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Il test del marshmallow

di Walter Mischel

Vittorio Alfieri avrebbe certamente superato il test del Marshmallow e avrebbe avuto un posto importante in questo libro. Chi era Vittorio Alfieri? Era quello del  “volli, e volli, e fortissimamente volli”, che si fece legare alla sedia per poter continuare a studiare, a comporre le sue opere e rifuggire le distrazioni. 

Che cos’è il test del Marshmallow? È un test messo a punto negli anni settanta dall’autore di questo libro, Walter Mischel, e consiste in questo: a un bambino viene dato un marshmallow e gli si dice che se non lo mangia subito e aspetta 20 minuti dopo ne avrà un altro. Alcuni bambini seppero aspettare e, scaduto il tempo, ne ottennero due; altri invece non resistettero e lo mangiarono subito. 

Fin qui la cosa fa quasi sorridere. Ma si diventa più seri continuando nella lettura del testo, profondo e gradevole allo stesso tempo, nonché meravigliosamente tradotto. Infatti, i bambini che seppero resistere hanno poi avuto una vita più ricca di successi, o meno problematica, dei bambini che cedettero alla gola e si avventarono subito sul dolce.

Se state pensando che ci sia qualche sorta di predisposizione genetica, o un eccesso di determinismo, che condiziona la vita di quei bambini, siete sulla cattiva strada; e non si tratta nemmeno, come si potrebbe immaginare, di pura forza bruta della volontà, anzi forse è vero il contrario. 

In questo piccolo test, apparentemente banale, c’è l’essenza del nostro essere umani, vale a dire la nostra capacità di immaginare il futuro e c’è anche il nostro dramma e cioè l’essere in bilico tra un progetto razionale e l’abbandono alla cecità istintuale.

L’autocontrollo, la forza della volontà, è infatti solo un mezzo per poter raggiungere uno scopo che si immagina collocato nel futuro, e a cui si attribuisce un tale valore da sacrificare qualcosa nel presente pur di perseguirlo. Il che è un punto importante perché significa che la variabile indipendente non è la presenza o meno di forza di volontà, ma la maggiore o minore voglia di raggiungere quell’obiettivo finale che ci si era posti, il che dipende dalla capacità di immaginare il futuro, di raccontarsi una storia intorno a quell’idea di futuro e di azionare poi la macchina della volontà per raggiungere quell’obiettivo.  In questo senso si può dire che l’idea di Mischel sulla formula del successo appare più elegante di quella di Gladwell (Fuoriclasse, Mondadori) e delle sue diecimila ora di duro lavoro per diventare quello che si vuole diventare o quella di Albert-Làszlò Barabàsi (La formula, Einaudi) che pone più l’accento sui fattori collettivi che indicono sul successo individuale “il successo è costituito dalla ricompense che si ottengono dalle comunità a cui si appartiene”.

Tutto ciò significa anche un’altra cosa e cioè che la capacità di riuscire è dovuta alla capacità individuale di raccontarsi e di convincersi da sè dell’importanza di raggiungere una data meta, nonchè (ovviamente) dagli incentivi o disincentivi che una data società pone sulla strada dei singoli.

Questo vuol dire che la forza di volontà è un muscolo che può essere esercitato (e il libro, tra le altre cose spiega anche come poterlo fare) non un dato genetico immodificabile e può essere indirizzato coscientemente verso un fine.

Dunque, in conclusione, se la forza di volontà può essere modificata e se la scelta degli obiettivi da perseguire dipende in massima parta dalla libertà individuale, allora “possiamo essere – le parole sono di Mischel – agenti attivi della nostra vita” e tutto dipende dalla nostra capacità di cambiare il modo in cui pensiamo “perchè andando a modificare il modo in cui pensiamo, cambierà anche quello che sentiamo, che facciamo e che possiamo diventare”. Appio Claudio Cieco, dunque, era nel vero quando sosteneva che faber est suae quisque fortunae.

Carbonio Editore; anno di pubblicazione: 2019; pagine: 295 pp.