“Blood and Treasure: The Economics of Conflict from the Vikings to the Modern Era”, Duncan Weldon, (Pegasus Books, 2026)
Pubblicato da Pegasus Books nel 2025, Blood and Treasure: The Economics of Conflict from the Vikings to the Modern Era di Duncan Weldon affronta una questione che attraversa gran parte della storia politica ed economica: quale rapporto esiste tra la capacità delle società di produrre ricchezza e la loro capacità di organizzare, finanziare e sostenere la violenza? La guerra appare a prima vista come uno degli ambiti meno adatti a essere interpretati attraverso l’economia, perché coinvolge passioni collettive, rivalità politiche, ideologie, religioni e decisioni che possono sembrare incompatibili con qualsiasi idea di comportamento razionale. Weldon parte invece dalla convinzione che gli strumenti dell’analisi economica possano contribuire a spiegare non soltanto come le guerre vengono finanziate, ma anche perché determinati individui, gruppi e Stati scelgano di combatterle. I due concetti decisivi sono quelli di incentivi e istituzioni. Gli incentivi aiutano a comprendere quali vantaggi e costi orientino le decisioni degli attori; le istituzioni definiscono invece l’insieme delle organizzazioni, delle norme e delle aspettative sociali entro cui quelle decisioni vengono prese. Per istituzione, dunque, non si intende soltanto un organismo formalmente costituito, ma anche una regola di comportamento generalmente riconosciuta. La questione fondamentale diventa allora capire come guerra, incentivi e istituzioni si siano trasformati reciprocamente nel corso dei secoli. La formazione dello Stato occupa inevitabilmente il centro del problema, perché per gran parte della storia la capacità di fare la guerra e quella di costruire strutture politiche stabili sono cresciute insieme: molti Stati derivano, in ultima analisi, dall’affermazione di gruppi particolarmente efficaci nell’uso organizzato della violenza. Ma la relazione funziona anche nella direzione opposta, poiché le istituzioni determinano quali risorse uno Stato possa mobilitare, quanto possa tassare, quanto possa indebitarsi e quale tipo di apparato militare possa mantenere. Weldon utilizza quindi l’economia come strumento interpretativo della storia, senza ridurre la guerra a una semplice questione monetaria. La sua domanda riguarda piuttosto il modo in cui la necessità di combattere abbia contribuito a costruire le istituzioni economiche e politiche delle società moderne e, contemporaneamente, il modo in cui quelle istituzioni abbiano modificato le forme, gli obiettivi e perfino la probabilità stessa della guerra. È questa relazione circolare tra war-making e state-making, tra costruzione della capacità militare e costruzione dello Stato, a rendere il problema rilevante anche per comprendere le profonde differenze economiche che separano le società contemporanee.


