Il muro che cadde due volte


da non perdere



Autore: Antonio Polito; editore: Solferino; pagine: 185 pp

Nonostante la stima che ho per l’autore, confesso di aver preso in mano questo libro con grande scetticismo. In primo luogo, per quell’accostare già nel titolo e sottotitolo la vicenda del comunismo a quella del liberalismo, confondendo in maniera impropria due cose che tra di loro non c’entrano nulla (e nell’errore incorre anche Harari). Il comunismo è infatti una fede, con i suoi santi, i suoi diavoli, il suo paradiso e il suo inferno, e pertanto è un percorso fisso di liberazione (o percepita come tale) a livello collettivo e anche individuale.

Il liberalismo è, al contrario, un metodo, che parte dall’idea che vivere liberi è meglio che vivere sotto una tirannide e dice che quella libertà (o almeno lo dicevano i grandi liberali del passato, non i loro epigoni che hanno fame di dogmatismo) va preservata combinando diritti sociali e libertà liberali. In quale proporzione? Come? Quando? Dipende dai momenti, dalla circostanze. In sostanza dipende, e non vi è una ricetta fissa. È come dire che è bello andare in bicicletta mentre è brutto cadere. E per non cadere è necessario pedalare. Quando? Quanto veloce? Dove? Per quanto tempo? Dipende. In discesa, forse è meglio non pedalare se non vuoi cadere, anzi, a volte è addirittura necessario frenare. Mentre in salita se non pedali cadi. Insomma, dipende.

Ecco perchè comunismo e liberalismo sono due cose diverse. Una è una fede, l’altro è un metodo. Di qui la mia diffidenza verso il libro di Polito, diffidenza che cresceva nel corso della lettura. A un certo punto, infatti, l’autore scrive che con la caduta del muro, i comunisti, persa l’antica fede, abbracciarono, come un surrogato funzionale, la nuova fede nel liberalismo: “ciò che periva ‘era un credo nella salvezza della storia’ e la sua scomparsa poteva essere compensata solo da nuovi credi: scegliemmo la democrazia liberale, il mercato, l’Europa unita”.

Proseguendo nella lettura, però, mi sono reso conto che sbagliavo io. Quello di Polito infatti non è, e non vuole essere, un testo di filosofia politica, ma una racconto, quasi una cronaca consapevole, ad occhi aperti, di un travaglio esistenziale, individuale (ma comune a più generazioni) che è quello della ricerca di una fede, qualcosa di saldo su cui costruire la propria esistenza, quando intorno tutto sembra poter essere (popperianamente) falsificato da un momento all’altro.

In questo senso, si può dire che lo storicismo non è la causa di tutto ciò, ma il sintomo. Il sintomo di un morbo, ben più profondo, che ha infettato la coscienza dei moderni, la cui origine sta altrove. Dove? Nel fatto che, come scrive Popper, la nostra civiltà non si è ancora ripresa dallo shock dovuto al passaggio dalla società chiusa, o meglio sarebbe dire tradizionale, a quella aperta. Nella prima, la sacra tradizione stabiliva i doveri di tutti i membri della società e in questo modo dava alle vite di tutti un senso. Nella seconda, ogni essere umano deve, sulla base delle proprio sole due gambe e del proprio cervello, dare un senso alla propria vita e al mondo interno. Un’impresa titanica, anzi da super uomo.

Le grandi fedi collettive del XX secolo hanno avuto un successo così imponente perchè ricostruivano un senso, ricostruivano una tradizione, questa volta laica, ma non meno forte, che dava una direzione (i filosofi direbbero un telos) al tutto e alle vite individuali e indicava uno scopo per il quale valeva la pena di vivere. Polito racconta con il cuore in mano, con grande sincerità e trasparenza, il riemergere possente di questo bisogno di fede quando  dio muore per la seconda volta, quando cioè quella fede laica e immanente che fu il comunismo evapora. La prima morte è ovviamente quella degli assoluti trascendenti.

A dispetto del titolo, infatti, l’autore non crede (o così mi sembra di intuire) che democrazia liberale, libero mercato, globalizzazione e processi di integrazione sovranazionali siano un credo al pari di quello comunista, ma, e questo fu il guaio, che così furono vissuti da una generazione che, per il proprio pregresso, se li impose, per esigenze esistenziali, come dei dogmi: a venire da lontano e andare lontano non era il comunismo, ma la libertà. Dunque, addio comunismo, ben venuto liberalismo.

A tale riguardo giustamente Polito scrive: “non era opportunismo, o almeno non solo; era il fascino di un nuovo ‘storicismo’, generato dall’idea hegeliana per cui ciò che è reale è sempre razionale, e che dunque bisognasse stare dalla parte della ragione per avere ragione”. Ha ragione, e il fatto di aver preso per dogmi ciò che dogmi non erano (l’infallibilità e onniscienza della mano invisibile e la ignoranza e costante fallibilità della mano visibile) è in buona parte la causa dei mali che viviamo oggi.

A cosa è dovuta infatti la paura del futuro e del cambiamento, che giustamente Polito coglie come tratto distintivo dei populismi (sia concessa per brevità questa parola), se non al fatto che la stragrande maggioranza dei cittadini non ha gli strumenti per poter vivere e prosperare nel mondo che cambia? E perchè non hanno gli strumenti? Perchè il paradigma che ha dominato gli ultimi trent’anni ha avuto grande avversione per tutto ciò che era pubblico ed ha bloccato qualsiasi ammodernamento dello Stato Sociale, vale a dire il soggetto che avrebbe dovuto fornire a tutta la società gli strumenti per poter essere, tutti, al passo con la rivoluzione tecnologica ed economica che si è sviluppata. Per portare avanti tutti coloro che erano rimasti indietro.

Concludo dicendo che l’avversione iniziale è del tutto sparita nel corso della lettura e anzi mi sento di consigliare a tutti coloro che intendono iniziare a vaccinarsi contro lo storicismo la lettura di questo libro, che li aiuterà anche a guardare con una sguardo meno angosciato e più consapevole al futuro.

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