Innovare davvero


da non perdere


Autore: Alf Rehn; editore: Roi Edizioni; pagine: 22

Le migliori menti della mia generazione sono impegnate a pensare solo a come convincere le persone a cliccare su un annuncio pubblicitario. È uno schifo.

Jeff Hammerbacher

Se qualcuno almeno una volta si è chiesto a che cosa gli possano servire tre telecamere su un telefonino, un televisore grande quanto una parete in una stanza di dieci metri quadri o il proliferare di una selva di app che servono a farti portare a casa qualsiasi genere di cibo (ma non dovevamo mangiare meno e camminare di più?!), e quelle volte in cui ve lo siete chiesti vi siete anche un po’ vergognati temendo di passare per dei retrogradi luddisti, ebbene, se siete una di quelle persone, allora dovete leggere questo libro.

Leggetelo perché scoprirete che quelle di cui sopra non sono altro che “innovazione superficiale” o per essere più precisi ed usare le parole dello stesso autore Alf Rehn, che si meriterebbe un monumento, si tratta tecnicamente di “bullshit”, anche dette stronzate, come la Corazzata Potëmkin.

L’innovazione superficiale non è altro che il corrispettivo moderno delle cineserie di un tempo: esotiche, appariscenti, ma che di fatto non servono a niente se non a prendere polvere; sono una categoria al di sotto di quelle che Fogazzaro definiva “le buone cose di pessimo gusto”. Il che vale per l’ennesima applicazione per la consegna di qualsiasi genere di cibo a casa, a condizione però che tu viva in una grande metropoli e per giunta in centro (là dove certo non mancano negozi e supermercati e bar dove potersi abbuffare in abbondanza) perchè se abiti in periferia o in provincia (dove negozi e supermercati ce ne sono meno) il rider preferirà gettare la bicicletta da un cavalcavia pur di non portarti da mangiare. Stesso discorso vale per il tessuto intelligente di cui sono fatti certi calzini (troverete la storia nel libro) che ti segnala quando lavarli o quando si stanno scolorendo, o di quel pannolino smart che ti dice quando il pupo si è liberato: Disruptive Technology, non c’è dubbio. “La tendenza – scrive Rehn – a iper-risolvere dei non-problemi viene naturale in un mondo in cui l’innovazione, in astratto, è ormai totalmente separata dai concetti di significato e di buon senso”. Parole sante!

Ecco, questo libro (il cui fine principale è quello di indicare come costruire delle culture in grado di favorire l’innovazione) serve a fare, in primo luogo, pulizia mentale: a dire quello che non è innovazione, quello a cui non correre dietro e quello nel quale gli investitori non dovrebbero buttare soldi. E poi serve a dire che cos’è la vera innovazione, quella che l’autore definisce “innovazione profonda”. 

In che cosa consiste? Molto semplice: in quelle soluzioni che servono a risolvere problemi veri delle persone, e più i problemi toccano un numero vasto di persone più quell’innovazione è realmente profonda, disruptive. Tutto il resto sono chincaglierie, soluzioni che “mirano a risolvere problemi non essenziali”.

Prima di procedere oltre, si fa notare che l’autore sottolinea come spesso i tempi necessari per produrre vera innovazione possano essere molto lunghi, e i processi necessari a crearli molto costosi, il che – almeno in linea di principio e fatte salve tutte le eccezioni del caso – rende la vera innovazione incompatibile con le logiche aziendali. Di qui la necessità di “capitali pazienti”, che non hanno trimestrali da presentare e consigli di amministrazione da soddisfare. Cosa sono i “capitali pazienti”? Sono capitali pubblici e per saperne di più si consiglia la lettura del libro di Mariana Mazzucato Lo Stato Innovatore.

Detto ciò, viene da chiedersi come si fa a produrre questa innovazione di secondo tipo? Anche in questo caso la risposta è semplice, con il pensiero creativo (qui riprendendo in parte gli studi di Robert Reich, Julian L. Simon e soprattutto Peter Drucker) che è il prodotto diretto di alcune cose molto precise come l’inclusività, il rispetto e la diversità… e qui viene ripreso il pensiero di Richard Florida e almeno una delle sue tre “T”: la tolleranza. Tra le altre cose un posto particolare nel produrre innovazione profonda ce l’ha l’immaginazione. Non a caso l’autore conia una nuova espressione (che ci si augura abbia successo) “economia dell’immaginazione”, che, a chi scrive, sembra più appropriata di “economia della conoscenza” o “economia della creatività”. “Proprio perché – spiega Rehn – la produzione industriale diventa sempre più economica, l’immaginazione diventa sempre più importante”; e più oltre: “L’unico vero vantaggio competitivo sarà la capacità di guardare al di là dei dati. (…) Di vedere quello che gli altri non sono in grado di vedere. In una parola di immaginare. (…).  Benvenuti nell’era dell’immaginazione”.

Detto ciò, si pone un altro problema e cioè che cosa intendere per immaginazione. In sintesi si può dire che è la capacità di andare oltre il reale e pensare a soluzioni non reali, ma non per questo impossibili da realizzare; il che vuol dire la capacità di non fermarsi a quanto è dato, ma pensare a quanto è possibile. 

Ma c’è dell’altro: l’immaginazione è, a pensarci bene, il cuore del metodo scientifico popperiano: problemi, teorie, confutazioni. Si inciampa in un problema, si immaginano delle possibili soluzioni, le si testa empiricamente. Anche il progresso scientifico, dunque, quello che ci ha strappato alla trappola malthusiana non è altro che il prodotto della nostra capacità di immaginare, di pensare cose di fantasia, in ultima istanza, di fantasticare. 

C’è da aggiungere una cosa: l’immaginazione va nutrita con cibi diversi, combinando conoscenze scientifiche e umanistiche, rompendo gli steccati dei settori disciplinari. Ecco perché avremmo tutti bisogno, per dirla con Vartan Gregorian, di un corso di specializzazione per diventare generalisti, tenendo a mente che le grandi e iper-specializzate tigri dai denti a sciabola si sono estinte, mentre i topi proliferano in ogni dove.

Non pare eccessivo dunque dire che senza immaginazione, senza la possibilità di creare mondi irreali saremmo ancora insieme al più grande uomo scimmia del Pleistocene (Roy Lewis, Adelphi) a contendere agli orsi qualche caverna in cui ripararci dal freddo. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.