Civiltà delle macchine (digitali)

di Costanzo Pietrosanti

Che di digitale si parli a tutto vento non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo se non fosse per un tema in parte ricorrente ed in parte divenuto urgente tanto da richiedere un passo indietro per fare due passi avanti: il tema di “digerire” la digitalizzazione da un lato e di come aiutare i nostri ragazzi a navigare i meandri del tema superando atteggiamenti preconcetti quali la paura. La comunità di Stroncature ha affrontato proprio ieri il tema dell’istruzione in mezzo al guado del mondo digitale e del passaggio tra una società fordista ad una digitale tramite modelli innovativi di formazione di respiro ampio. Il tema toccato è fondamentale e molto complesso. Con molta modestia ma molta praticità, ed in linea con l’intervento citato, un contributo “di pancia” può essere utile. E ciò ci accingiamo a fare restringendo il tema alla sfida dell’istruzione tramite la meta-istruzione nell’era della Società 5.0.

Duro dire qualcosa di nuovo o innovativo ma tant’è: l’essere umano ama le sfide e così sia anche con qualcosa di incompleto si può tentare, accettando il rischio di dire stupidaggini. La comunità di Stroncature ha le spalle grosse, come diciamo a Roma.

Cominciamo dal problema dei problemi: le macchine sono un pericolo (sottinteso: quelle nate dall’informatica come insieme di hardware e software) declinata anche come: le macchine ci prenderanno la mano. Onde il terrore dell’Intelligenza Artificiale. Applicazione e timore concreti: le macchine distruggono posti di lavoro. Che questo sia un problema è un fatto da non sottovalutare quindi gli effetti prima della meta-istruzione (la scrivo staccata per maggior chiarezza altrimenti somiglia a supercalifrasticespiralidoso) devono essere analizzati con attenzione.

Siamo quindi seri e aggiungiamo qualcosa che non è poi banale almeno per il contesto industriale: distruggere non fa rima con demansionare ma i due aspetti sono piuttosto vicini da meritare una distinzione: demansionare (almeno in ambiente industriale) significa abbassare il livello dei contenuti e della qualità dei lavori con mansioni sempre più banali legate al costo dell’ora di lavoro. Si demansiona ciò che prima era (come realtà o almeno come percezione) di  maggior qualità. Tali compiti sono stati già intrapresi dalle persone, ma possono essere tali da richiedere una manualità o una conoscenza pratica di tipo quasi sempre euristico (gli apprendisti di buona memoria) e che oggi vengono svolti da chiunque abbia quel minimo di sale in zucca per schiacciare qualche tasto rendendosi conto che può anche ammazzare qualcuno (vedi il tassista. Tempi brutti però: la macchina di Google li sostituirà tra poco. Li sostituirà? Vedremo). Il problema vero è il bilancio tra posti creati e posti persi e l’informatica c’entra fino ad un certo punto perchè nel bresciano abbiamo tutti letto che mancano 150.000 giovani con skill adeguati. Eccolo lì il guado. O possimo chiamarlo anche il Digital Divide… ma tra chi?

“Tiremm innanz” diceva Amatore Sciesa. Non solo subire un demansionamento è drammatico ma non trovare un lavoro appagante è una cosa diversa e mi pare che sia il nocciolo del discorso. Veramente il problema oggi è quello di trovare un lavoro, figuriamoci poi che sia appagante. Ma non possiamo allora dire: ringrazia il Signore che qualche lavoro c’è perchè è come dire ai nostri giovani: smetti di sognare. A parte chi nasce già corazzato, è qui che la meta-istruzione si riaffaccia.

Oggi siamo nell’era dell’Industria 4.0 intesa come un modello evolutivo di fabbrica (o impresa, va bene lo stesso) sempre più automatica (attenzione, automatica non significa automatizzata, questa è ancora Industria 3.0. I robot nelle linee di lastratura di Mirafiori, Pomigliano e Melfi ci sono da trent’anni). Il termine succedaneo di Quarta Rivoluzione Industriale, l’hanno inventato i tedeschi nel 2011 quasi a voler mettere le mani avanti per parare eventuali luddisti già visti nella seconda, quella delle macchine a vapore e prima ancora del telaio meccanico.

Abbiamo così chiuso il cerchio Istruzione-lavoro-competenza.

Entriamo dentro al cerchio solo per ricollegarlo all’altro cerchio APP-SVILUPPATORI-UTENTI.

Pensare che uno Sviluppatore sia il guru del dominio di conoscenza significa rischiare di cogliere solo un aspetto del tema. Per questo dobbiamo fare un passo avanti, distinguendo tuttavia che applicazioni industriali, anche quando possono sembrare video-giochi, e app sociali-marchettare (senza offesa e non intendendo mancare di rispetto) ci sono tante similitudini ma esse sono al tempo stesso diverse.

Industria: prendiamo il caso delle acciaierie (chi scrive ci ha lavorato per circa 35 anni). Chi non ci è stato dentro almeno una volta, mi creda sulla parola. Un affascinante inferno dantesco popolato di lavoratori di tutti i tipi, intelligenti e stupidi, formati e ignoranti, responsabili e irresponsabili (inteso come meri esecutori di istruzioni) capaci quasi tutti di utilizzare le app per collegarsi tra loro e condividere eventi e giudizi che salvano talvolta la pelle. Mi onoro di aver lavorato con uomini e donne di questo stampo, anche con gli stupidi, per il solo fatto di avere avuto il coraggio di accettare una sfida personale di questa portata.

Ebbene, credetemi sulla parola: uno sviluppatore di applicazioni software, sia di automazione che di controllo del processo di fabbricazione, ci ha passato pochissime ore (e spesso con fastidio) nelle acciaierie e solo per installare le applicazioni sviluppate correggendo i buchi (bugs) di cui le loro creature sono piene, tanto è vero che gli acceptance tests sono in carico agli utenti. Quando troviamo uno sviluppatore che ha esperienza diretta di acciaieria (ovvero del dominio oggetto dell’app) abbiamo fatto bingo.

Però bisogna dare un’occhiata più approfondita al ciclo di produzione del software che è un po’ più complesso. Dalla intelligente sintesi di ieri occorre inserire qualche tassello in più, come il passaggio dell’analisi prima che la programmazione vera e propria. Infatti, il software industriale richiede molte più cose, tra cui l’estensione di un buon documento di requisiti, un’analisi della struttura del codice (permettetemi di non usare la parola App) e la fase circolare di sviluppo e testing fino all’accettazione finale. In questo ciclo, gli “smanettoni” possono essere figure importanti: possono avere anche genio e inventiva ma sono quasi sempre il frutto di un’esperienza maturata sul campo. Ebbene, chi “possiede” il software è l’analista che nella prima accezione può contribuire con le idee anche senza scrivere una riga di codice, e descritto dalla parola Sviluppatore anch’esso. Tuttavia, la parola “analista” si riferisce allo studio e alla comprensione del contesto operativo che è fondamentale per strutturare un software che faccia ciò che è richiesto. Spesso gli analisti lavorano fianco a fianco con gli acciaieri (con gli Utenti in generale) e arrivano a possedere sia il vocabolario che la semantica.

Ebbene, e veniamo al punto cruciale, l’università ed in generale il modello formativo attuale, questo non lo dà perché se vieni da una formazione informatica, puoi avere cognizione di tutti domini di conoscenza che puoi incontrare? No, sicuramente per cui non resta che la formazione sul campo (se sei sveglio ed hai basi buone)

Veniamo quindi all’istruzione che ho già introdotto con l’ultima frase. Chiarito il significato di demansionamento, andiamo a ciò che è alla base: personalmente non ci trovo niente di male a non sapere come è fatto il software. Ma, qualunque software per mia esperienza dipende dai metodi applicati e dagli algoritmi che vengono trasformati in righe di codice. Per cui, software banali come Whatsapp possono essere usati senza sapere niente di cosa c’è sotto perché alla fine chi se ne frega: devo mandare un messaggio: “che mangiamo stasera?”, accidenti. Cosa diversa sono i software specialistici. A casa mia, algoritmo significa, alla fine, matematica che stenografa il modello che descrive contesto ed obbiettivo. Possiamo essere tutti in grado di comprendere quello che c’è sotto ad un algoritmo di Intelligenza Artificiale? La mia risposta è ancora un no. Ma avere un’idea culturalmente fondata di cos’è l’Intelligenza Artificiale, questo è sicuramente necessaria, almeno per capire cosa stiamo regalando al finanziatore dell’APP in termini di informazioni e dati personali.

E qui si viene al punto ben evidenziato di una merge culturale ottimale tra cultura umanistica e scientifica che dovrebbe essere il cuore del problema. Sarebbe il caso di essere pratici anche sapendo di correre il rischio di non essere capiti.

Le vituperate “dimostrazioni” sono un passo fondamentale per “ficcare in testa” agli studenti che dietro a una espressione matematica c’è prima un metodo e prima ancora un’idea sollecitata da un obiettivo. Ci siamo spaccati la testa all’università sul calcolo matriciale (matematica pura, cioè distillata) e chi scrive ringrazia di averlo fatto, altrimenti non avrei capito niente delle strutture che ha successivamente progettato con programmi agli Elementi Finiti già fatti (basati sul calcolo matriciale). Ma, nel contempo ci siamo anche spaccati la testa sulla Meccanica del Continuo e sulle dimostrazioni di analisi numerica. Chiudo con una domanda: dov’è il confine tra cultura e competenza? C’è un confine?

Purtroppo, non abbiamo tutti gli stessi mezzi intellettuali e famiglie alle spalle che ci hanno fatto vivere in un ambiente stimolante. E visto che è crollato il modello anglo-sassone e, credeteci, anche quello germanico, il problema ce lo abbiamo tutti visto che Montecitorio non l’hanno ancora assaltato, mentre Capitol Hill sì. Forse, dare un senso alla parola élite (ai miei tempi si diceva avanguardia) potrebbe avere un senso. Con rispetto s’intende, perché, francamente il camionista calabrese che usa l’app di navigazione e accetta di rovinarsi le vertebre lombari per milioni di kilometri merita lo stesso rispetto di un progettista di automobili di Formula 1. Tra vent’anni il camion sarà guidato dall’intelligenza artificiale? Vedremo se legalmente ciò sarà possibile. Nel frattempo, lasciateci il collegamento tra cultura e competenza dell’Università Quinquennale. Oggi, e personalmente, per averci insegnato per cinque anni, l’idea della triennale non mi pare che abbia funzionato un granché. Perché?

Si faccia avanti chi ha la risposta o dice che non è vero. Ed il problema, come detto, non è solo nostro. Il Dipl. Ing di germanica estrazione (triennalista anche lui o giù di lì) non è né un fine dicitore né ci risulta sia più colto dei nostri ragazzi neolaureati. È bene che ne parliamo ancora. Il problema investe tutto il ciclo dell’istruzione, alla faccia dell’Invalsi. A proposto, perché non usare il QI allora? Se non fosse così incerto, sarebbe almeno meno ipocrita. Occhio, non condanniamo l’Invalsi. Ci chiediamo solo se qualcuno abbia chiaro che uso pensiamo di farne. Gli interrogati in merito, tacciono compresi i sostenitori del merito. Sapessimo cosa intendono coloro che lo hanno nobilitato nel nome di un Ministero.

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