La teoria dei paesi vuoti


da non perdere



Autore: Mauro Datin; editore: Ediciclo; pagine: 142

I villaggi dei camini spenti.

Con questa bellissima metafora, qualche anno fa il cronista e impareggiabile scrittore trentino Alberto Folgheraiter ha toccato l’apice della sua opera. Il sottotitolo del libro parla di periferie del terzo millennio, e si riferiva ai molti villaggi fantasma che popolano lo Stivale, baluardi (sguarniti) di una civiltà contadina che sta precipitando verso la totale estinzione.

Quella stessa istantanea la ritroviamo restituita all’immaginazione recentemente nella raccolta di racconti “Dolceamaro”, edita per Emersioni, dove sembra di vedere cosa succede ad un paese dove i negozi chiudono, i balconi si scrostano, la piazza si ammutolisce e infine i fuochi dei camini si spengono.” Passarono davanti agli abituri di un villaggio abbandonato dove i camini dormivano da anni e le finestre si perdevano ormai tra i muri come occhi sbarrati da cataratte. Gli ultimi abitanti sopravvissuti alla conta dei fuochi, vecchi silenziosi, se li erano presi in parti uguali la morte e un ospizio di una città lontana. “Non aver paura di restare”, gli disse la mano, mentre sostavano a contemplare i ruderi. “Il tuo regno, o Re, ora è caduto come è successo per tutti gli altri” Si sentì chiedere come era successo, per mano di chi, e gli fu risposto che le mura non erano cadute per mano d’uomo né sotto i colpi degli orsi usciti dalla foresta, ma si erano sbriciolate quando il bosco un giorno era entrato dalle porte e dalle finestre

Forse in Folgheraiter c’era una vena di maggiore ottimismo, quando si fermava a parlare con gli anziani o per esempio quando nelle pagine del libro si rivivono antichi usi e costumi. Nel libro di Mauro Daltin questo vago ottimismo è quasi del tutto scomparso.  Però c’è molta attenzione e rispetto, sintetizzati da una felicissima espressione, in quell’”abbassare la voce” che si fa quando ci si trova tra le rovine proprio come in chiesa.

In questo bel libro ci si interessa ai villaggi abbandonati alla “loro epifania, la loro epopea e la loro scomparsa definitiva”.  E non ci limita ad una regione, ma, pur concentrandosi in massima parte sull’Italia, si rileva come il problema sia globale. Esistono le grandi dorsali dei trasporti e delle comunicazioni, e ciò che ne è fuori, nel mondo, rischia una breve e infelice estinzione. L’estinzione nel libro appare più triste e spietata della guerra, ed è descritta per quello che in effetti rappresenta: come per le persone, l’odio distruttivo è perfino preferibile all’indifferenza. Le macerie forse si ricostruiscono, le rovine fluttuano per sempre nel vuoto e nell’oblio. 

Questo libro è un libro fotografico in cui non c’è neanche un’immagine, ma un incipit come “l’Italia è un paese pieno di orologi fermi…Le lancette della chiesa di Sant’Eusanio, vicino l’Aquila, si sono bloccate alle 3.32 …a Castelpoto in provincia di Benevento, paese vuoto dopo i terremoti del 1962 e del 1980, quello del Palazzo Ducale si è arrestato alle 4.50. Ad Amatrice l’orologio del campanile è rimasto fermo alle 3.36” vale qualche milione di pixel. E ce ne sono molte di immagini così riuscite nel testo.

Di queste Atlantidi ce ne sono tante, centinaia, si diceva. Ci sono quelle sommerse. L’ultima volta che il lago di Vagli, in provincia di Lucca, è stato svuotato per i lavori di manutenzione della diga, io c’ero.  Fa un effetto strano vedere riaffiorare un paese sommerso: è una macchina del tempo, si, ma triste, incompleta, senza persone. Non è un set cinematografico alla “Ritorno al futuro”.  In chi vede e fotografa, non si sa quanto ci sia di interesse storico o di curiosità morbosa, cioè la stessa pulsione sotterranea che spinge taluni a farsi un selfie sul luogo di un disastro.  Certo è che per far posto a dighe e sviluppo, tante comunità nel Novecento sono state sradicate in cambio di un tozzo di pane, o talvolta nemmeno quello. Si potrebbe dire in questo senso che il Novecento è un secolo che ha tentato, spesso con tragico successo, di sradicarsi da tutto, compreso il corso dei secoli precedenti. Belle le pagine dedicate a Gena, nel Parco delle Dolomiti Bellunesi, in cui il merito è ancora maggiore per aver menzionato uno scrittore esso stesso “sommerso” alla memoria del grande pubblico, ovvero Luigi Meneghello, l’autore per intenderci di Libera nos a Malo.

Ma ci sono anche i Paesi che non dallo sviluppo, ma per lo sviluppo sono morte, e tra tutte il sogno grottesco e poi lo scempio di Consonno, in Brianza, la dicono lunga.  O i villaggi nati e morti attorno a miniere esaurite. In Bolivia, in Sardegna.

Poi c’è la guerra e i suoi massacri che falcia per sempre uomini e mura, come accadde ad Oradour-sur-Glane, paese colpevole solo di essere il primo che le SS si trovarono davanti in cerca del bersaglio di una rivoltante rappresaglia.

I dati riportati dal libro parlano di seimila paesi fantasma solo in Italia. Seimila, quindicimila negli Stati Uniti, alcun in Canada dove il ciclo di vita è più accelerato visto che in qualche caso nei paesi abbandonati non si è fatto a tempo nemmeno a costruire un Cimitero, allora evidentemente ci sono tanti altri tipi di decadenza, tanti altri tipi di oblio che non siano dovuti alla sommersione, all’intervento diretto dell’uomo. Per esempio quelli abbandonati per via dei disastri naturali, come il terremoto “la mia prima frattura, il mio primo orologio fermo è quello delle 21.03 del 6 Maggio 1976” “nacqui trentacinque settimane dopo, il giorno di Santo Stefano…Figlio del terremoto, così mi chiamavano le maestre delle elementari perché non riuscivo a stare fermo tra i banchi…”. Le pagine che l’autore dedica alla sua storia e alla storia di Portis, la Portis vecchia e poi di rimando quella nuova, quella “piena” perché ricostruita dopo quei fatti tremendi che hanno sconvolto le vite presenti (e future) di tanti, sono tra le più intense e piene di verità e sottintesi, di grandi spunti di riflessione sul futuro che vogliamo dare a questo Paese.

L’autore cita Malborghetto, Pontebba, Chiusaforte e allora non resistiamo ad unire agli autori citati dal volume, quali Meneghello e Buzzati anche uno più recente, quale il Pierluigi Cappello che viveva a Tricesimo in una delle baracche offerte dal governo austriaco ai terremotati e del suo territorio e proprio di Chiusaforte dove “è nevicato, nevica sempre/ e le fontane sono ghiacciate” ha spesso cantato.

Ma secondo noi si potrebbe andare avanti con la Chia, paese abbandonato chimera di Pasolini o andando con la mente ai “paesi più vecchi più stanchi/in cima/ al levante delle disgrazie”di una bella poesia del 1964 di Franco Costabile. Il lettore potrebbe divertirsi assai in questo gioco di rimandi tra letteratura, storia e cronaca.

E c’è spesso la nostra anima in quei posti abbandonati, come ci potrebbe essere il nostro futuro se solo, come suggerisce il libro, non ci fermassimo alla superficie di un territorio come sovente facciamo davanti alle porte della storia, e diventassimo più consapevoli del nostro passato; per esempio accettandolo, e trasformando le rovine in laboratori capaci di indirizzare più felicemente il nostro presente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.