Samarkand e gli scricchiolii dell’Impero

di Marco Di Giovanni (Università di Torino)

L’accelerazione improvvisa verso la mobilitazione e il richiamo degli uomini alle armi, che si mostrava necessaria e ci aspettavamo – sul piano militare – dalla fine di aprile, coincide ora con l’accelerazione del processo di annessione. La forzatura di un brutale plebiscito coatto che stenta a trovare riconoscimenti anche fra i “meglio disposti” fra gli attori internazionali, conferma anzi le perplessità di questi di fronte alla strategia del tiranno. A questo punto non solo in termini di credibilità strategica, efficacia e finalizzazione dell’”operazione militare speciale” ma, propriamente, di tenuta del sistema.

E’ strano raccogliere prevalentemente, nella lunga serie di commenti al discorso ufficiale e ai provvedimenti di mobilitazione di Putin, il solo nesso con la dinamica controffensiva dell’Ucraina, capace di recuperare una parte significativa di territorio e di minacciare in diversi settori l’equilibrio del fronte e la tenuta delle linee e dell’occupazione.

Certo non solo questo condiziona le ultime scelte della leadership russa e la stratificazione di segnali che queste sprigionano.

Almeno dalla metà di agosto ai confini dell’impero, in aree altamente sensibili alla presa del potere, l’agitazione è alta e i segnali dell’avvio di dinamiche nuove sono evidenti. I movimenti recenti tra Azerbaijan e Armenia sono forse il segnale più eloquente fra molti. Il drenaggio di risorse della guerra amplifica le carenze del sistema militare russo e compromette la credibilità della sua forza di controllo e di intervento anche nell’orto di casa. Nonostante una serie di iniziative di immagine, la Russia ha dovuto sottrarre risorse a molti settori e scacchieri e la sua capacità di proiezione esterna appare decisamente compromessa. Di più, è proprio la tenuta delle periferie, a questo punto anche interne, ad apparire agli occhi di interessati interlocutori come la Cina un problema, oltre che un’opportunità.

Sono i primi segnali delle linee di faglia lungo le quali può prodursi un collasso dalla imprevedibile portata destabilizzante.

Nel vuoto strategico in cui Putin si è infilato è questo il pericoloso rumore di fondo che l’autocrate ha raccolto presso i suoi perplessi e freddi interlocutori di Samarkand. Alla consapevolezza di una mancanza di visione, nella leadership russa, sulla via d’uscita da perseguire, alla luce di una sostanziosa impotenza militare, si è affiancata palese la preoccupazione per il vuoto che in molte aree si sta creando. Recuperare un qualche supporto esterno significa, per Putin, dover dimostrare di poter riprendere in mano il filo e il controllo della situazione.

Solo a partire da qui si può cogliere tutta la profondità che sta dietro la scelta dei tempi, nei “plebisciti”, e nella tardiva e sia pure “impacciata” mobilitazione: un rischio politico evidente quest’ultima, avvertito nella sua portata e assunto come penultima ratio.

I referendum fissano i paletti – forse disperati ma proposti come rigidi – del “successo” da mantenere e il passo integra in maniera sostanzialmente esplicita la “legittimazione” e la minaccia della scimitarra atomica (uno strumento di “de-escalation” devastante nella dottrina sovietica/russa): siamo determinati ad arrivare fino in fondo. Ma queste sono anche le basi – nella visione di Putin – di quel percorso di “consolidamento” della guerra che certi interlocutori chiedono per mantenere la loro benevolenza.

La mobilitazione corrisponde allora all’altra faccia della garanzia di uno sbocco putiniano del percorso, che crei le condizioni non solo sul campo di battaglia ucraino ma in primo luogo nello scenario dell’impero, di una mobilitazione, politica ma anche materialmente presidiaria, del territorio. I nuovi coscritti saranno per un tempo consistente inadatti ad affrontare con funzioni chiave scenari di combattimento in Ucraina, ma rappresentano l’indispensabile allungamento della coperta presidiaria – sia pure con armi desuete – che gli scricchiolii impongono e che i perplessi “alleati” sostanzialmente richiedono. L’intimidazione atomica è il complemento putiniano per sigillare la non negoziabilità del successo, pur a fronte dei costi politici della mobilitazione imposta.

La dissociazione – urbana e borghese diremmo – che emerge in queste ore di fuga, alberga da tempo fra i timori profondi della leadership putiniana, consapevole dei compromessi su cui ha organizzato la miscela di benefici selettivi, sottomissione passiva, controllo dell’informazione e violenza repressiva del suo potere. Si conterrà se una stabilizzazione militare si accompagnerà al cemento di uno spirito di crociata che può germinare dal tessuto della Russia profonda fanatizzato dal peso di una minaccia configurata come assoluta. Ogni provocazione potrà aiutare a generarne il fantasma ma la crociata è comunque indispensabile per affrontare il difficilissimo futuro dell’economia russa e il rarefarsi delle risorse.

A questo punto allora, il passo tanto a lungo allontanato da Putin è compiuto e la guerra entrerà nelle case dei russi e risuonerà attraverso l’intera estensione degli spazi dell’impero.

La strada è lunga ma d’ora in avanti non sarà solo all’Ucraina che dovremo guardare.

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