L’altra specie


da non perdere


Autore: Roberto Cingolani; editore: ilMulino; pagine: 166

Questo è un libro fatto di parole di realismo e buonsenso su un argomento sul quale in tanti si esprimono spesso con toni eccessivamente enfatici, quasi isterici.

L’argomento è quello relativo allo sviluppo tecnologico, alla nuova età della macchina, al ruolo che i robot avranno nella società del futuro e sulle nostre vite.

Roberto Cingolani, direttore del prestigioso Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, è una autorità in questo campo e con grande pragmatismo smonta le fantasie più o meno pessimistiche di alcuni e gli slanci più o meno ottimistiche di altri.

Per dire, l’idea che l’ “altra specie” i robot che costruiremo, possano eguagliare gli uomini è, di per sé, assai difficile a realizzarsi. 

Il motivo? Semplice, mentre gli esseri umani seguono le leggi delle biochimica e il nostro cervello per fare tutto quello che fa necessita di meno di 40 watt; i robot seguono le leggi dell’elettricità e se dovessero fare quello che gli umani fanno, avrebbero bisogno ciascuno di una centrale elettrica propria per alimentare la potenza di calcolo necessaria. Questo significa – scrive Cinglani – che “l’intelligenza elettronica e il corpo meccanotronico funzionano con meccanismi diversi da quelli biologici”, pertanto con questi standard tecnologici è impossibile ipotizzare tanti robot intelligenti autonomi. Il che vuol dire che “i robot resteranno individualmente ‘stupidi’, con una capacità computazionale limitata a qualche miliardo di operazioni al secondo per poche centinaia di watt, necessaria per muoversi con abilità e interagire fisicamente con il mondo”. Mentre tutta la parte che riguarda la conoscenza, quella che molti sembrano temere di più, dovrà probabilmente essere gestita con “l’ausilio di una mente unica a cui tutti i robot saranno collegati (…) che utilizzerà il cloud per conservare tutte le informazioni e le ‘cose imparate’ dai robot, in cui ciascuna macchina potrà fare l’upload e il download delle proprie conoscenze”.

Questo ha delle implicazioni importanti, la prima delle quali è che i robot, attingendo ad un’unica “fonte della conoscenza”, ragioneranno e si comporteranno tutti allo stesso modo: “vista la natura algoritmica della loro intelligenza, dato un set di dati e un set di condizioni al contorno, tutti i robot raggiungeranno sempre la medesima conclusione come conseguenza della soluzione dello stesso algoritmo. Questo non succederà mai con gli umani che, nella stessa situazione e con le stesse condizioni, sono capaci di decidere differentemente in base allo stato d’animo, alle precedenti esperienze e persino al diverso livello di coinvolgimento e di empatia relativo a quella precisa situazione”.

C’è un ulteriore punto che l’autore mette in evidenza e cioè il fatto che in quanto esseri non biologici, i robot non hanno sentimenti, che altro non sono – per usare l’espressione di Harari – che algoritmi biochimici necessari a mantenere gli esseri umani in vita e a perpetuare la specie. Questo vuol dire che le macchine non proveranno né rancore né rabbia, né voglia di sopraffazione o di vendetta. L’idea che tanti tecno-pessimisti diffondono a piene mani e cioè che un giorno le macchine potrebbero rivoltarcisi contro, non solo è ridicola (sarebbe pensare che la nostra stampate – oggetto ormai in via di estinzione – possa minacciarci, per dirla con Andrew McAffe), ma non ha alcun senso: i sentimenti sono un prodotto legato alla nostra natura biochimica, natura di cui le macchine non sono fatte. Insomma, a differenza delle macchine “noi esseri umani siamo tutti indipendenti, pensati autonomamente e imprevedibili. La nostra irrazionalità e imprevedibilità ci rendono diversi ed eterogenei”.

Ciò vuole dire che il problema non saranno le macchine, ma, come al solito, gli essere umani che controlleranno e programmeranno le macchine e gestiranno il cloud e questo perché, come si è detto, nelle mente umana esiste una quota, difficile dire quanto ampia, di irrazionalità, di tracotanza, di boria, di follia. Di fatto, siamo stati impastati male. Pertanto, invece di farci prendere dalla paura del futuro e della tecnologia (di fatto da sempre la nostra più grande alleata) sarebbe utile ricordare che, per dirla con Manzoni,  il cuore umano è un “guazzabuglio” che può produrre anche disastri.

Prima di concludere però è necessaria qualche precisazione. Questo libro non è solo il tentativo (riuscitissimo) di falsificare alcune teorie in circolazione. Ma contiene anche due cose forse ancora più importanti. La prima: un forte appello alla unità dei saperi, contro quell’iperspecializzazione che rischia di fare male all’Accademia italiana, alla necessità cioè di combinare i diversi settori disciplinari, abbattendo anche il muro che separa le materie umanistiche da quelle scientifiche. 

La seconda: il libro è pieno di poesia sulle capacità umane di andare oltre i limiti fisici imposti; è un piccolo inno alla curiosità degli esseri umani e insieme alla umiltà di ispirarsi ai meccanismi evolutivi della natura. Una lode alla capacità innata in ogni bambino, e che ogni adulto dovrebbe aver cura di preservare, di stupirsi di fronte al mondo e di commuoversi di fronte all’ignoro.

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