti indici di approvazione.

Tuttavia, mentre il caldo bagliore del suo successo in Crimea svaniva, Putin ha dovuto impostare una nuova narrazione per legittimare il suo governo. Un decennio di lenta crescita economica, una risposta pessima alla pandemia, la corruzione e la semplice stanchezza della popolazione per il regime putiniano hanno, tutti questi elementi, reso meno efficaci gli strumenti adoperati da Putin per governare la Russia. Per questo, il capo del Cremlino è arrivato a fare sempre più affidamento sui servizi di sicurezza per rimanere al potere, un patto pericoloso che ha comportato una maggiore repressione in patria e una maggiore aggressività all’estero. L’ invasione dell’Ucraina scaturisce da e rafforza questo patto, rendendo Putin più dipendente dagli uomini in uniforme che incoraggiano la sua violenza all’esterno e all’interno.

Si veda anche

Russia’s Weak Strongman (Foreign Affairs)

The Man Behind Putin’s Military (Foreign Affairs)


Ära Merkel ist endgültig beendet: Olaf Scholz vollzieht die dringend nötige Kehrtwende

Articolo di Thomas Sigmund su quella che viene definita una vera e propria svolta storia del governo tedesco di Olaf Scholz, che di fatto pone fine all’era Merkel.

Niente è più come prima. Il discorso del Cancelliere federale al Bundestag segna una svolta nella Repubblica di Berlino. Olaf Scholz ribalta tutto e riorganizza completamente la politica estera e di sicurezza. L’ esclusione della Russia dal sistema informativo di pagamento Swift , 100 miliardi di euro per la Bundeswehr e la promessa di voler raggiungere l’obiettivo arrivare al 2% del PIL per le spese per la Difesa, rappresentano una “svolta mozzafiato (che) pone definitivamente fine all’era Merkel”.


Guerre en Ukraine : assumer le coût des sanctions contre la Russie

Le Monde

Anche per Le Monde quella sovietica è una minaccia esistenziale all’esistenza stessa dell’Unione Europea e se per questo c’è un costo economico da pagare non ci si può tirarsi indietro: “Pensare di influenzare la Russia senza sacrifici è un’illusione.” Le sanzioni veramente efficaci sono quelle la cui entità ha necessariamente un costo per i paesi che le impongono. Un vero isolamento economico della Russia provocherà inevitabilmente un aumento dell’inflazione, un calo della crescita, perturbazioni sui mercati finanziari. Mentre l’esercito, i leader politici e i civili ucraini hanno opposto un’eroica resistenza all’invasore russo, è giunto il momento per i leader politici europei di pagare chiaramente il prezzo della solidarietà e di preparare l’opinione pubblica. “Ritirarsi a causa del costo delle sanzioni oggi significa esporsi a un prezzo infinitamente più alto se Vladimir Putin dovesse raggiungere il suo obiettivo in Ucraina”.


How Gazprom helps the Kremlin put the squeeze on Europe

The Economist

Articolo di grande interesse dell’Economist sul modo il cui Gazprom ha lavorato per perseguire la Grand Strategy putiniana nel lungo periodo, agendo su più livelli, vale a dire aggirare l’Ucraina, rimpinguare le casse delle stato, fare in modo che la rete delle pipeline russe facesse dell’Europa un attore manipolabile dal Cremlino. Per anni, gli sforzi di Gazprom hanno mirato ad “aggirare l’Ucraina, un’importante via di transito per il suo gas, e l’hanno portata a costruire gasdotti alternativi nell’Europa settentrionale e meridionale” con lo scopo di avere delle alternative forti quando i diritti di transito russi sull’Ucraina sarebbero scaduti nel 2024.

C’è di più, Gazprom negli anni non ha aumentato l’offerta di gas seguendo l’aumento della domanda che veniva dai paesi europei, facendone così crescere il prezzo, generando in questo modo profitti record e nel contempo ha mandato un messaggio agli europei “L’Europa non dovrebbe dare per scontata Gazprom”. Di qui non solo l’accentuata dipendenza europea dal gas russo, che in Germania arriva fino al 50% del suo fabbisogno, ma anche il ricatto con cui il Cremlino usa Gazprom come strumento di ricatto per fini politici e strategici. Il caso più estremo in questo senso è proprio quello Ucraino dove la Russia ha aperto e chiuso i rubinetti del gas per punire o premiare le politiche di Kiev.

È improbabile, sostiene l’Economist, che le sanzioni possano danneggiare Gazprom, tuttavia il conflitto causerà comunque gravi danni alla reputazione di Gazprom. È un campanello d’allarme per i paesi europei che dovrebbero investire in più terminali per la rigassificazione del gas e sviluppare ulteriormente la loro capacità di energie rinnovabile per ridurre la dipendenza dalla Russia. Non solo. Ma è una lezione anche per la Cina, dove Gazprom ha fatto perno negli ultimi anni per diversificare i suoi clienti rispetto ai mercati di sbocco europei “anche il Partito Comunista di Pechino ha buone ragioni per preoccuparsi dell’affidabilità di Gazprom mentre osserva la presa longa mano del Cremlino sull’Europa”.

Si veda anche

The Kremlin’s Gas Wars (Foreign Affairs)


Containing Russia, Old School

Holman W. Jenkins, Jr., Wall Street Journal

Articolo interessante perchè sostiene che al di là delle sanzioni economiche gli Stati Uniti e i paesi alleati hanno una serie di vantaggi legati alla loro stessa natura (democrazie liberali) e alla mostruosità dell’attacco condotto da Putin e alle reazioni che esso ha suscitato. Tutti elementi che sono probabilmente stati tralasciati dal capo del Cremlino e che potrebbero avergli fatto sbagliare i calcoli. Il primo elemento è la reazione cinese e il fatto che stanno mantenendo una posizione defilata: “Nemmeno i cinesi – scrive l’autore – quando arriva il momento critico, vogliono l’ignominia di schierarsi con un governo del genere in una guerra non provocata”.

Il secondo errore è quello di aver pensato che gli Stati Uniti e gli alleati della NATO di fronte all’aggressione russa sarebbero corsi a Mosca ad invocare la pace e fare concessioni. Così non è stato.

Il terzo errore è stato quello di credere che le debolezze, gli errori e le difficoltà delle diverse leadership che si sono succedute al potere negli Stati Uniti fossero lo specchio della debolezza americana. Questo, conclude l’autore, potrebbe essere stato il suo più grave errore. Ha ignorato che gli Stati Uniti sono a system of government and politics and global engagement that’s bigger than one man.

Si veda anche

The Eurasian Nightmare (Foreign Affairs)

War in Ukraine is a severe test of China’s new axis with Russia (The Guardian)


History will judge Vladimir Putin harshly for his war

The Economist

L’interesse dell’articolo sta nel fatto che anche l’Economist sostiene che Putin non si fermerà all’Ucraina. “Se Putin dovesse impadronirsi di un’ampia fascia dell’Ucraina, non si fermerà a fare la pace ai suoi confini”. Potrebbe non invadere i paesi della NATO che una volta erano parte nell’Impero Sovietico, almeno non subito. Ma, “gonfio di vittoria” li sottoporrà a continui attacchi informatici e della sua propaganda fino a raggiungere, la soglia del conflitto. In questo modo, Putin minaccerà la NATO direttamente visto che si è convinto che l’Alleanza sia una minaccia per la Russia e il suo popolo. Del resto è quello che ha già fatto con l’Ucraina. Dato che Putin non può dire ai russi che il suo esercito sta combattendo contro i loro fratelli e sorelle ucraini perché hanno ottenuto la libertà, è stato costretto ad orchestrare una campagna di disinformazione per sostenere che in Ucraina era in atto un genocidio ad opera di un governo al soldo di europei e americani. Il che di fatto significa che già ora Putin vende al popolo russo l’idea che la Russia è in guerra con l’America, la NATO e i suoi alleati. L’abominevole verità, continua l’Economist, è che Putin ha assaltato a un paese sovrano, solo perché lui è ossessionato dalla presenza a Ovest dell’Alleanza Atlantica. Per questo sta calpestando i principi che stanno alla base della pace nel 21° secolo, “Ecco perché il mondo deve fargli pagare un prezzo pesante per la sua aggressione”.


Enemies of My Enemy

Michael Beckley, Foreign Affairs

Secondo l’autore, l’ordine internazionale sta andando in pezzi e tutti sembrano avere la soluzione in tasca per risollevarlo. Secondo alcuni, gli Stati Uniti devono solo rimettersi di nuovo alla guida dell’ordine liberale che hanno contribuito a fondare circa 75 anni fa e tutto si sistemerà. Altri sostengono che le grandi potenze mondiali dovrebbero formare un concerto per guidare la comunità internazionale verso una nuova era di cooperazione multipolare. Altri ancora chiedono un grande accordo che divida il globo in sfere di influenza stabili. Ciò che queste e altre visioni dell’ordine internazionale hanno in comune è l’idea che la governance globale può essere progettata e imposta dall’alto verso il basso. Con saggi statisti e grandi vertici, la giungla internazionale può essere domata e coltivata. I conflitti di interesse e gli odi storici possono essere eliminati e sostituiti con una cooperazione vantaggiosa per tutti. La storia dell’ordine internazionale, tuttavia, fornisce pochi precedenti per immaginare che soluzioni cooperative dall’alto verso il basso possano funzionare.

Gli ordini internazionali più forti della storia moderna – dalla pace di Westfalia nel diciassettesimo secolo all’ordine internazionale liberale nel ventesimo – non erano organizzazioni inclusive che lavoravano per il bene superiore dell’umanità. Piuttosto, erano alleanze costruite da grandi potenze per opporsi ai loro principali rivali. La paura e il disgusto per un nemico condiviso, non gli appelli illuminati a rendere il mondo un posto migliore, hanno unito questi ordini. I progressi sulle questioni transnazionali, una volta raggiunti, sono emersi in gran parte come un sottoprodotto di una ostinata cooperazione in materia di sicurezza. Quella cooperazione di solito durava solo finché una minaccia comune rimaneva sia presente. Quando quella minaccia si è dissipata o è diventata troppo grande, gli ordini sono crollati.

Oggi, continua l’autore, l’ordine liberale si sta logorando per molte ragioni, ma la causa di fondo è che la minaccia per fronteggiare la quale si era creato quell’ordine – il comunismo sovietico – è scomparsa tre decenni fa. Per questo finora è stato difficile rianimare quell’ordine, non c’era una minaccia abbastanza spaventosa o imminente da costringere a una cooperazione prolungata tra gli attori chiave.

Finora.

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