L’ incantevole sirena


da non perdere



Autore: Francesco Palmieri; editore: Giunti; pagine: 372

Ogni città ha la sua propria forza di gravità. Attraverso di essa è in grado di attrarre e trattenere una quantità di storie.  Napoli anche in forza della sua peculiare geologia, un complesso arcipelago verticale fatto di cavità e sotterranei in cui la storia non si fossilizza ma si inabissa come in una bolla d’aria nell’ambra isolandosi e mantenendosi viva e vegeta, ne è indubbiamente più dotata di altre.

Di questo ci si convince leggendo questo volume cui va stretta ogni tipo di collocazione. Personalmente, la vedo come una cronaca. Sì, perché se in effetti si può dire di conoscere una città solo quando ci si consumano a dovere le suole delle scarpe, questa è la narrazione di una lunga passeggiata: e poco importa se ci si muova nello spazio (e non solo, anzi meno, quello orizzontale) o nel tempo.

La Napoli-Partenope non ha alfa né omega: non si vede da dove viene, non è scritto dove va. Ma interseca in tutte le altre caselle storia, letteratura, costume, musica, cronaca e lo fa in un modo tutto suo. È relativamente facile e strada già esplorata quando si scrive di Napoli, accumulare leggende, oppure intraprendere una operazione che ammicca al puro folklore, piena di stereotipi e di humor stantio da pellicola di “serie C”. O peggio, scadere nell’esaltazione di aspetti violenti e deteriori che denotano solo una sconfortante e antiestetica pochezza di idee, cosa che ultimamente va molto di moda. Il libro non offre queste cose, perché si muove bene sulla cresta dell’onda senza cader preda di quelle forze distruttive. Del resto non c’è bisogno di caricare a tinte forti alcun tratto nel dipinto, basta solo dar voce alla città, e lo sa bene l’autore quando dice che “C’è nella violenza della città un tratto onirico che non la stempera, ma la fomenta. Una parete fragile che separa gli incubi dalla realtà…”

Prendiamo il capitolo sulla vita sognata, che descrive sapientemente non una “città dei sogni” ma certo una “città del sogno” dove il Diavolo ha i suoi grattacapi a farsi riconoscere e trovare un ruolo, visto che con la paura si gioca e ai fantasmi, quando tornano, non si chiude la porta in faccia ma anzi li si accoglie, con senso di ospitalità tutto meridionale, come ospiti inattesi ma tutto sommato graditi. Tutte belle e interessanti le storie sui fantasmi che popolano il libro, come le pagine dedicate a fate e munacielli. L’autore ha ragione a parlarne in esergo del volume, la cosa ci ha fatto riflettere su un fatto di una semplicità disarmante: a quale altra città del mondo se non a Napoli fin dal Seicento si dedicano guide “turistiche” dove ci sono capitoli espressamente dedicate non già a monumenti, personaggio o fatti storici, ma a fantasmi? In questo senso avrebbe meritato almeno una citazione l’Abate Pompeo Sarnelli il quale nella sua celeberrima guida “La vera guida de’ forestieri in Napoli” nel Settecento si sente in dovere di giustificare le molte incursioni spiritiche in Città dicendo “che in molte case in diverse parti del mondo sian rendute inabitabili per somiglianti infestazioni degli Spiriti…è così certo che la pratica Forense della Spagna permette che il conduttore della casa il quale non sapeva di tali inquietudini, possa lasciarla senza pagarne la pigione

Che nel secolo dei lumi (leggete tra tutti il passo “l’illuminismo fa le corna”) nella città che “è giardino d’Italia che è giardino del mondo” vi fosse questa necessità di irrazionale è ben espresso nel volume quando si parla di superstizione e, in maniera assai godibile, di jettatura. Alla fine si trattava di un “compromesso” tra un moto di pensiero che nasceva in ambiti nord europei dove il trionfo della tecnica era tangibile e un’Italia meridionale assai arretrata dove di questo moto rimaneva solo una (potente) idea.

Contraddizioni si diceva, dunque, che poi proseguono nell’Ottocento in una Napoli frustrata dalla storia e lacerata dai tumulti del Risorgimento e dalle storture dell’amministrazione Borbonica in cui si comprende l’esplosiva situazione politica e sociale e il degrado di una città abituata ad essere da sempre una capitale europea che si trovava progressivamente ad essere relegata ai margini di un continente e anche di una nascente nazione. Qui il bersaglio della irrazionalità e della spiritualità strisciante e a volte conclamata non è più l’illuminismo ma il positivismo, controbilanciato da un amore quasi ossessivo per l’esoterismo e le dottrine ermetiche che raggiunge le sue vette in alcuni personaggi ben descritti nel libro, come la medium Eusapia Palladino.

Ma in città nasce anche il noir italiano parallelamente e a volte in modo anticipatorio dei maestri internazionali del genere, da Poe a Doyle, grazie l’opera di scrittori ahimè quasi dimenticati o comunque largamente sconosciuti al grande pubblico, come il napoletano Francesco Mastriani, Matilde Serao, Edoardo Scarfoglio, Luigi Capuana e molti altri. Non se ne parlerà mai abbastanza e il libro ha il merito di farlo.

Già, letteratura.

Napoli e la parola, Napoli e il racconto. Un connubio con esiti storicamente eccelsi.

Qui non è lo scrittore che adotta una città ma l’esatto contrario, è la metropoli che ingloba chi la racconta, poco importa se in prosa o in versi e canzoni. Leggendo questo libro viene da pensare che forse è il merito è tutto della cabala e del Lotto. Come ci dice l’autore, infatti, il Lotto non nasce a Napoli, ma a Napoli prospera e sembra per alcuni tratti inglobarne tutta la vita sociale come ne scriveva Borges nel suo celeberrimo racconto sul “gioco” di Babilonia.  Per dare i numeri giusti, ci vogliono i sogni, ma i sogni, velati, vanno rivelati: e chi lo fa? Gli “assistiti” “esseri malinconici e di spirito sottile” …marginali, a volte incompresi, malaticci e misteriosi, i cui occhi scuri vedono quello che per altri non c’è, interpretano l’inconscio e “vagano qua e là, senza fermarsi un minuto sullo stesso punto”… non sembra proprio il ritratto di uno scrittore?  E del resto non si legge proprio in questo volume che Leopardi prediligeva la Napoli notturna e, per la disperazione del Ranieri, forse lui stesso si considerava un “assistito” e, nei rioni popolari, “giocava stranamente”?

L’ultima cartolina di viaggio la vogliano dedicare al Cimitero delle Fontanelle, luogo dove davvero l’inconscio si è materializzato e non ha più fatto ritorno nel mondo immateriale. Il luogo è descritto nel volume a più riprese e da diverse angolazioni e dimostra oltre ogni dubbio che i napoletani sposavano certamente le posizioni di Foscolo, in barba all’editto napoleonico di Saint Cloud il quale stabilì che le tombe venissero poste al di fuori delle mura cittadine, e che fossero tutte uguali. Del resto non era la prima volta che Napoli voltava scientemente, sistemicamente, le spalle ad un provvedimento di legge imposto dall’esterno, stabilendo in questo caso un rapporto antropologicamente unico con i suoi morti, “adottandoli” e quindi de facto dialogando in modo unico e a volte assai bizzarro col suo passato. “Chi visita il cimitero delle Fontanelle può notare, tra le file ordinate dei teschi, che alcuni sono girati. I devoti insoddisfatti, per ritorsione, voltano faccia al muro il cranio inefficace. Il presunto tradimento è sanzionato a spese della testa. Nell’Aldilà. Nell’Aldiqua.”

Immaginiamo quindi che Napoli, in questa ormai prossima “ottobrata napoletana che è come un maggio allo specchio” (bellissima immagine) possa essere grata all’autore per questo libro e che, se potessero parlare, il dialogo tra i due si svolgerebbe proprio come capitò a Tommaso una volta che ebbe ultimato il trattato sull’eucaristia “Bene scripsisti de me quam ergo mercedem accipies?” disse una Voce sollevandolo; e l’Aquinate, come ogni autore soddisfatto e un po’ lusingato rispose “Non aliam nisi te”.