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Lessico femminile

di Sandra Petrignani

Per la stragrande maggioranza della propria storia gli esseri umani sono vissuti all’interno di società statiche, tradizionali, dove i ruoli sociali erano perfettamente definiti e la possibilità di alterare le norme sociali era nulla. Su tutto e tutti regnava una tradizione considerata sacra che non poteva essere alterata, pena lo scherno pubblico, la riprovazione sociale, la messa al bando o la morte. Questo voleva dire anche che le persone non erano libere di scegliere e l’ascensore sociale era bloccato: il figlio del contadino avrebbe continuato a fare il contadino, perchè era giusto così, e il figlio del nobile sarebbe rimasto nobile. Si poteva migliorare la propria condizione diventando chierici, ma in quel caso il miglioramento era individuale, il proprio cambio di status non era trasmissibile alla propria discendenza.
Questo mondo, a partire dalla metà della seconda metà del secolo scorso, ha iniziato lentissimamente a sfaldarsi. Si chiama processo di secolarizzazione e non ha a che fare solo con la religione in senso proprio, ma con il venir meno della cogenza normativa di una tradizione vissuta come sacra: se io figlio di contadino voglio fare il professore universitario non faccio torto a nessuno, non offendo la sacra tradizione. Per processo di secolarizzazione si intende il fatto che la sacra tradizione non plasma più in ogni aspetto la vita individuale, né determina il comportamento degli individui in pubblico.
Questo però significa che ora le persone possono scegliere (si chiama azione elettiva) chi e che cosa essere liberamente. Attenzione alla facile esultanza. Scegliere cosa essere, decidere cosa è bene e cosa è male senza l’aiuto della tradizione collettiva può essere un’opera titanica.  Questo è il disagio della civiltà di cui parla Freud, la difficoltà di dover scegliere.
Ora questo processo di liberazione per gli uomini è iniziato prima che per le donne ed è stato più graduale. Gli uomini hanno avuto maggiore possibilità di adattarsi e hanno avuto un maggiore incentivo a farlo da parte della società nella quale vivevano. Per dire, il giovane figlio di contadini che andava a lavorare in fabbrica non veniva considerato un traditore dei valori familiari; cosa ben diversa se una donna avesse lasciato la famiglia contadina per andare a studiare lontano. 

Dunque questo processo di liberazione per le donne è iniziato soltanto ora, forse solo dagli anni Novanta come fenomeno di massa. C’è di più: se da una parte la società ora, in qualche modo, incoraggia questo processo di liberazione, dall’altra la vecchia società, quella tradizionale, continua a premere cercando di imporre i suoi modelli. Scrive Sandra Petrigani: “Da piccola e poi da giovane, leggendo, mi veniva naturale identificarmi con gli eroi più che con le eroine delle storie (…). Lo trovano naturale, e però avvertivo un certo disagio: come mai le personalità femminili erano sempre tanto gregarie, umili, mai davvero trionfanti se non – a volte – nella cattiveria (penso alla Milady dei Tre moschettieri…)? Certo le protagoniste delle fiabe avevano alla fine un gran riscatto, ma sempre ottenuto con l’intervento di una fata e di un valoroso cavaliere principesco. Mai che riuscissero a sgominare da sole le insidie del mondo”.
Il perché di questo comportamento è in uno studio pubblicato nel 2016, condotto da due ricercatori dell’Università di Catania (Corsini e Scierri), intitolato “Differenze di genere nell’editoria scolastica. Indagine empirica sui sussidiari dei linguaggi per la scuola primaria”. I due ricercatori hanno fatto una cosa semplice ma molto intelligente: contare quante volte nelle favole dei sussidiari delle scuole elementari i protagonisti erano bambini e bambine; che lavori facevano questi protagonisti; e quali aggettivi erano usati per descriverli.

Ecco i risultati. Quanto ai protagonisti, il 60% sono bambini, il 37% sono bambine. Quanto alle professioni, i protagonisti maschi possono scegliere tra ben 80 professioni diverse, nell’ordine: Cavaliere, re, capitano, medico, pittore, esploratore, scienziato, marinaio, sindaco. Mentre le bambine devono accontentarli di dover scegliere tra solo 23 diverse professioni, le principali delle quali sono: mamma e maestra (in prevalenza) e poi strega, fata, principessa, commessa, cameriera.
Per quanto riguarda gli aggettivi, ai protagonisti maschi sono associati i seguenti aggettivi: audaci, valorosi, coraggiosi, seri, ambiziosi, autoritari, duri, bruti, impudenti. Alle bambine: (in prevalenza percentuale crescente): antipatiche, pettegole, invidiose, vanitose, smorfiose, affettuose, apprensive, premurose, buone, pazienti, servizievoli, docili, carine.

Questo che cosa vuole dire? Vuole dire che mentre c’è una parte della nostra società che dice che le donne possono fare di più e meglio degli uomini, dall’altra si continua a proporre modelli che non hanno più alcun senso. È un atteggiamento schizofrenico che provoca comportamenti schizofrenici e di qui il sorgere di una più ampia e gigantesca questione femminile dovuta al fatto che alle donne non vengono offerti esempi, modelli ricchi di consenso sociale, a cui aspirare. Sandra Petrignani lo scrive chiaramente: “Se nel destino di un uomo la libertà è prevista, in quella di una donna è una conquista”. Nelle parole di Sylvia Plath: “Non voglio accettare che la mia vita finisce nella mani di un marito, rinchiusa nella più vasta sfera delle sue attività e indirettamente nutrita dei racconti delle sue imprese concrete. Io devo avere una mia sfera legittima e personale, distinta dalla sua che lui deve rispettare”.

Per le donne dunque non ci sono modelli, ruoli sociali se non quelli delle società tradizionali e anche i modelli in linea con la modernità sono stati costruiti dagli uomini stessi, plasmati sulla natura maschile. Per dirla in maniera più spiccia, per una donna aderire a uno dei modelli sociali costruito per lei dagli uomini (astronauta, manager, soldato etc) significa amputare metà della propria natura. Hetty Hillesum è chiarissima sul punto, per inciso anche lei parla di una questione femminile: “A volte, quando vedo per strada una donna bella e ben curata, assolutamente femminile e magari un po’ stupida, sono capace di perdere la testa: allora il mio cervello, le mie lotte e sofferenze mi diventano un peso, li sento come qualcosa di brutto e di non femminile e vorrei essere solo bella e stupida, una specie di giocattolo desiderato da un uomo”.

Per dirla diversamente, le donne sono costrette a vivere in un mondo pensato per gli uomini, creato dagli uomini, ad uso e consumo degli uomini: non a caso, scrive l’autrice, “l’umanità che dà vita al mondo è per lo più di genere maschile”. Il che significa che si impedisce di essere loro apertamente donne; per essere accettate in questo mondo devono camuffarsi un po’ da uomini.

Ecco, in questo libro prezioso e utile leggerete anche di questa lacerante tensione che si verifica nell’animo di ogni donna tra i modelli che le vengono imposti e le aspirazioni nutrite. Questo testo è uno strumento per prendere contatto con questa tensione, raccontata dall’interno attraverso le pagine della grande letteratura.

C’è un’ultima notazione da fare. In una intervista di qualche tempo fa Fiorella Mannoia ricorda la sua reazione dopo aver letto per la prima volta il testo di “Quello che le donne non dicono” scritto da Enrico Ruggeri. Aveva iniziato la lettura molto prevenuta, visto che – sostiene la cantante – di solito gli uomini scrivono sciocchezze sulle donne, ma l’aveva conclusa con grande stupore, chiedendosi come facesse Ruggeri a conoscere così tante cose del mondo femminile. Fu allora che chi scrive ebbe la sensazione che ci fosse un mondo intero precluso allo sguardo degli uomini e a loro vietato. Nella quarta di copertina del libro c’è una frase della Yourcenar che mi ha confermato quella sensazione che ebbi allora “Niente è più segreto di una esistenza femminile”. Ecco, questo libro è anche una guida preziosa per chi vuole entrare senza disturbare troppo in un mondo che lo sguardo dei maschi ha ignorato lungamente e continua ad ignorare.