Come muoiono le democrazie


da non perdere


Autori: Steven Levitsky, Daniel Ziblatt; editore: Laterza; pagine: 291

  Nonostante il titolo, “Come muoiono le democrazie”, il bel libro pluripremiato di Steven Levitsky e Daniel Ziblatt pubblicato in Italia da Laterza, non appartiene al genere di merceologia editoriale a sfondo escatologico che, da Oswald Spengler in poi, con grande successo di lettori, ha profetizzato catastrofi imminenti e mai verificatesi. Il “rischio per la democrazia” non viene imputato dai due politologi di Harvard, come sarebbe se si seguisse l’apocalittica populistica, al complotto dell’establishment autoreferenziale o al grande capitale o alla finanza; sono innocenti, a sorpresa, sia le banche che le multinazionali. Il “pericolo per la democrazia” è da imputare invece a uno scambio di ruoli. Adesso gli apocalittici sono diventati gli integrati. I progressisti e gli amici della società aperta sembrano spaesati. L’inversione dei ruoli fa sì che l’annuncio di un dramma collettivo imminente di cui incolpare l’altra parte politica venga diffuso da quegli stessi partiti politici che avevano giocato in passato il ruolo, essenziale in democrazia, della mediazione e del filtro delle istanze radicali. Una parte dell’establishment ha lasciato il “centro” per transitare nell’estremismo populistico, incoraggiando odio e fanatismo. Da qui la tesi centrale del libro: “se c’è una cosa che emerge chiaramente (…) nella storia è che la polarizzazione estrema può uccidere una democrazia”.

 Non vi fate illusioni – dicono i due politologi – le istituzioni democratiche da sole non sono sufficienti a garantire le regole del gioco. Il loro destino è di essere travolte se vengono conquistate dal fanatismo che ha orrore per il compromesso con i rivali politici perché lo considerano una forma di degradazione morale, di tradimento della nazione e di apostasia. I toni della polemica politica in certi paesi non prevedono né dissidenze né tiepidezze, e perciò non possono essere sopportati dalle istituzioni democratiche. L’essenza della democrazia occidentale si basa, scrivono i due autori, sulla “civiltà del compromesso”. La democrazia non è un fiore, è un giardino dove si trovano fiori diversi, non tutti sono belli. La “civiltà del compromesso” ha però un nemico sempre risorgente: la promessa della palingenesi sociale, con la relativa indicazione del Nemico della Patria. La democrazia parlamentare funziona meglio nei paesi soddisfatti, pacificati. Perché la democrazia è una realtà, se non ci si fraintende, sempre un po’ sporca che deve guardare con estrema prudenza ai desideri di purezza e di purificazione. Si può restare perplessi, ma la democrazia ha appunto un codice difficile, che non è in sintonia con la pancia, luogo naturale del moralismo (aveva ragione Benedetto Croce a ribaltare in positivo il giudizio sul “trasformismo”). La fenomenologia storico-politica raccolta dai due autori mostra come la sfiducia nelle istituzioni e nei partiti conduca rapidamente verso posizioni autoritarie, fino a vere e proprie dittature. In molti dei casi raccontati dal libro, naturalmente, la sfiducia per i partiti è più che fondata: le considerazioni disincantate non cancellano, dove ci sono, la corruzione, il nepotismo, le consorterie politicamente protette, l’inganno di un ascensore sociale apparente. Ma piaccia o non piaccia, ciò non toglie che, reale o percepita, che sia frutto di obiettiva corruzione o della propaganda politica, l’antipolitica porta al declino della democrazia: in genere, come seguendo una regola di degenerazione somigliante, ma non sovrapponibile, alla anaciclosi di Polibio, quello che segue alla delegittimazione della politica non è quasi mai la rinascita, ma l’ulteriore declino.

Levitsky e Ziblatt osservano che la forte divisione dell’elettorato americano (ma il libro non si occupa solo dell’America) ha lentamente delegittimato le istituzioni. “I politici americani ormai trattano i loro rivali come nemici, intimidiscono la stampa libera e minacciano di non riconoscere i risultati delle elezioni”. La forte contrapposizione della politica americana, il “darsele di santa ragione”, che noi, in Italia, pensavamo fosse il sale della democrazia, una virtù e non un vizio pericoloso, è invece descritta dai due politologi come un fenomeno che è il risultato di un processo degenerativo di vecchia data. La situazione è questa: oggi i partiti cercano “di indebolire i paraurti istituzionali della nostra democrazia, come i tribunali, i servizi di intelligence e i comitati etici”. L’indebolimento delle norme e delle procedure democratiche, il loro svuotamento, “affonda le sue radici in una polarizzazione estrema, che va oltre le divergenze sulle politiche da adottare e si trasforma in un conflitto esistenziale (…)”.

Secondo Levitsky e Ziblatt, la democrazia americana ha funzionato bene fin quando Democratici e Repubblicani si sono riconosciuti l’un l’altro come parti dello stesso establishment (e alla radice di questo riconoscimento reciproco non c’erano sempre ragioni nobili, come è il caso del tema razziale). Nel momento in cui questa reciproca appartenenza è caduta, le istituzioni sono entrate in crisi; da garanti del gioco sono state trascinate dentro il gioco politico attraverso nomine sempre meno condivise e più partigiane. Il punto è che senza la fedeltà dei partiti, nello spirito e non solo nella lettera, alle istituzioni, queste si svuotano, perché “da sole non bastano a imbrigliare gli autocrati eletti”. Il problema è naturalmente che disponiamo bensì della lettera costituzionale, ma non sempre dello spirito, che è realtà più sfuggente e instabile. Non basta però un pezzo di carta per far funzionare le democrazie, le “costituzioni vanno difese, e a difenderle devono essere i partiti politici e i cittadini organizzati”. Non esiste democrazia che possa dirsi al sicuro: “in tutte le società, perfino nelle democrazie sane, spuntano periodicamente demagoghi estremisti”; e allora il criterio “non è la frequenza con cui emergono i demagoghi, ma la capacità dei dirigenti politici, e in particolare dei partiti politici, di fare in modo che non acquistino il potere”.

Di nuovo, però, per essere in grado di fare “causa comune con i rivali per sostenere quei candidati che danno garanzie di affidabilità democratica”, i partiti devono condividere un terreno comune, il che significa che non possono fondare la loro identità sulla delegittimazione del rivale. Troppa intransigenza fa male, e, al tempo stesso, occorre intransigenza. Il criterio per non sbagliare mai nella scelta? Non c’è, sarebbe troppo facile.

In passato Democratici e Repubblicani sono stati in grado di fare causa comune contro la popolarità dei demagoghi. Henry Ford, il fondatore della Ford Motor Company, era un demagogo estremista molto popolare: “inveiva contro banchieri, ebrei e bolscevichi”, fu “menzionato con ammirazione da Hitler nel Mein Kampf e descritto dal futuro leader nazista Heinrich Himmler come ‘uno dei nostri più preziosi, importanti e brillanti combattenti’”. Addirittura ebbe dal regime nazista nel 1938 la Gran croce dell’Ordine dell’aquila tedesca. Ma nonostante la sua popolarità, quando cercò di diventare presidente degli Stati Uniti, la sua nomination venne bloccata dall’establishment, che non ebbe paura di mettendosi contro “l’entusiasmo popolare”. La storia della democrazia americana è costellata di estremisti; Levitsky e Ziblatt ricordano che  “solo negli anni Trenta esistevano ottocento organizzazioni di estrema destra”. Padre Charles Coughlin raggiungeva “quaranta milioni di ascoltatori ogni settimana” con i suoi discorsi radiofonici antisemiti, razzisti, e di estrema destra; riempiva interi stadi e addirittura i suoi fan “si affollavano ai bordi della strada per vederlo passare”. Ma i partiti tradizionali ebbero la capacità di unirsi per metterlo fuori gioco. La “popolarità” non c’entra niente con la democrazia. La tenuta democratica è a rischio quando ai partiti manca il coraggio di “isolare un estremista che ha un grande seguito fra la popolazione”. Attenzione poi, il demagogo, avvertono i due autori, deve essere isolato, non può essere cooptato: vedi le conseguenze con Hitler.

Ci si domanderà, naturalmente, se il ruolo di sentinelle dei partiti è però a sua volta “democratico” e “trasparente”. Colpisce la risposta dei due autori: la difesa della democrazia non sempre è “trasparente”, anzi non lo è stata il più delle volte. “Per gran parte della storia americana, i partiti politici hanno dato la priorità al loro ruolo di sentinella, a discapito della trasparenza”. Riunioni fumose in chiuse stanze hanno determinato la scelta dei vari candidati, che sono state tutte persone con una lunga carriera dentro i partiti.

Il libro offre vari casi a conferma dello stesso principio: polarizzazione significa declino della democrazia. Il caso del Cile mi ha particolarmente colpito perché coincide con l’impressione che ebbi di quel paese: una società profondamente divisa e polarizzata. Lo stesso, ma al contrario, per le democrazie nord europee, dove l’impressione è che la politica non divida, che occupi poco i pensieri delle persone. L’Italia mi era già parsa (come è nel libro) più vicina al Cile che alla Germania o all’Olanda. Di fatto, la radicalizzazione che i due autori trovano in America, non la trovano nel Nord Europa: “in Gran Bretagna, in Germania e in Svezia gli elettori sono ideologicamente divisi, ma in nessuno di questi paesi si osserva un odio fazioso comparabile a quello che vediamo in America”.  

Ho trovato di grande interesse, essendo uno dei quattro gatti (per riprendere l’espressione di un amico economista) che si è sgolato a favore della riforma del welfare italiano sul modello universalistico nord europeo, che i due studiosi di Harvard, alla fine del libro, abbiano dato il rilievo, se non di soluzione, di importante contributo alla soluzione, proprio al welfare universalistico nord-europeo, andando a cogliere il punto centrale: il welfare “contro la miseria” non deve creare lo stigma della miseria. Il welfare americano, scrivono, essendo rivolto alle classi disagiate, crea la percezione “che siano solo i poveri a beneficiare del welfare”. Al contrario, “un programma di politiche sociali che metta da parte il criterio dell’assistenza legata al reddito in favore dei modelli più universalistici che possiamo trovare nel Nordeuropa potrebbe avere un effetto deradicalizzante sulla nostra vita politica”.

Si potrebbe obiettare che Levitsky e Ziblatt si chiudono in una tautologia: c’è democrazia quando c’è spirito democratico. Tuttavia, non solo non gli si può dar torto per questo: è effettivamente tutto qui il problema: non esiste una soluzione istituzionale che possa prescindere dalla cultura, dalla storia, dalla civiltà democratica. Questo però mitiga enormemente, dal nostro punto di vista, i pericoli per la democrazia. Un’altra obiezione, più seria, è che proprio le chiuse stanze dell’establishment generano la rivolta populista. L’obiezione si potrebbe però riportare alla precedente tautologia: non c’è democrazia senza democrazia. Un’altra obiezione potrebbe rilevare che i due autori lasciano cadere sul conto dei “politici” la responsabilità della “radicalizzazione”, venendo di fatto a far parte del coro anti-politico. Tuttavia, dal loro punto di vista, sono davvero le élite ad essere “antipolitiche”. Il populismo è interno alle élite, l’antipolitica è predicata (e praticata) dalla politica.

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