L’ immagine secondo Kubrick


da non perdere


Autore: Flavio De Bernardi; editore: Lindau; pagine: 151

L’uomo porta, anzi trascina, sempre con sé tutto sé stesso, tutto ciò che è stato in quel che sarà o saprà diventare. Ma ci sono casi ben curiosi nella storia.

Gutenberg era un orafo. I primi fotografi erano dei chimici. Kubrick era un fotografo. Non un direttore della fotografia, antecedente non raro nella storia del cinema, si badi bene, ma un fotografo.

Nel dire che “fare un film è fotografare la fotografia della realtà”, Kubrik sottintendeva una quantità di concetti e di esperienze pregresse.  Questa frase è divenuta l’ottima ossatura di un libro sottile e prezioso. Parafrasando, si potrebbe dire, di un libro che è esso stesso una “narrazione della (di una) narrazione della realtà”. 

In primis il volume esplora quanto questa affermazione abbia di universale e se, come ebbe a dire Brandi, “tutto il procedimento tecnico che dà luogo al film…non è altro che una estensione e un’articolazione della messa in posa o presa d’immagine cinematografica” vi è in questo senso indubbiamente molto da dire.

Questo ecosistema di immagini, capace non già di rappresentare la realtà, che in fondo è loro matrigna o tuttalpiù indifferente, ma piuttosto di simbolizzare un mito o un sogno diventando arte, si nutre delle più disparate e stratificate suggestioni. E l’Autore lo spiega assai bene.

Un  film sarebbe una  raccolta di infiniti momenti cristallizzati nel tempo e nello spazio, animati dalla convenzione illusoria di un movimento, una forma quindi perennemente interrotta e gioco forza approssimata, insomma un’equivalente artistico di un patto col diavolo che Kubrick sapeva padroneggiare senza tuttavia essere immune ad una certa sofferenza: ma quando fermare le attività di post produzione, nel suo caso lunghissime e travagliate, quando, faustianamente, gridare all’attimo fuggente  «Arrestati, sei bello!»? Un interrogativo per cui il libro cerca di fornire chiavi interpretative, come del resto accade nelle pagine che seguono dedicate alle radici artistiche e culturali del celebre regista. Si allude ai rilevanti debiti letterari (Kafka su tutti), con registi del passato (Welles ad esempio) ma anche al potente parallelismo, per certi versi influente e anticipatorio, che esiste tra l’arte di Kubrick e l’arte contemporanea. Se infatti cinema è “fotografare la fotografia” della realtà, con tutte le reciproche influenze e rimandi incrociati che ne scaturiscono, anche l’arte moderna è da tempo catturata nello stesso meccanismo di trasfigurazione e riduzione/amplificazione del reale in un’opera d’arte e al contempo di trascinamento dell’espressione artistica nell’attualità.

Al di là di certi passi a volte un po’ ostici e di altri che avrebbero forse avuto bisogno di maggiore spazio per esprimersi nel testo (tutto sommato un po’ limitativo iniziare l’analisi da “2001: Odissea nello spazio”), il volume non lesina passaggi e approfondimenti di grande interesse.

L’analisi, corredata di un interessante apparato iconografico, relativo ad alcuni selezionati frames dei film di Kubrick da “2001: Odissea nello spazio” in poi, si legge davvero in un soffio e trascina il lettore con stimolanti e a volte sorprendenti argomentazioni. Nulla nasce nel vuoto si dirà, tantomeno il linguaggio artistico di un regista così influente, e quindi è per certi versi ovvio che i prodromi di un’opera si trovino o si nascondano in quella precedente, ma trovare questi fil rouge, far sì che certe tesi presentino tratti di originalità e non sembrino tirate per i capelli o troppo soggettive non è mai banale.  E quando queste chiavi interpretative sono ben oliate e girano a dovere nella toppa, ecco che mettono in grado anche il profano di ricavare delle sintesi assai soddisfacenti e illuminanti. In questo senso leggendo le pagine del libro dedicate, capitolo per capitolo, ai sei film che vanno da 2001 all’ossimoro filmico “Eyes Wide Shut”, canto del cigno del regista, si potrebbe dire che tutta la sua produzione sia come un gioco a rimpiattino tra immagini e simboli ricorrenti e che le sue opere siano un po’ come la fenice, dove la successiva rinasce direttamente dalle ceneri, o per meglio dire dai bagliori degli ultimi frame, della precedente.

Succede con “2001: Odissea nello spazio” che è l’incontro affascinante tra un viandante e una sentinella.

La sentinella, come nell’omonimo racconto di fantascienza di Arthur Clarke che ispirò Kubrick è il monolite (anche se nel testo originale si trattava di una piramide lucente circondata da un campo di forza sferico e non di un parallelepipedo oscuro ma poco importa, dato che si tratta comunque di figure perfette e la perfezione, si sa, è di per sé un potente messaggio), ovvero la porta verso l’ignoto e l’incognito che domina come si sa “2001: Odissea nello spazio”.  Il viandante invece è Bowman, l’uomo che nel film percorre simbolicamente attraverso la sua allucinata vicenda l’intero arco della vita umana.

La figura del monolite non abbandonerà più il regista e lo si potrà ritrovare, seguendo la chiara narrazione del libro, nei momenti topici delle opere successive, così come lo stesso si può argomentare per la rappresentazione di certi luoghi, quasi degli archetipi, che sono rintracciabili in tutti e sei film: la stanza da bagno, la porta, il corridoio. La lettura degli stessi film attraverso questi luoghi, inesorabili e mimetici come dei sogni ricorrenti, è molto gustosa e accattivante.

Lasciamo al lettore approfondire e condividere i vari temi di cui il libro è ricco ma non possiamo non concludere dicendo che a nostro avviso e proprio in questo che si riconosce una bella pubblicazione: è come quando ci si alza da tavola e si è felici ma non sazi, anzi si è felici proprio perché non si è sazi. Un bel libro si continua a leggere anche, anzi forse soprattutto, quando è finito, perché non lo si legge più nelle pagine ma lo si seguita in sé stessi.

E così abbiamo fatto anche noi che l’abbiamo sfogliato, non sfuggendo al sortilegio della lettura e del gioco infinito dei rimandi e dei parallelismi, per cui ci è venuta voglia di leggere ancora ma queste belle centocinquantuno pagine erano purtroppo terminate. Ci sarebbe la stoffa per andare anche oltre.

E ci siamo chiesti tra le molte cose: ma se Kubrick fu influenzato dalla foto di Diane Arbus, Identical Twins, per le celeberrime gemelline di Shining che si tengono per mano, non accadde forse lo stesso per la Arbus stessa, morta suicida in una vasca come la donna che Jack trova nella vasca della stanza 207 dell’Overlook Hotel? E l’Alice di Eyes Wide Shut, la donna-monolito che, come approfondito nel volume, chiude l’opera di Kubrick con il peso di un epitaffio e ammicca allo specchio nel trailer del film non lo attraversa in certo senso come la sua omonima del romanzo “Alice dietro lo specchio” di Lewis Carroll? Lo specchio è dunque esso stesso un corridoio? Nella scena finale del film, Alice e Bill attraversano un negozio di giocattoli, una sorta di Wonderland, pochi attimi prima che Alice pronunci la famosa battuta che chiude il film: forse allora pensandoci bene anche scrivere un libro è un gioco di approssimazioni successive proprio come la produzione di un film, cui non c’è mai fine proprio come alla sete del lettore. Sta forse proprio a lui allora, come allo spettatore di un film, scoprire quanto è davvero profonda la tana del Bianconiglio.