Salute circolare


da non perdere


Autore: Ilaria Capua; editore: Egea; pagine: 118

Per scoprire le cose bisogna prima immaginarle” (Ilaria Capua)

C’è un’idea che ci portiamo dietro da un paio di secoli, e cioè che noi, esseri ora viventi, siamo il punto più alto dell’evoluzione umana sia in termini di sviluppo scientifico, il che potrebbe (sottolineo potrebbe) essere vero, sia in termini di sviluppi concettuali, il che potrebbe non essere vero. 

Così, lo sviluppo dell’umanità, se volessimo rappresentarlo graficamente, sarebbe come una linea retta che in diagonale sale dai tempi falsi e bugiardi dell’antichità fine alle luminose altezze dei giorni nostri. Questo vuol dire che i classici (mi riferisco alla civiltà greco-romana) non hanno niente da dirci, non ci sono utili a risolvere i problemi della modernità.

Ora se qualcuno si prendesse la briga di leggerli per davvero quei classici, senza pregiudizi, scoprirebbe che le cose non stanno affatto così. Questi testi sono illuminanti anche per noi, viventi oggi, perché i loro autori furono, come noi, uomini liberti, cittadini consapevoli di quelle prime società aperte, che riflettevano sugli stessi problemi che noi oggi dobbiamo affrontare.

Il che, a voler dare una rappresentazione grafica a questa filosofia della storia, vorrebbe dire che non una linea retta che sale in diagonale ma una grande “U”, può essere utile a rappresentare le relazioni tra noi e il mondo antico.

Con la civiltà greco-romana si è raggiunto il picco di sinistra dalla “U” per poi iniziare a regredire man mano che le libertà repubblicane venivano soffocate, per riprendere a salire quando le tirannidi furono imbrigliate dal diritto. Questo d’altro canto vuol dire che più avanziamo nel fare alcune scoperte, più saliamo lungo la curva di destra della “U”, più è grande la nostra comprensione della modernità degli antichi. Un inciso: sia chiaro che questa è una rappresentazione solo indicativa, per dire, a partire dal XI-XII secolo i liberi comuni italiani iniziarono a respirare quella stessa aria e per questo riuscirono a comprendere nuovamente i classici.

In questo filone, di riscoperta della modernità degli antichi, si inquadrano gli studi di Lucio Russo sulla scienza ellenistica o quelli di Elio Cadelo sulle tecnologie nautiche dei romani. E in questo filone si inquadra Salute Circolare, il libro scritto con grande intelligenza da Ilaria Capua, che prende le mosse dal concetto, si potrebbe dire olistico, di salute, che nasce proprio nel mondo classico, e che lega (abbattendo, ancora una volta, gli artificiosi steccati dei vari settori disciplinari: molto meglio lo “sparigliamento delle carte”) “gli uomini, gli animali, le piante e l’ambiente”; il perchè dovrebbe essere chiaro: “noi esseri umani siamo assolutamente dipendenti – scrive Ilaria Capua – dalle altre forme di vita sulla Terra” e per questo “dobbiamo imparare a promuovere un approccio diverso. Spesso infatti l’errore che si fa è quello di considerare la salute come valore e risorsa che riguarda soltanto gli esseri umani, e solo in minima parte  anche le altre specie viventi”: “nella Biosfera tutto è collegato”

C’è da dire che la parcellizzazione di ciò che un tempo era concepito come uno, non deriva soltanto, come dire, da uno scadimento concettuale, ma è dovuta anche all’assenza di quelle tecnologie necessarie a gestire l’infinita serie di dati da prendere in considerazione per cogliere le interazioni tra tutti gli esseri viventi e tra queste e il mondo inorganico. Per dirla diversamente, vista l’assenza di strumenti che permettessero di studiare il tutto nella sua interezza era necessario ridurre la scala. Ora però le cose sono cambiate e l’idea del tutto degli antichi riprende vita perchè compatibile con gli strumenti scientifici attuali. In altri termini, la possibilità di addomesticare i big data con l’intelligenza artificiale e rendere visibili connessioni che erano invisibili, rende possibile studiare scientificamente quel tutto che prima era concepibile solo intellettualmente. In questo senso ha ragione Ilaria Capua quando scrive “l’era digitale rappresenta e rappresenterà sempre più una grandissima risorsa per migliorare la salute”. 

Il che introduce anche un altro punto (a tale riguardo si veda Mastrolia e Bartolozzi, The Internet of Human Things, Licosia, 2018) e cioè la necessità di ribaltare il meccanismo concettuale su cui si basa la moderna medicina e cioè la cura dei malati, e passare a un altro paradigma e cioè la cura dei sani, o meglio fare in modo che le persone sane restino tali, il che vorrebbe dire focalizzare tutta l’attenzione sulla prevenzione. Con il che, e l’autrice lo sottolinea, si riprenderebbe il vecchio concetto di malattia come disequilibrio degli elementi primi e salute come equilibrio, da preservare il più a lungo possibile. 

Per chiudere, si augura a questo libro e alle idee della sua autrice una grande diffusione nella speranza che riescano ad accendere la fantasia e l’entusiasmo di tante menti  che, senza perdersi dietro ai sogni interplanetari dei vari SpaceX o Deep Blue, si impegnino a risolvere i problemi dei nostri simili e “della splendida astronave sulla quale siamo imbarcati”.

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