Calendar, Cult, and Law in Rome to the Age of Augustus”, Daniel J. Gargola (Cambridge University Press, 2026)
Pubblicato nel 2026 da Cambridge University Press, Calendar, Cult, and Law in Rome to the Age of Augustus di Daniel J. Gargola affronta una questione essenziale per comprendere la civiltà romana: in che modo una comunità politica definisce, ordina e governa il proprio tempo? Il calendario potrebbe apparire un semplice strumento di misurazione, destinato a registrare il succedersi dei giorni, dei mesi e degli anni. Nell’antichità, tuttavia, esso era molto di più. Stabilire l’inizio dell’anno, distinguere i giorni adatti alle assemblee da quelli riservati alle cerimonie religiose, determinare la durata delle magistrature o decidere quando aggiungere un periodo intercalare significava intervenire direttamente nell’organizzazione della città. Gargola mostra che il tempo romano non costituiva uno sfondo neutro delle istituzioni, ma uno dei mezzi attraverso i quali la comunità definiva il proprio rapporto con gli dèi, con l’ordine celeste e con le norme che regolavano la vita pubblica. Il problema centrale riguarda quindi la relazione tra fenomeni naturali, pratiche religiose e decisioni umane. Il movimento del Sole, le fasi della Luna e l’alternarsi delle stagioni offrivano punti di riferimento visibili, ma la loro trasformazione in un calendario richiedeva interpretazioni, convenzioni e autorità incaricate di applicarle. Ne derivava una tensione permanente fra la ricerca di regolarità e la necessità di adattare il computo del tempo alle circostanze politiche, militari e rituali. Il libro invita così a non proiettare sul mondo romano l’idea moderna di un calendario uniforme, automatico e indipendente dalle istituzioni. La sua prospettiva permette invece di osservare la società romana attraverso uno strumento che collegava il cielo e la città, il rito e il diritto, la memoria del passato e la programmazione dell’azione futura. Studiare il calendario significa pertanto interrogarsi su chi avesse il potere di definire il tempo pubblico, su quali conoscenze sostenessero tale potere e su come i Romani tentassero di trasformare una pluralità di usanze in un ordine riconoscibile e condiviso.


