Hello World


Capolavoro


Autore: Hannah Fry; editore: Bollati Boringhieri; pagine 231

Nell’era degli algoritmi, l’essere umano non è mai stato così importante (Hannah Fry)

Libro splendido, scritto meravigliosamente e tradotto ancora meglio. Complesso senza essere complicato, serissimo senza salire su nessuna cattedra.

L’autrice, Hannah Fry, affronta la questione dell’intelligenza artificiale e delle sue conseguenze politiche, sociali, economiche e tecnologiche senza i toni catastrofisti di alcuni (l’IA ci distruggerà) o eccessivamente entusiastici di altri (solo l’IA può salvarci dalla distruzione). Al contrario lo fa con grande moderazione e pragmatismo, con la consapevolezza che ogni tecnologia, e l’IA non ne è esclusa, è un prodotto umano e come tale fallibile, in quanto costruito con il genio, i pregiudizi e gli errori di chi la costruisce.

Il che significa che l’idea che l’IA possa, nel bene e nel mare, ambire all’infallibilità è un atto di fede, lo stesso di quanti hanno dato vita e si sono genuflessi a movimenti totalitari, che nella razza, nel Volk millenario, nel mercato o in una particolare ideologia hanno visto la soluzione ad ogni aspetto dell’umana avventura.

Hannah Fry con un approccio che tiene saldamente in piedi per terra (e in parte riprende quello di Erik Brynjolfsson  e Andrew McAfee ne “La nuovo rivoluzione delle macchine”) spiega laicamente ciò in cui l’IA può eccellere e ciò in cui può creare disastri. Nel contempo spiega quali sono gli errori che gli uomini possono commettere in relazione con l’IA: un approccio fideistico, per l’appunto; e quali sono le cose eccellenti che possono fare, vale a dire un approccio collaborativo: una nuova divisione del lavoro tra uomo e macchina.  

Questo approccio fideistico, nel bene e nel male, merita una piccola riflessione. Si commetterebbe un errore grave a pensare che le nostre siano società senza sacro. Chi accusa la modernità di essere una società senza dio perché secolarizzata è sulla cattiva strada. Ogni società, per poter esistere, ha bisogno di ruotare, come una trottola, sul fulcro di un nucleo di valori che considera sacri, intoccabili e non falsificabili.

A differenza delle società del passato, le nostre società aperte hanno tolto dagli altari della fede pubblica le divinità trascendenti, per porvi l’uomo e la fede nella capacità di far si che, con la sua intelligenza, il domani sia migliore dell’oggi. Di qui la fede nell’umano, nei prodotti della sua intelligenza (scienza e tecnologia) e la fede nel progresso.

Il fideismo degli apocalittici e degli ottimisti nasce da qui. Eppure, conviene essere cauti e partire dal presupposto che uomini e macchine possono sbagliare. Di qui la necessità che tra i due si stabilisca una cooperazione che consenta di “condividere pregi e difetti” dell’uno e dell’altro, come scrive l’autrice, e non una delega di responsabilità o un rapporto gerarchico.

Sugli esseri umani continuerà per sempre a gravare il compito difficile, spesso angosciante, ma comunque liberatorio, di dover scegliere. Le nostre società e ricchezze si fondano sul libero arbitrio di massa. Le ricette contrarie hanno fallito.

L’algoritmo può, grazie alle sempre maggiori potenze di calcolo, elaborare una immensa quantità di dati, mostrare i risultati di questa elaborazione agli uomini e lasciare che siano essi a decidere. Per fare un esempio “le reti neurali che analizzano gli esami istologici alla ricerca di tumori al seno sono così efficaci (…) perchè l’algoritmo non decide se un paziente ha il cancro, ma riduce sensibilmente il numero di aree sospette da sottoporre all’attenzione del patologo, evitandogli di dove esaminare un’infinità di cellule”.  

Dopo essere stato battuto da una macchina (Deep Blue dell’IBM) Garry Kasparov non ha smesso di giocare a scacchi, è anzi diventato uno dei maggiori sostenitori  degli “scacchi avanzati”, dove un giocatore in carne e ossa collabora con un algoritmo contro un’altra squadra. L’algoritmo valuta gli sviluppi possibili di ogni mossa riducendo la possibilità di errore del giocatore che ha comunque l’ultima parola. “Giocando con l’aiuto del computer – è Kasparov a parlare – potevamo concentrarci sulla strategia, evitando di sprecare tempo a fare calcoli. In tali condizioni la creatività umana diventava ancora più importante”. 

Gli esseri umani sono animali che producono macchine in grado di consentirgli di poter esprimere ad un livello più alto l’essenza stessa della sua umanità e cioè l’empatia, la fantasia e dunque la creatività.