Giolitti. Il senso dello Stato


da non perdere



Autore: Aldo Mola; editore: Rusconi; pagine: 606

Conoscevamo Aldo Mola per la sua “Storia della massoneria in Italia”, un volume di dimensioni minacciose mai veramente letto ma solamente piluccato qua e là alla ricerca di notizie.

L’abbiamo ripreso ora, meravigliati da questo “Giolitti” che si apre con un capitolo di suspense laddove racconta con dovizia di dettagli la notte tra il 27 e il 28 ottobre 1922. Il 27 Giolitti compie 80 anni e la giornata da lieta gli smuore nella sensazione di essere stato giocato. Non da Mussolini. Dal suo Facta, forse, che non aveva capito quel che stava succedendo. O dalle circostanze piuttosto, tra telefoni non presidiati la notte, telegrammi che arrivano tardi e tardi vengono decifrati, esitazioni dello stesso Giolitti, restio a prendere un treno che d’altronde non è certo possa raggiungere Roma dati i disordini della giornata. Ecco che Mola, come in un thriller, racconta la giornata che segnò il destino dell’Italia, arricchendo il racconto di particolari gustosi, il Viminale deserto, le riunioni al ministero della Guerra dove il ministro Soleri soleva passare le notti.

La storia della massoneria, d’altronde, curiosamente, iniziava anch’essa con il racconto di una notte fatale, quel 8 ottobre 1859 quando, a mezzanotte, nasceva a Torino la prima loggia italiana.

La cifra stilistica gli è evidentemente congeniale e una volta catturata l’attenzione del lettore Mola riparte dalle origini della vita politica di Giolitti confezionando un saggio che spesso e volentieri diventa romanzo storico, soprattutto nelle parti che descrivono in modo vivo la vita politica romana ma anche quella della provincia piemontese. Mola è di Cuneo e si trova a suo agio nelle terre di Giolitti. Qui il racconto, per l’intervento di tanti personaggi, ritratti a tutto tondo e con evidente piacere, diventa polifonico. Al centro di tutto, ovviamente, Giovanni Giolitti, il massimo statista italiano dopo l’unificazione.

Una mole imponente di documenti, alcuni di recente acquisizione, ha permesso a Mola di ricostruire la vita di un personaggio nuovo e diverso da quello che si crede di conoscere. Con il merito, soprattutto, di non ridurlo all’età che porta il suo nome.

Giolitti, deputato dal 1882, fu cinque volte presidente del Consiglio dei ministri tra il 1892 e il 1921, fu ministro del Tesoro e delle Finanze (1889-1890) nel governo Crispi, e dell’Interno in quello Zanardelli (1901-1903). Fu il motore della svolta liberale di inizio Novecento e delle grandi riforme politiche, economiche e sociali, con il varo del suffragio universale maschile, con la conquista della Libia, di Rodi e del Dodecaneso. Si oppose all’intervento nella Grande guerra, avversò l’avvento del regime di partito unico e dal 1924 votò contro il governo Mussolini. Fu uomo di stato, non di popolo, non di passioni, profondo conoscitore dei meccanismi istituzionali e del funzionamento della macchina amministrativa e machiavellico conoscitore delle motivazioni umane.

Ogni uomo è manovrabile a causa dei suoi vizi e fu questi che seppe utilizzare in funzione del suo disegno politico. Il carattere, d’altronde, aiutava e il sentirsi padrone, con gli altri che invece si sentivano servi, gli consentiva di manovrare carriere e persone a suo piacimento.

Il suo programma politico? liberale certo ma aperto alle esigenze che, all’inizio del secolo delle rivoluzioni, si ponevano a un Paese che affrontava la prima fase dell’industrializzazione, nel quale improvvisamente comparivano le prime masse di operai, l’agricoltura veniva modernizzata, l’istruzione un poco diffusa e così le istanze sociali diventavano protagoniste indiscusse. Non a caso la sua storia finisce con l’avvento di un movimento rivoluzionario che le masse le capiva e soprattutto le interpretava e le guidava con una capacità ignota ai politici dell’800.

Fu uno statista fortunato, in questo. Cavour morì poco dopo la proclamazione del regno d’Italia. Come l’avrebbe guidata? non è possibile saperlo. Di certo era un piemontese che non conosceva altro dell’Italia, a malapena si avventurava a Firenze e anche raramente. Einaudi arrivò a governare l’economia di un paese distrutto da una guerra lacerante e bisognoso di tutto.  Giolitti fu cinque volte primo ministro del governo di un’Italia che era e si comportava da stato indipendente e che era entrata nel novero delle maggiori potenze. Un’Italia con istituzioni stabili, per la prima volta nella storia moderna riconosciuta e rispettata, con bilanci in pareggio e una grande spinta verso il progresso.

Con la prima guerra mondiale il mondo dell’Italia liberale ebbe fine. Mola racconta di come la prima camera a suffragio universale, quel suffragio fortemente voluto da Giolitti, gli si rivolti contro e di come la sua opera sia del tutto inutile, ostacolata da Marcora, da Labriola, incalzata da eventi che non poteva più controllare. Lo scoppio della guerra lo sorprese a Londra. Le manovre del Re, agevolate da Salandra, resero impossibile tenersi fuori dal conflitto.

Il dopoguerra, oltre alle conseguenze sociali dell’indebitamento dello stato, della svalutazione della Lira, di migliaia di soldati che tornavano in paesi e campagne con lo spirito mutato da un’esperienza drammatica, porta anche un parlamento eletto con la proporzionale. A questo Giolitti era inadatto.

Il suo ultimo governo tentò inutilmente di mantenere il primato dello stato nel biennio rosso. Le cannonate dell’Andrea Doria contro D’Annunzio a Fiume furono l’ultimo atto di un uomo ancora deciso ma ormai incompreso.

Poi si giunge, appunto, alla notte degli equivoci, nella quale la storia ruzzola, gli eventi si fanno inesorabili. L’appoggio al primo governo Mussolini è un equivoco esso stesso, che terminerà con l’assassinio di Matteotti e l’Aventino. Da abile manovratore Giolitti mai avrebbe scelto una simile tattica, che si mostrò infatti suicida. Ma l’uomo ormai era divenuto irrilevante. Mola continua il racconto con i suoi ultimi atti al consiglio provinciale di Cuneo, dal quale si dimise quando gli si chiese di aderire al fascismo.

Leggendo queste quasi 500 pagine che percorrono un periodo di straordinario vigore dell’Italia appena formata bisogna sempre ricordare la fede monarchica dell’autore.

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