L’Europa, la Cina, e il futuro da orientare

di Roberto Menotti

L’accordo sugli investimenti tra Unione Europea e Cina (“Comprehensive Agreement on Investment”), concluso a fine dicembre dopo sette anni di negoziati, segnala che la globalizzazione è un processo profondo, durevole e ramificato. Non basteranno le serie preoccupazioni legate alla pandemia, sia per l’origine del virus sia per l’eccessiva dipendenza da alcuni prodotti cinesi, a spingere il mondo verso una specie di “reshoring” a tappeto, riportando le economie nazionali più avanzate a un’anacronistica autarchia. E un argine alle tendenze verso il famigerato “decoupling” USA-Cina verrà proprio dal fatto che ci sono altri attori importanti nel quadro globale – a cominciare dalla UE – e lunghe filiere del valore che continuano a offrire grandi vantaggi pur avendo indubbie controindicazioni.

Dunque, un primo dato che emerge, e che va tenuto a mente, è la potenza formidabile dell’interdipendenza economica: i vantaggi, non soltanto immediati ma anche in prospettiva futura, sono enormi. Quando si applica questa valutazione a un’economia delle dimensioni della Cina, quei vantaggi diventano praticamente irresistibili; ma ciò vale anche all’inverso, per la Cina che guarda al mercato unico europeo e ai suoi 450 milioni di ricchi consumatori.

E’ necessario uscire da un equivoco: comprare un telefono Huawei non vuol dire condividere i metodi di governo repressivi del Partito Comunista Cinese, come peraltro comprare un iPhone non vuol dire essere innamorati di Silicon Valley, o chattare su Facebook non vuol dire concordare con le tecniche di advertising di Mark Zuckerberg. Si può disquisire a lungo sulla mancanza di equivalenza tra Cina e USA (e chi scrive pensa decisamente che esista una comunità di valori euro-americana), ma la forza degli scambi economici sta proprio nella capacità di scavalcare grandi differenze a creare relazioni a prescindere dalle diversità. E’ naturalmente legittima la preoccupazione per i diritti umani nella Repubblica Popolare, dal lavoro forzato alla minoranza uigura alla questione di Hong Kong; ma è altrettanto legittimo perseguire alcuni interessi comuni mediante l’interdipendenza.

Un secondo dato che si può trarre dall’accordo UE-Cina è relativo agli effetti negativi prodotti da quattro anni di politica estera trumpiana sui rapporti euro-americani. Senza illudersi che un’amministrazione più accomodante avrebbe fatto una differenza radicale sulle scelte e sugli interessi europei (né che l’arrivo di Biden potesse fare miracoli o ne farà nell’immediato futuro), va detto che l’approccio “transattivo” dell’amministrazione uscente ha rimosso alcuni incentivi alla consultazione tra i vecchi alleati.

A onor del vero, sulle politiche verso la Cina non c’è ad oggi una vera abitudine in tal senso, e nemmeno un luogo o un foro deputato allo scopo (la NATO comincia a discuterne, ma siamo davvero ai primi passi), eppure avrebbe certo aiutato se Washington avesse fatto qualche proposta di azione congiunta al di là di dichiarazioni aggressive e perfino roboanti contro Pechino, che in realtà dal 2017 si sono alternate con chiarissimi segnali che l’America cercava intanto un grande accordo. Va ricordato infatti che Trump non ha mai escluso di poter ottenere da Xi Jinping concessioni soprattutto commerciali, e lo ha detto apertamente innumerevoli volte: in altre parole, ha puntato con scarso successo (soltanto il parziale accordo “Phase One” di inizio 2020) proprio a quanto Bruxelles ha invece ora ottenuto, cioè un’intesa economica ad ampio spettro.

Ciò significa che non ci può far ingannare da dichiarazioni molto generiche di “rivalità strategica”, come le tante fatte negli ultimi mesi da Washington e – con qualche riluttanza e vari caveat – anche da Bruxelles; essere in competizione (in questo caso con la Cina) non impedisce affatto di collaborare in modo selettivo, e anzi questa è proprio la natura della diplomazia e in fondo della politica a tutto tondo. Fingere che sia diversamente è come dipingere in bianco e nero un mondo di rapporti internazionali che è palesemente tinto di sfumature di grigio.

Un terzo punto si può allora indicare, come sintesi dei due precedenti: la complessità delle relazioni internazionali non consente quasi mai di puntare su una sola priorità, come la sicurezza tecnologica se si pensa al caso del 5G o a “infrastrutture critiche” più tradizionali come gli snodi portuali. Del resto, si è verificato da anni qualcosa di simile nel settore energetico, ad esempio, nel quale vari Paesi europei continuano a coltivare un rapporto di stretta interdipendenza con un Paese controverso come la Russia nonostante le molte obiezioni americane (e le loro stesse preoccupazioni per i metodi di Vladimir Putin e per il futuro dei combustibili fossili): la motivazione di queste scelte è solida, e sta nel concetto della diversificazione progressiva, che consente di comprare dove è più conveniente pur lavorando per ampliare le fonti di approvvigionamento.

Vi sono qui analogie importanti con i rapporti UE-Cina, visto che a tutti è oggi chiaro che il governo di Pechino è un partner difficile e in certi casi pericoloso, ma anche che si possono fare accordi vantaggiosi soprattutto nei settori che continueranno a crescere in futuro – e il futuro può anche portare cambiamenti positivi inaspettati, per cui è utile essere collocati nel posto giusto se e quando ciò dovesse accadere. Insomma, nello stringere accordi con Xi Jinping nel 2020 si guarda in realtà a quello che la Cina potrebbe diventare nel 2030 o nel 2050: più ricca, forse più diversificata al suo interno, magari perfino più libera e democratica?

Niente panico, quindi, se l’Europa ha fatto un’operazione da vera potenza geopolitica senza aspettare che si insediasse Joe Biden. E’ uno sgarbo, sì, ma nulla di irreparabile: con la sua amministrazione ci saranno comunque ottime opportunità da perseguire e nuove forme di cooperazione multilaterale da mettere in piedi.

Gli stessi Stati Uniti cercheranno forme di accordo-quadro con Pechino in alcuni settori, in parte proprio per smussare le asperità della competizione militare in Asia orientale – che per gli europei non è, nei fatti, così prioritaria. Intanto dovremo dialogare tutti con la Cina, se non altro per ragioni climatiche, tecnologiche, pandemiche. Ci sono comunque i presupposti per un’ambiziosa agenda transatlantica senza dover rinunciare a rapporti bilaterali proficui con il gigante asiatico.

La realtà è questa, non affatto semplice da gestire ma ineludibile. Non serve nasconderla né ignorarla: per l’Europa si tratta di fare leva sui propri punti di forza allo scopo di orientare il futuro invece di subirlo. 

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