La guerra che cambia e le sue nuove asimmetrie

di Marco Di Giovanni

Il tempo disegna quello che appare un consolidamento della guerra di aggressione in Ucraina. Eppure, quasi diventando pienamente “guerra” anche ad occhi russi, questa transizione materializza un “senso” dal quale emergono nuove e insidiose asimmetrie per coloro che si difendono e per i popoli e i paesi che li sostengono. Divergenti posizionamenti tra gli attori, intorno all’economia della morte e della distruzione

La Russia mantiene le modalità operative di combattimento che privilegiano il fuoco dell’artiglieria e la battaglia di usura con metodica erosione delle posizioni, letteralmente distruggendo e svuotando gli spazi urbani. A questo si accompagna la continuità dell’azione dal cielo (ma a basso tasso di presenza aerea) sulle infrastrutture civili e il terrore continuo che deve esaurire la popolazione, tra gli stenti e la morte.

Cambia però il passo del contesto, con una propaganda decisamente più sp all’interno della Federazione. Significativo appare così persino il dilagare di falsità aperte per coprire alcuni colpi subiti (la distruzione della caserma Wagner nell’oblast di Lugansk a dicembre) e il parallelo crescere dei toni all’interno.

Chi ci parla delle trasmissioni televisive ne sottolinea la truculenta rabbiosità antioccidentale, il recupero pieno di una superba inimicizia, l’enfasi sulla solennità della situazione e della tenuta russa.

La mobilitazione resta ancora “parziale” ma si enfatizzano aspetti che sanno proprio di inclusione della popolazione nella guerra: enfasi sulla minaccia al territorio che riapre il tema della protezione aerea delle città interne: più una sollecitazione “alle armi” che constatazione effettiva di una minaccia. Retoriche della mobilitazione come schieramento prima che come fatica e missione.

Sul terreno, difficile computare successi e perdite ma il dato è quello proprio di uno scenario di erosione senza rotture significative e con guadagni limitati russi.

La fase è però cambiata: alla rabbiosa presenza “alternativa” di Wagner, che si è accollata a lungo il lavoro sporco e prosegue sacrificando uomini reclutati in ogni maniera (dunque un soggetto parallelo all’Armata e politicamente meno costoso), si affianca però, dal nuovo anno, il comando affidato apertamente a Gerasimov con una catena di comando che, dalla ritirata da Kherson gestita dalla figura di Surovikin, si è fatta più chiara.

L’enfasi sul ruolo di Gerasimov significa due cose: da un lato, lo sforzo sarà, per quanto “speciale” sia l’operazione, pienamente “nazionale” ed affidato all’Armata come garante di un’azione che ormai ha tempi lunghi e che viene rideclinata con un approccio sistematico e tradizionale: numeri, masse, fuoco distruttivo industriale se non tecnologico.

Gerasimov, secondo aspetto, ha spalle larghe per assumere, di fronte alla nazione, il ruolo di Responsabile gestore della crisi, sgravando in parte Putin dalle ricadute negative di parziali insuccessi sul campo.

Gerasimov vuol dire allora la strada della mobilitazione e della guerra in profondità.

Anche qui, dunque, un passaggio. La riorganizzazione logistica e produttiva che scava nelle possibilità lasciate aperte dalla politica delle sanzioni e dalle sue falle. Inclusi in questo tanto il recupero di una capacità produttiva nazionale che, sia pure con diseguali livelli qualitativi e tecnologici per la carenza di forniture, mette definitivamente in moto l’industria nazionale.

Ma inclusa in particolare la disponibilità di forniture esterne, sia in termini di magazzino (forse il ruolo principale della Korea del Nord) sia in termini di produzione (Iran).

Certo, il ricorso di emergenza a forniture di fabbrica iraniane non depone a favore della retorica putiniana intorno alla potenza tecnologica di prima grandezza della Federazione. Questi apporti però risultano pienamente fungibili nello scenario, come anche le montagne di proietti d’artiglieria, depositi di magazzino, o la rifunzionalizzazione in vesti trasformate e con ruolo di supplenza di tutti gli strumenti di fuoco disponibili (i missili navali convertiti in tomahawk da lanciare contro infrastrutture e città).

Ma tutto questo apre la strada ad una riflessione più profonda sul riplasmarsi delle asimmetrie di questa guerra.

Gli esordi vedevano la resistenza disperata e tellurica di un esercito “territorializzato” in funzione delle riforme del 2018 (l nuovo ROC Resistance Operating Concept), intrecciando all’azione delle unità regolari addestrate quella di una milizia capace di proteggere in varie forme il territorio. Il tutto integrando efficaci armamenti leggeri, comunicazione in rete e intelligence occidentale per mettere in crisi profonda l’originaria ambizione putiniana. Il colpo di mano è fallito nell’arco di 72 ore e si è aperto lo spazio per il completo ingolfamento operativo di un dispositivo troppo ambizioso in termini di ampiezza e ipotesi di occupazione e disperatamente goffo nella logistica, oltre che carente di forniture di base, soluzioni tecnologiche, comando e controllo.

Lo scenario lasciava spazio alla speranza che la resistenza ucraina, sempre più determinata e convinta, e i suoi colpi, definissero una economia delle perdite e delle spese inaccettabile per Putin.

La rimodulazione dell’Operazione speciale, tra la tarda primavera e l’estate, ha misurato il ridimensionamento forzoso, sino ad agosto apparso solo provvisorio, delle ambizioni territoriali, poi alla fine fissate con l’annessione delle quattro zone del sud-est. Un passaggio in apparenza paradossale perchè coincidente con una ritirata, ma intrecciato anche alla “mobilitazione parziale”

Le spallate subite con il recupero offensivo ucraino di settembre-ottobre hanno così definito un nuovo scenario, dopo gli assestamenti nella responsabilità di comando (Surovikin).

Un processo di consolidamento, anche a rassicurazione degli attori esterni e interlocutori del vertice di Samarkand: garantirsi gli strumenti per mantenere il controllo dell’impero anche nelle periferie, scricchiolanti, con una presenza militare adeguata. Aprire la strada a una seconda fase “profonda” che superasse gli errori e i limiti dell’approccio iniziale e associasse agli strumenti “di eccezione” – peculiarmente coloniali – attivati a primavera, Kadirov e Wagner, logiche e mezzi della tradizione. Declinando la guerra come usura, della popolazione con l’attacco devastante alle sue condizioni di vita invernali, e dell’apparato militare avversario affrontato con un dispositivo che assuma il respiro necessario e punti sulla “eterna” determinante dei numeri e sulla tollerabilità di costi e perdite.

La scommessa di Putin è ancora quella sul futuro cedimento dell’Occidente, giocata però sulla lunghezza degli anni (potenziale e certo non priva di difficoltà anche per la Federazione) e non più sul cedimento immediato sognato con il colpo di mano e, subito dopo, con la prima offensiva a sud (Mariupol,  il Mar d’Azov, Odessa) e ad est (area di Kharkiv).

Agli esordi, sosteneva la causa ucraina l’originario paradigma asimmetrico, con l’occupante che si consumava, con costi e perdite impreviste, di fronte a un avversario e a un territorio incontrollabile. Reincanalare lo scenario nella prospettiva della guerra di usura per l’acquisizione di territori, ancorchè devastati e svuotati di popolazione – in parte letteralmente deportata nelle prime settimane – è stata la via per mantenere accesa una operazione che è diventata una guerra per il regime.

Sotto questo segno muta la scala dei costi accettabili, progredisce con cautela ma con intensità crescente il coinvolgimento solenne della popolazione russa nella prova, si trasforma anche la posizione relativa degli attori contrapposti.

L’Ucraina è totalmente mobilitata ma costretta a subire sofferenze terribili in ogni settore: dovrà misurare – reciprocamente alla Federazione – la capacità di assorbire colpi e perdite con un dispendio più alto determinato dalla esigenze di proteggere per quanto possibile la popolazione (problema che manca ai russi) e di rispettare la vita e il coraggio dei propri soldati (aspetto che per ora viene “contenuto” dai russi arruolando soprattutto nelle aree periferiche della Federazione e drenando risorse mercenarie di ogni tipo per i compiti più ingrati o feroci). La determinazione distruttiva, priva di ogni argine e discrimine, fissa una polarità etica che diventa asimmetria operativa.

Proteggere costa e l’impiego indiscriminato di mezzi a basso tasso di tecnologia e costo ma distruttivi ed efficaci se impiegati in massa, esalta l’asimmetria tra l’aggressore e chi si difende. I missili antiaerei constano anche 50 volte più dei droni iraniani che abbattono. Sbilanciamenti economici che insidiano la possibilità di proseguire senza cedere.

In fondo, a questo punto, i tempi lunghi di Putin scommettono sulla critica possibilità delle democrazie, plurali tra loro e negoziali al loro interno, di reggere una mobilitazione crescente. Sin qui ripartita tra più attori ma ora chiamata a un salto di qualità.

Asimmetria di fronte alla sofferenza, asimmetria di fronte ai costi e al tempo. Dati di fatto e certamente anche una scommessa politica interna per Putin che si presenta come disposto a tutto. E apparentemente incurante di sanzioni e indebolimento imminente degli equilibri finanziari di bilancio.

Un calcolo che può sbriciolarsi, ma solo se i mezzi per l’Ucraina arriveranno finalmente per tempo, e tali da intaccare con i loro effetti paralizzanti e in profondità, la sicumera e gli ingranaggi della macchina di distruzione. Non contare solo sulla formidabile agency resistenziale ucraina, ma restituire alla superiorità tecnologica, anche a questi più elevati livelli di strutturazione del conflitto, la sua virtualità di rigenerare una panoptica e vincente asimmetria.

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