Manuale pratico di sceneggiatura


consigliato



Autore: Claudio Dedola; editore: Lindau; pagine: 206

Oggigiorno, e non ci stancheremo mai di dirlo, servono saggi (in generale libri) ben scritti, efficaci, che non diano quel tipico retrogusto amaro da caffè non ben miscelato e la quasi certezza che il primo a non comprendere fino in fondo ciò che scrive e spiega sia proprio l’autore. O che il medesimo alla fase comunicativa e divulgativa (e quindi ai suoi lettori) sia snobisticamente disinteressato, che è peggio, perché dall’altro lato invece esistono ottimi divulgatori che non praticano direttamente ciò che spiegano, ma che lo sanno esporre divinamente.

Quindi un libro che riesce in questa impresa in qualsiasi settore è sempre degno di nota per il solo fatto di esistere. Ma cavarsela così è un po’ troppo poco.

L’autore ci invita a percorrere un viaggio in un mondo e in una forma letteraria la cui natura prima ancora che di parole, si compone di un alfabeto infinito che è quello dell’immagine. Inevitabile quindi di fronte all’infinito espressivo darsi delle regole per non disperdersi.

Altrettanto certo è che chi scrive una sceneggiatura debba raggiungere un notevole grado di consapevolezza e autocontrollo, potendo disporre di una tavolozza di colori infinita per comporre un quadro il cui fine artistico e narrativo non è destinato ad un lettore “finale”, ma un produttore e a un regista. Poi ad un attore. Quindi, ma solo nei casi più riusciti, ad un pubblico di lettori (provare a leggere la sceneggiatura del Settimo sigillo per credere. Ma di film e di sceneggiature di quel calibro ce ne sono ben poche). 

In termini di marketing, lo sceneggiatore sta quindi allo scrittore come una azienda “business to consumer” sta ad una “business to business”. Lo sceneggiatore non sarà guardato da platee di mangiatori di pop corn, ma analizzato scrupolosamente da occhi avidi ed esperti. Lo sceneggiatore come ente che scrive per l’entità che si incaricherà di produrre il film non è quindi uno scrittore, ma più un musicista capace di scrivere una partitura per immagini (questo ammesso e non concesso che lo scrittore, come detto in premessa, ce l’abbia davvero chiaro l’interesse e il piacere del suo consumatore finale, cosa non sempre vera. E che abbia provvidamente tenuto debito conto, se è intelligente e soprattutto fortunato, dei buoni consigli di un editor competente. Per cui qualche volta meglio una bella sceneggiatura di un cattivo romanzo… provare a leggere la sceneggiatura del Settimo sigillo per credere…ma questo l’abbiamo forse già detto)

Sta di fatto che in effetti, una pagina di sceneggiatura equivale, come apprendiamo nel volume, a circa un minuto di girato, e quindi la distanza di 100/120 pagine costituisce la pista di atletica su cui uno sceneggiatore si deve cimentare, mentre il romanziere è libero di fare il centometrista ma pure il maratoneta un po’ dove e come crede.

Sta di fatto, e ciò colpisce, che lo sceneggiatore dovrebbe scrivere con una telecamera sulle spalle, perché è il punto di vista dello spettatore che conta, e tutto quello che non si può vedere o almeno intravedere, in sostanza in quel mondo non conta.

Sta di fatto che leggendo il libro sembra che lo sceneggiatore dovrebbe pensare di essere quasi un fumettista, conscio di dover scrivere nel fumetto lo stretto necessario, al limite anche niente, se l’immagine già parla, conscio soprattutto di dover scavare nei dialoghi la battuta memorabile, il “francamente me ne infischio” dentro al pagliaio delle cose inutili.

È quindi un viaggio altamente consigliabile quello che si può compiere dentro questo volume, e non solo per un aspirante sceneggiatore ma diremmo per chiunque voglia raccontare efficacemente una storia proponendosi di scriverla, in questo particolare mondo dove il talento è sempre mediato da una solida e preordinata struttura testuale e linguistica, dove il mantra è spiegarsi. Dove, in qualche modo capovolgendo il noto clichè letterario, non conta tanto l’incipit ma la fine di una scena, perché “Una buona scena inizia il più vicino possibile alla sua conclusione”. In altre parole il succo della storia, la momentanea conflagrazione che innesca un cambio di prospettiva e/o di vita o la risoluzione catartica di quel conflitto interiore o esteriore su cui ogni buon film si incardina.  Nella pratica letteraria, è qualche volta proprio l’inverso: l’inizio attira il lettore, lo calamita, la conclusione può latitare fino a rendersi assente, talvolta sono i lettori stessi che adorano la battuta iniziale e detestano le formule di commiato.  Insomma le tecniche di semina-raccolta (setup-payoff) così ben illustrate in questo testo in quell’ambito non sempre pagano.

Ma lo sceneggiatore lavora per immagini e le regole insomma sono importanti: e sono spesso proprio quelli che le dovrebbero spiegare a derogare per primi dal principio di semplicità e chiarezza espositiva, basti vedere la maggior parte dei manuali di sceneggiatura italiani e anche esteri.

Le regole si sa, sono spesso percepite come gabbie, nemiche dell’arte: ma se sono buone, ben introdotte e argomentate come queste, sono importanti almeno per due ordini di motivi.

Primo, ogni buona regola è una figura tracciata sulla sabbia: il suo perimetro definisce i confini di sé stessa e automaticamente anche l’eccezione, quello che sta fuori; quindi la consapevolezza della regola definisce la deroga, la rende apprezzabile e chiara a tutti per ciò che essa auspicabilmente può a volte essere, ovvero un atto di genialità. (se non lo è, conviene al più presto rientrare con la coda tra le gambe dentro al perimetro).

Secondo, e anche più importante: le sceneggiature di tanti film odierni difettano a tratti penosamente nelle caratteristiche di ordine, ritmo, velocità e chiarezza che sono esposte nel libro. E i risultati si vedono. Non che attualmente il panorama estero brilli, ma certamente una maggiore dimestichezza con i fondamenti di questo genere letterario darebbe meno di frequente la sensazione del fatto in casa o del cliché rifritto, lento e melenso a tante produzioni nostrane che scontano in questo senso un notevolissimo gap con quelli anglosassoni.

In fin dei conti, scrivere in tutte le epoche è stato e sarà sinonimo di disciplina e di capacità di analisi del contesto, quale che sia la forma e il fine del testo: lo sapevano nei rispettivi campi, diversamente ma con uguale profondità, autori come Molière, Illica, Simenon e molti altri.

Quanto al contesto, di indubbio interesse il modo con cui si tratta il dialogo, il quale deve essere reale “ ma non è esattamente una conversazione reale”, in quanto in uno scambio di battute che rende memorabile un film c’è pur sempre un orientamento, un scopo, un “sottotesto” universale che poi null’altro è se non una strategia narrativa sotto traccia fortemente legata al particolare contesto e alla stratificazione delle immagini che circondano i personaggi” Il dialogo non deve esplicitare il tema della scena. Ovvero, come si suol dire, i dialoghi devono avere un sottotesto…le persone…non ti sbattono in faccia il loro pensiero. Quello che pensano deve essere capito dal sottotesto. Il vero significato delle loro parole dipende spesso dal contesto in cui si esprimono…”. Quel sottotesto dunque c’è, è fatto di una sostanza che sta in uno stato quantico e altamente instabile tra immagine e suono, ma non si deve sentire, pena rendere tutta la scena un soufflè che si sgonfia.

Si potrebbe allora dire che un buon sceneggiatore scrive e vede nella sua testa una pellicola sempre da una prospettiva rovesciata, cioè all’inverso di come a volte superficialmente la percepisce lo spettatore: l’esteriorità di un personaggio, la sua apparenza,  è data da ciò che a prima vista sembra più stratificato e implicito, ovvero le parole che escono dalla sua bocca, mentre la sua anima, la vera interiorità, è costituita da ciò che erroneamente appare più esplicito e palese, cioè le immagini.

Una ultima nota va alla parte del libro che fissa delle acute e sapienti regole per ciò che concerne la croce e delizia di tanti autori: la fase della riscrittura. Se la prima stesura, come la prima mossa al Palio di Siena, difficilmente è quella buona, la centesima è forse eccessiva, poiché occorre essere consapevoli che alla fine “la vera riscrittura del testo avverrà nella fase di montaggio”.  Visto che si parla di film, la nostra palma per l’immagine più originale va certamente a quella che, proprio in quella sezione del libro, equipara certe scene al “salmone scaduto”, e che serve a far comprendere allettore che tante ottime scene sono destinate al macero, al territorio della non esistenza: nella sceneggiatura infatti il bello si inchina al funzionale e a volte occorre obtorto collo disfarsi anche di ciò è anche molto buono. Ma non si può consumare nel film.

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