fbpx

Storia sociale della bicicletta

di Stefano Pivato

A voler ricercare una e una sola chiave interpretativa di questo testo che è ricchissimo e documentatissimo si farebbe sicuramente una semplificazione eccessiva. L’opera è infatti un continuo, attento e spesso divertente zommare tra le storie minime e le macro categorie, tra le vesti talari dei parroci che impediscono una pedalata dignitosa e le invettive della Chiesa contro la civiltà della tecnica, tra le esigenza di celerità della guerra moderna e i poco marziali tonfi degli ufficiali in alta uniforme.

Una semplificazione eccessiva, si diceva, ma non arbitraria. E dunque qual è il perno intorno a cui tutto il testo ruota? È il binomio bicicletta modernità, che diventa non solo una lente attraverso cui leggere la storia d’Italia, ma anche la chiave per comprendere le tare di questo paese, i suoi limiti d’allora, di quando ciò la bicicletta comparve a sconquassare i ritmi lenti della civiltà contadina, terrorizzando braccianti e cavalli, e i suoi limiti di oggi che la bicicletta è strumento di divertimento o di disperazione: fuori dalle città la usano solo gli sportivi o gli immigrati che non hanno altro mezzo di locomozione.

In questa prospettiva, la bicicletta diventa un reagente al contatto del quale emergono nette le forze di cui la società italiana si componeva, quelle a favore del progresso e quelle a favore della conservazione e, in Italia, queste ultime sembrano sempre se non maggioritarie, certo meglio organizzate. 

Sono le forze che si oppongono all’idea stessa del progresso, inteso come una continua degenerazione rispetto a un’età dell’oro che abbiamo alle spalle. Sono le forze che si oppongono alla scienza, in quanto offesa a un creato ritenuto sacro. Sono tutte le forze che, in fine dei conti, leggono la capacità (oggettivamente dimostrata) degli esseri umani di migliorare (con la scienza, la tecnica e l’industria) grazie alla propria intelligenza e creatività il creato, come un atto di tracotanza, di ubris verso gli dei. Per dirla in maniera più diretta, le forze anti moderne sono avverse all’Umanesimo (che è l’essenza della società aperta occidentale). 

In questo senso si comprende perchè il nemico della nuova ideologia ambientalista che si sta diffondendo sia l’uomo stesso in quanto offesa nei confronti della madre terra: non è un caso che Nicholas P. Money nella sua opera più recenti auguri agli esseri umani di estinguersi.

Il guaio è che a leggere le pagine in cui l’autore dà voce a quelle forze delle reazione che sulla questione della bicicletta per decenni si scatenarono, quella voce appare familiare anche oggi: sono le stesse forze che, ideologicamente intruppate, predicano da anni la fuoriuscita dal capitalismo e la tracotanza della scienza che non riconosce colonne d’Ercole; è la voce di chi si oppone ai vaccini; di chi si scaglia contro le “diavolerie” tecnologiche moderne e chi se la prende contro i liberi mercati e plaude alla chiusura dei confini.

In questo senso, si può dire che la bicicletta diventa lo strumento per capire quello che l’Italia non è, vale a dire un paese che non vive a proprio agio nella modernità e il motivo è il persistere al proprio interno di forze per le quali la modernità, il capitalismo, la scienza, il progresso sono da identificarsi come un male da combattere, uno scandalo che quotidianamente offende la dignità umana.

Ma non finisce qui, nelle splendide pagine che Pivato dedica al confronto tra il Tour de France e il Giro d’Italia emerge anche un altro elemento. C’è qualche altra cosa che l’Italia non è, o meglio non ha, vale a dire una idea condivisa non tanto e non solo di nazione, ma di un racconto collettivo, di una direzione comune verso cui andare, di una (sia concessa l’espressione) missione storica che un popolo sente nelle proprie corde: se il mondo anglosassone si sente terra di libertà (la Magna Carta, The Capitol on the Hill ect), la Francia si percepisce come agente di progresso, secolarizzazione, positivismo, l’Italia non ha un sentimento condiviso della propria missione. Lo ha avuto in passato, sebbene a tratti: la Terza Italia come strumento di progresso e libertà; la Repubblica fondata dai partiti, antifascista e solidale. Ma ora non sembra in grado di dire nulla, se non balbettare.

Così se il Tour è il 14 luglio, è Parigi, il Giro è le cento città, i mille campanili, le tante troppe identità, che sono una ricchezza, ma anche una confusione.

C’è infine un’ultima riflessione da fare su un aspetto che l’autore mette in evidenza, vale a dire il diverso atteggiamento che italiani e francesi hanno nei confronti degli (atleti) sconfitti: la Francia li coccola, l’Italia li allontana e li dimentica. Non c’è anche qui un frammento di una più ampia identità collettiva? L’una, quella francese, dove le istituzioni pubbliche (lo Stato sociale) sono in grado di garantire una maggiore uguaglianza delle opportunità, riportando avanti chi è rimasto indietro, e l’altra, quella italiana, dove la mobilità sociale è sempre più scarsa e la società sempre più sclerotizzata in classi chiuse? 

In conclusione, questo testo gustoso, divertente e profondo, delicato e mai retorico o enfatico, che non ha niente da invidiare al migliore Carlo Cipolla, non è solo la storia sociale di una tecnologia, che da strumento simbolo di progresso, dei tempi nuovi, delle magnifiche sorti e progressive si trasforma in una “delle ultime cittadelle della fantasia, un caposaldo del romanticismo, assediato dalle squallide forze del progresso, e che rifiuta di arrendersi”, ma anche la storia collettiva di un paese che ha perso tante volte i suoi appuntamenti con la modernità e per questo continua, affannato, ad arrancare, incerto su cosa essere.

Stefano Pivato (Gatteo a Mare, 3 agosto 1950) è uno storico e saggista italiano.

È professore ordinario di storia contemporanea presso l’Università degli Studi Carlo Bo di Urbino. Nella stessa Università ha ricoperto la carica di Preside della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, dal 2000 al 2008, e quella di Rettore dal 2009 al 2014. Dal 1989 al 1992 ha insegnato, in qualità di professore associato, nell’Università di Trieste e, durante l’anno accademico 1992-93, è stato visiting professor presso l’Università della Sorbona (Paris V).

Fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta ha collaborato ai progetti di ricerca dell’Istituto Universitario Europeo (Firenze) e dell’Università di Lyon. Ha fatto parte dei comitati scientifici delle seguenti riviste: «Italia contemporanea», «Memoria e ricerca», «Movimento operaio e socialista» ed è membro dei comitati di direzione di «Storia e problemi contemporanei», «Prima persona» e coordinatore del comitato scientifico di «Storia dello sport. Rivista di studi contemporanei». Dal 1999 al 2009 ha ricoperto la carica di assessore alla cultura del Comune di Rimini.

Attualmente è direttore del Centro sammarinese di studi storici della Università degli studi di San Marino e fa parte del Comitato scientifico dell’Archivio dei Diari di Pieve Santo Stefano, del Comitato scientifico del Centro Interuniversitario per la storia delle università italiane (CISUI) e del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto Nazionale Parri. Collabora a Rai Storia. I suoi interessi di studioso si sono concentrati, negli anni, sui comportamenti collettivi degli italiani e sull’immaginario politico nel Novecento.

Editore: Il Mulino
Collana: Biblioteca storica
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 24 ottobre 2019
Pagine: 280 p., ill. , Brossura
EAN: 9788815285218