Il calderone di Medea

di Fabio Cavalli

Tempo fa, un collega e caro amico, celebre cardiologo e uno dei più mirandoliani scienziati che conosco, mi disse con un certo rassegnato rammarico che ormai tutti erano convinti (anche l’industria medicale) che in un futuro più o meno prossimo basterà buttare in un calderone genetica, “omics”, intelligenza artificiale e poche altre cose per ottenere (“come per magia”) diagnosi raffinate e altamente predittive sulle malattie cardiache, sulla loro prevenzione, terapia e chissà mai cos’altro. Credo che con il termine calderone il mio collega volesse indicare genericamente un calderone magico, come quello di Asterix o delle fattucchiere disneyane,  ma penso che più o meno consapevolmente (siamo tutti volenti o nolenti immersi nel Mito), stesse pensando al calderone di Medea.

I mito è noto: volendo vendicare i torti subiti da Giasone da parte del re di Iolco, Pelia, Medea persuade le sue figlie della magica potenza dei suoi incantesimi: mette in un gande lebete un ariete sgozzato e tagliato a pezzi e ne fa uscire un giovane agnello vivo e saltellante. Allo stesso modo le fanciulle potranno far ringiovanire il proprio padre assai vecchio, uccidendolo, tagliandone il corpo a pezzi e ponendo le carni sul fuoco, nel calderone. Le Peliadi, suggestionate dall’arte della maga, si renderanno così le materiali esecutrici dell’atroce vendetta. Ovviamente le fonti antiche ribadiscono che quella di Medea fu solo una illusione, un atroce gioco di prestigio ai danni delle giovani Peliadi (e, ovviamente del padre): il corpo a pezzi del vecchio Pelia non risorgerà affatto dal calderone.

Ma lasciamo per un attimo il vecchio re depezzato e torniamo alle nostre riflessioni.

La filosofia delle neuroscienze, ovvero quella che sostiene l’identità tra basi neurobiologiche ed il comportamento di un individuo,  è leggibile anche attraverso una chiave di lettura scientifico- ideologica ben precisa, ovvero il neuroessenzialismo. L’adozione di una visione neuroessenzialista, che pone il soggetto e le sue reazioni in un rapporto di diretta e subordinata dipendenza dal suo cervello, ha molteplici ricadute profonde non solo da un punto di vista filosofico ma anche su quello sociale, politico ed economico. Specialmente quando non si parla di neuroessenzialismo in sé ma si cerca di parlare con un linguaggio neuroessenzialista. Un linguaggio peraltro supportato e volgarizzato dei mass media, dall’editoria e dell’establishment economico e politico e che possiede  degli inquietanti aspetti, a mio avviso, riduzionistici e deterministici. Un fenomeno che peraltro la neurobiologia condivide con la genetica: è infatti ormai di uso comune la frase “è scritto nel mio DNA”, che poi, nella sua essenza pseudoscientifica, ha preso il posto di “questo è il mio destino, io sono così”. Peccato che sia le neuroscienze sia la genetica siano discipline abbastanza recenti e, come si dice, ancora decisamente in progress: si pensi, per esempio, ai problemi ancora aperti dell’epigenetica o alla plasticità sinaptica.

Non voglio assolutamente entrare nel merito sulla discussione tra scienza e linguaggio da Laplace in poi. Non credo di averne a disposizione gli strumenti. Però spostando l’angolo di osservazione non è difficile cogliere in questi atteggiamenti un mal celato determinismo che in fondo non è altro che la via breve, la scorciatoia, la tentazione che, ciclicamente, attrae l’uomo e la società in cui vive. La cosa curiosa è come questi stessi soggetti, ripieni di scienza vulgata  si straccino le vesti di fronte all’opera (tutta positivista) di Cesare Lombroso definendola vana e pseudoscientifica ma che ne condivide, seppur su altri fronti, le speranze. È un fenomeno interessante, ma non è certamente nuovo: gli epigoni illuministi e poi positivisti della fisiognomica antica, i Casper, i Lavater, i Lombroso fanno parte del fenomeno moderno, ma gli esempi, nella storia occidentale, potrebbero essere numerosi.

Quando l’occidente medievale, nel XIII secolo, conobbe l’astrologia alessandrina attraverso il filtro ideologico degli astrologi arabi, la adottò entusiasticamente come un sistema predittivo basato sulla inalterabilità dei destini, compreso quello del mondo stesso. Il problema era solamente saper leggere correttamente i segni. L’astrologo poteva divinare il momento migliore per dare battaglia o per iniziare una lucrosa operazione commerciale: se il destino era immutabile ed era contenuto nelle stelle, era solo una questione di semiotica. Un determinismo che riuscì anche a contagiare la medicina, quella medicina che si basava su solide basi epistemologiche galeniche e ancor prima ippocratiche ma che adesso sognava un sistema diagnostico e terapeutico basato su ciò “era scritto nelle stelle”. Non più polso e urinoscopia ma oroscopi sulla qualità della malattia e sul momento giusto per intervenire e su come intervenire. Fortunatamente fu un periodo breve, un paio di secoli, più o meno.

Furono le menti più brillanti, filosofi e teologi, santi maghi naturali acribiosi osservatori della natura e profondi conoscitori del pensiero e della storia che evitarono, in qualche modo, il disastro, dichiarando la falsità del determinismo astrologico in favore del libero arbitrio. Una conclusione che fortunatamente riapriva la porta verso quella scienza della natura che era da sempre vista come lecita e anzi doverosa. Astra inclinant, non necessitant. Ogni volta che ci penso, ammiro Tommaso di Aquino per la geniale semplicità del suo pensiero.

Poi venne il resto, l’età dei Lumi, la Rivoluzione industriale con i suoi filosofi, il marxismo e i suoi epigoni, le scienze economiche moderne, la “nuova” scienza.

Nuovi  calderoni, nuove illusioni: la vendetta di Medea, furiosa e scarmigliata mentre vaga a piedi nudi nel bosco notturno a invocare Ecate o mentre convince le figlie di Pelio a compiere il patricidio urlando  “impugnate le spade e cavate il sangue invecchiato, così ch’io possa riempire le vene esangui di giovani umori”, come ci racconta Ovidio. Illusioni pericolose perché possono facilmente permeare la società e la politica. Tenendo inoltre conto, tanto per rimanere nell’ambito del pensiero greco, che la metis tipica del politico è quella  del polipo, che assume l’aspetto della pietra a cui aderisce, non è poi difficile intuire quali pericoli ci potrebbero attendere in un futuro già più che prossimo.

spot_img
X