“Campus Speech and Academic Freedom. A Guide for Difficult Times” Erwin Chemerinsky and Howard Gillman (Yale University Press, 2026)
Pubblicato da Yale University Press nel 2026, Campus Speech and Academic Freedom. A Guide for Difficult Times di Erwin Chemerinsky e Howard Gillman affronta una delle questioni più delicate del presente universitario americano: come difendere la libertà di parola e la libertà accademica in un contesto segnato da polarizzazione politica, conflitti identitari, pressioni istituzionali e interventi sempre più invasivi dei poteri pubblici. Il libro nasce dalla consapevolezza che conoscere i principi generali non basta più. Dire che l’università deve proteggere la libertà di espressione è necessario, ma non sufficiente, perché le controversie concrete mettono continuamente questi principi alla prova: un discorso offensivo può essere protetto? Una protesta può diventare illegittima se impedisce ad altri di parlare? Un docente può essere sanzionato per ciò che dice in aula, sui social o fuori dal campus? Un’università deve pronunciarsi sui grandi eventi politici e morali del tempo? Gli autori osservano queste domande da una prospettiva insieme giuridica, amministrativa e accademica. Non scrivono solo da studiosi del Primo Emendamento, ma anche da persone che hanno avuto responsabilità dirette nella gestione di università attraversate da conflitti reali. Per questo il libro merita attenzione: non propone formule astratte, ma tenta di costruire criteri di orientamento per situazioni in cui diritto, missione educativa, sicurezza, non discriminazione e pluralismo entrano in tensione. La sua domanda di fondo è come mantenere l’università come spazio di ricerca, insegnamento e discussione libera senza trasformarla né in un’arena senza regole né in un’istituzione dominata dalla censura.
Il punto di partenza dell’opera è la distinzione tra principi semplici e applicazioni difficili. Chemerinsky e Gillman aprono il ragionamento ricordando l’audizione del dicembre 2023 davanti alla Commissione Education and Workforce della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, nella quale le presidenti di Harvard, MIT e University of Pennsylvania furono duramente attaccate per avere risposto in modo giuridicamente corretto ma politicamente disastroso alla domanda se l’appello al genocidio degli ebrei violasse automaticamente i codici universitari. Gli autori sottolineano che, dal punto di vista del Primo Emendamento, la risposta “dipende dal contesto” era corretta: un’espressione anche ripugnante non è punibile solo perché ripugnante, salvo che diventi minaccia, incitamento imminente alla violenza, molestia giuridicamente rilevante o altra forma di discorso non protetto. Ma il caso mostra anche il limite della pura competenza normativa. In un momento di trauma collettivo, una risposta legalistica può apparire moralmente inadeguata. Il libro nasce proprio da questo scarto: le università devono saper difendere i principi della libertà di espressione, ma devono anche comprendere che la loro applicazione richiede prudenza, chiarezza comunicativa e capacità di distinguere tra condanna morale e sanzione disciplinare. Gli autori non negano la gravità dell’antisemitismo, dell’islamofobia, del razzismo o di altre forme di odio; sostengono però che l’università non può punire ogni opinione abietta senza rinunciare alla propria funzione fondamentale. Da qui emerge una prima tesi centrale: la libertà di parola non protegge ciò che è innocuo, ma ciò che molti vorrebbero vietare.
Il libro ricostruisce poi i principi di base che dovrebbero guidare la vita universitaria. Il primo è che in un campus devono poter essere espresse tutte le idee e tutti i punti di vista. Per le università pubbliche americane ciò discende direttamente dal Primo Emendamento; per quelle private, che non sono costituzionalmente vincolate nello stesso modo, deriva invece da un impegno volontario ma essenziale alla missione universitaria. Gli autori insistono sul fatto che una università non può vietare un discorso solo perché esprime una posizione politica, morale o culturale giudicata inaccettabile. Il secondo principio è che la libertà di parola non è assoluta. Vi sono categorie di discorso non protette o meno protette: incitamento ad attività illegali imminenti, minacce reali, molestie discriminatorie, diffamazione, frode e altre forme in cui le parole producono effetti giuridicamente rilevanti. Il punto decisivo, però, è che queste categorie hanno definizioni precise. Non basta dire che un discorso è “violento”, “dannoso” o “offensivo” nel senso comune del termine: occorre verificare se soddisfa i criteri giuridici richiesti. Il terzo principio riguarda le restrizioni di tempo, luogo e modalità. Un’università può disciplinare dove, quando e come si svolgono manifestazioni, eventi, sit-in o proteste, purché lo faccia in modo neutrale rispetto al contenuto e al punto di vista espresso. Il quarto principio distingue due zone dell’espressione universitaria: la zona non professionale, regolata dalla libertà di parola ordinaria, e la zona professionale, cioè aula, laboratorio, ricerca e attività didattica, regolata dalla libertà accademica.
La differenza tra libertà di parola e libertà accademica è uno degli assi concettuali più importanti dell’opera. La libertà di parola, nel suo significato costituzionale, impedisce al potere pubblico di punire una persona per la semplice espressione di un’idea. La libertà accademica, invece, riguarda il lavoro professionale dei docenti e degli studiosi. Essa attribuisce ai professori un’ampia autonomia nella ricerca, nella pubblicazione dei risultati, nella scelta dei materiali didattici e nella discussione dei temi legati alla propria competenza. Ma questa libertà non equivale al diritto di dire qualunque cosa in aula. È una libertà professionale, fondata su competenza, metodo, etica e responsabilità. Un docente può insegnare contenuti controversi, presentare materiali disturbanti o discutere idee che offendono alcuni studenti, se ciò è giustificato da ragioni didattiche e scientifiche. Non può però usare la cattedra per fare propaganda personale, umiliare studenti, imporre adesioni politiche, discriminare o trasformare l’aula in uno spazio di militanza estraneo al corso. Gli autori chiariscono questo punto attraverso esempi concreti: la proiezione di immagini religiosamente sensibili in un corso di storia dell’arte può essere protetta dalla libertà accademica se risponde a un obiettivo didattico legittimo; l’uso di epiteti razziali in un contesto analitico può essere oggetto di critica, ma non automaticamente di sanzione; al contrario, attribuire credito formativo alla partecipazione a una protesta politica voluta dal docente oltrepassa il confine della libertà accademica. Il criterio non è l’assenza di controversia, ma la pertinenza professionale.
Un’altra parte rilevante dell’analisi riguarda il rapporto tra libertà di espressione, proteste e sicurezza del campus. Gli autori difendono con decisione il diritto degli studenti a manifestare, contestare, organizzare contro-eventi e criticare relatori invitati. Ma negano che esista un diritto a impedire agli altri di parlare. Il cosiddetto heckler’s veto, cioè il potere del contestatore di far tacere il relatore con urla, interruzioni o pressioni fisiche, è incompatibile con l’idea stessa di università come luogo in cui tutte le posizioni possono essere ascoltate e confutate. Il libro esamina diversi casi avvenuti in law school e università americane, nei quali relatori conservatori, filo-israeliani, anti-trans o comunque controversi sono stati interrotti, costretti a sospendere l’evento o evacuati per ragioni di sicurezza. Da questi episodi gli autori traggono una regola pratica: le università devono avere politiche chiare, note in anticipo, applicate in modo neutrale e capaci di distinguere tra protesta legittima e interruzione illegittima. Tenere un cartello, voltare le spalle, organizzare una manifestazione all’esterno o porre domande dure rientra nel dissenso protetto. Bloccare l’ingresso, coprire la voce del relatore, attivare allarmi, impedire al pubblico di ascoltare o ricorrere alla minaccia non è più semplice espressione. La libertà di chi protesta deve convivere con la libertà di chi parla e di chi vuole ascoltare. Per questo le restrizioni di tempo, luogo e modalità non sono viste come tradimenti della libertà, ma come strumenti necessari per renderla praticabile.
Il tema delle proteste diventa ancora più complesso nel caso degli accampamenti sorti in molte università americane nella primavera del 2024 in relazione alla guerra a Gaza, alla questione palestinese, a Israele, al sionismo e alle richieste di disinvestimento. Chemerinsky e Gillman non negano che gli accampamenti possano avere un significato espressivo: occupare uno spazio, costruire tende, rendere visibile una protesta sono atti comunicativi. Tuttavia sostengono che da ciò non deriva un diritto illimitato a occupare spazi universitari, controllarne l’accesso, costruire fortificazioni, interrompere lezioni, impedire cerimonie o creare condizioni percepite come escludenti per altri studenti. Anche in questo caso il criterio decisivo è la neutralità. Un campus può vietare gli accampamenti non perché siano pro-palestinesi, pro-israeliani, conservatori o progressisti, ma perché interferiscono con il funzionamento ordinario dell’università, con la sicurezza, con l’accesso agli spazi comuni o con il diritto degli altri studenti a studiare e partecipare alla vita accademica. Gli autori distinguono inoltre tra ciò che l’università può fare legalmente e ciò che è prudente fare amministrativamente. Non sempre chiamare la polizia è la soluzione migliore; a volte può essere preferibile usare procedure disciplinari interne, negoziare o tollerare temporaneamente proteste poco invasive. Ma quando vi sono occupazioni di edifici, rischi di violenza, esclusioni discriminatorie o gravi interruzioni dell’attività didattica, l’intervento può diventare necessario. Il punto non è reprimere il dissenso, bensì impedire che una forma di protesta si trasformi nel monopolio di uno spazio che appartiene all’intera comunità universitaria.
Una delle tensioni più delicate affrontate dal libro riguarda il rapporto tra libertà di espressione e obblighi antidiscriminatori. Le università americane, spiegano gli autori, si trovano al centro di doveri giuridici diversi: da un lato devono proteggere la libertà di parola, soprattutto se pubbliche e quindi vincolate dal Primo Emendamento; dall’altro devono evitare che studenti e docenti siano esposti a discriminazioni o molestie fondate su razza, origine nazionale, sesso, religione o altre identità protette. Il riferimento centrale è il Titolo VI del Civil Rights Act del 1964, che vieta alle istituzioni beneficiarie di fondi federali di discriminare sulla base di razza, colore o origine nazionale. Nel tempo, l’Office for Civil Rights del Dipartimento dell’Istruzione ha interpretato questa tutela anche in relazione a forme di discriminazione contro ebrei, musulmani, sikh e altri gruppi quando l’ostilità religiosa si intreccia con origine etnica, ascendenza o caratteristiche condivise. Il problema nasce quando la molestia assume la forma del discorso. Un insulto diretto, una minaccia o una campagna reiterata contro una persona possono creare un ambiente ostile. Ma slogan politici, dichiarazioni controverse, prese di posizione su Israele, Palestina, sionismo o religione possono essere al tempo stesso profondamente dolorosi per alcuni studenti e costituzionalmente protetti. Gli autori insistono su un punto: il Titolo VI non autorizza le università pubbliche a punire discorsi protetti dal Primo Emendamento. Impone però di non essere “deliberatamente indifferenti” davanti a un ambiente ostile. Ciò significa che l’università può e deve intervenire con sostegno agli studenti colpiti, dichiarazioni istituzionali, formazione, misure di sicurezza, chiarimenti pubblici e azioni educative, ma senza trasformare ogni discorso controverso in illecito disciplinare.
Il libro dedica grande attenzione anche al discorso “extramurale”, cioè alle dichiarazioni fatte da docenti, studenti o amministratori fuori dagli spazi professionali dell’università, soprattutto sui social media. In passato, osservano Chemerinsky e Gillman, molte opinioni eccentriche, offensive o discutibili restavano confinate a conversazioni private. Oggi, invece, un tweet, un post o un video possono diventare immediatamente oggetto di indignazione pubblica, campagne di pressione, richieste di licenziamento o ritiro dell’ammissione. Gli autori distinguono con cura i diversi soggetti. Gli studenti, non essendo membri di una professione accademica con obblighi specifici di competenza, godono in generale della libertà di espressione ordinaria: se un loro post è offensivo ma protetto, l’università non dovrebbe sanzionarlo. Può criticarlo, può ribadire i propri valori, può sostenere gli studenti feriti da quelle parole, ma non deve punire il semplice punto di vista. Per i docenti il quadro è più complesso. Anche loro, fuori dall’aula e fuori dall’attività scientifica, parlano come cittadini e devono essere protetti. Tuttavia, quando le loro dichiarazioni pubbliche mettono in questione la loro idoneità professionale, la loro competenza o la loro capacità di trattare equamente gli studenti, può aprirsi un problema di libertà accademica. Gli autori citano casi di professori criticati per commenti su Israele, omosessualità, razza, polizia, monarchia britannica o teorie antisemite. La regola proposta è prudente: le dichiarazioni extramurali raramente giustificano sanzioni; quando però sembrano indicare grave incompetenza professionale o violazione degli standard etici, la valutazione deve passare attraverso procedure collegiali e peer review, non attraverso reazioni emotive o pressioni mediatiche.
Un ulteriore nucleo dell’opera riguarda le dichiarazioni politiche delle strutture universitarie e dei leader accademici. Gli autori distinguono nettamente tra la libertà dei singoli docenti di prendere posizione e la pretesa di attribuire una posizione politica a un dipartimento, a una scuola o all’università come istituzione. Un professore, o un gruppo di professori, può firmare appelli, scrivere editoriali, denunciare politiche pubbliche, sostenere cause internazionali o criticare governi. Ma un dipartimento, secondo Chemerinsky e Gillman, non dovrebbe usare i propri canali ufficiali per presentare come istituzionale una posizione politica che appartiene solo a una parte dei suoi membri. Questo perché i dipartimenti non sono associazioni private: sono unità amministrative create per scopi didattici e scientifici. Le loro pagine web, i loro comunicati e i loro canali ufficiali non dovrebbero diventare strumenti di militanza politica, soprattutto quando ciò può far sentire esclusi studenti o docenti che non condividono quella posizione. Il caso più discusso riguarda le dichiarazioni di solidarietà con la Palestina o contro il sionismo adottate da alcuni dipartimenti dopo le escalation del conflitto israelo-palestinese. Gli autori non negano il diritto dei singoli di esprimere quelle idee; contestano però che un’unità accademica possa farle apparire come la posizione dell’intero dipartimento. Diverso è il problema delle dichiarazioni dei presidenti, rettori o chancellor. Qui gli autori rifiutano sia il silenzio assoluto sia l’interventismo continuo. I leader universitari dovrebbero parlare con misura, soprattutto quando un evento incide direttamente sulla missione dell’università, sulla sicurezza della comunità o sulla possibilità di proseguire ricerca e insegnamento. Parlare troppo crea aspettative ingestibili; non parlare mai può apparire come indifferenza morale.
Il capitolo sul controllo governativo del discorso universitario sposta l’attenzione dalle controversie interne ai campus alla minaccia esterna rappresentata dal potere politico. Per gli autori, gli interventi legislativi contro la Critical Race Theory, contro i programmi di diversity, equity and inclusion e contro l’insegnamento di temi considerati “divisivi” costituiscono il pericolo più grave per la libertà accademica dai tempi del maccartismo. Il libro ricostruisce il passaggio da un dibattito inizialmente dominato da conservatori che accusavano le università di non proteggere abbastanza il free speech, a una fase in cui molti degli stessi ambienti politici chiedono allo Stato di vietare l’insegnamento di idee considerate progressiste, antirazziste o “woke”. Gli autori analizzano in particolare le leggi che impediscono ai docenti di sostenere o discutere tesi come l’esistenza del razzismo sistemico, il privilegio razziale, la discriminazione di genere o le forme strutturali di oppressione. Il problema non è che queste idee debbano essere accettate come vere; il problema è che un legislatore non dovrebbe decidere quali interpretazioni storiche, sociologiche o giuridiche possano essere esposte in aula. L’università moderna, secondo il libro, si fonda proprio sulla sottrazione della ricerca e dell’insegnamento al controllo diretto di politici, donatori, consigli di amministrazione o maggioranze momentanee. Se lo Stato può vietare ai professori di sostenere una certa interpretazione della storia razziale americana, domani un altro Stato potrebbe vietare interpretazioni religiose, economiche o costituzionali opposte. Il principio vale in entrambe le direzioni: non è legittimo vietare ai docenti di criticare il razzismo sistemico, così come non sarebbe legittimo obbligarli ad aderire a una dottrina antirazzista prescritta dall’alto.
La parte conclusiva del libro assume una forma più pratica e formula una serie di indicazioni operative per le università. Gli autori raccomandano anzitutto di adottare dichiarazioni chiare sulla libertà di parola e sulla libertà accademica, ma di non illudersi che basti pubblicarle su un sito. Studenti, docenti e personale devono essere formati a comprendere perché anche il discorso offensivo possa essere protetto e perché la censura, una volta ammessa, tende a colpire prima o poi anche le minoranze e le posizioni critiche. Accanto a questi principi, le università dovrebbero elaborare “principi di comunità”: dichiarazioni aspirazionali che richiamano rispetto, inclusione, dignità, pluralismo e responsabilità. Ma tali principi non devono diventare codici disciplinari usati per punire il discorso protetto. Gli autori propongono inoltre di avere politiche preventive per gli eventi più sensibili: regole note, criteri neutri, procedure trasparenti sui costi di sicurezza, piani per evitare interruzioni e indicazioni chiare su cosa costituisce una protesta legittima e cosa invece diventa disruption. Lo stesso vale per il discorso online: le università devono prepararsi a gestire campagne di indignazione, doxxing e richieste di espulsione senza reagire in modo improvvisato. Un elemento importante riguarda le dichiarazioni DEI richieste nei concorsi per docenti. Gli autori riconoscono che diversità, equità e inclusione sono obiettivi legittimi e importanti per l’università. Tuttavia mettono in guardia contro l’uso di tali dichiarazioni come test ideologici. È corretto valutare la capacità di un docente di insegnare a una popolazione studentesca diversificata; non è corretto pretendere una professione di fede politica. Per questo suggeriscono criteri specifici, disciplinari, trasparenti e non uniformi per tutti.
Nel suo insieme, Campus Speech and Academic Freedom propone una visione dell’università come istituzione fragile ma indispensabile, fondata su un equilibrio difficile tra apertura, competenza, regole e responsabilità. La libertà di parola consente l’espressione di tutte le idee, anche quelle false, offensive o detestabili, purché non ricadano nelle categorie giuridiche del discorso non protetto. La libertà accademica, invece, consente ai docenti di esercitare il proprio giudizio professionale nella ricerca e nell’insegnamento, ma li vincola a standard di competenza, pertinenza ed etica. Le università possono regolare tempi, luoghi e modalità dell’espressione, ma non possono farlo sulla base del contenuto o del punto di vista. Devono contrastare discriminazioni e ambienti ostili, ma senza usare gli obblighi antidiscriminatori come scorciatoia per censurare opinioni protette. Devono sostenere gli studenti colpiti da discorsi d’odio, ma anche insegnare loro che il disagio non sempre giustifica la soppressione della parola altrui. Devono permettere le proteste, ma impedire che la protesta cancelli il diritto di altri a parlare, ascoltare, studiare o accedere agli spazi comuni. Devono difendere i valori di diversità e inclusione, ma senza trasformarli in ortodossie obbligatorie. Devono infine resistere alle pressioni del potere politico, perché una università controllata da maggioranze legislative o da amministrazioni governative non può più essere il luogo della ricerca indipendente. L’implicazione futura del libro è chiara: le controversie cambieranno, forse saranno amplificate dall’intelligenza artificiale e da nuove piattaforme comunicative, ma i criteri di fondo resteranno essenziali per preservare l’università come spazio di conoscenza libera e disciplinata.
Sintesi finale
La tesi centrale del libro è che l’università può svolgere la propria funzione solo se resta un luogo in cui tutte le idee possono essere espresse, discusse e contestate, anche quando risultano offensive, divisive o moralmente riprovevoli per una parte della comunità accademica. Questa libertà, tuttavia, non coincide con l’assenza di regole, perché la vita universitaria richiede condizioni minime di sicurezza, accesso agli spazi, continuità della didattica, rispetto delle procedure e tutela degli studenti da forme effettive di discriminazione o molestia. Chemerinsky e Gillman fondano il loro ragionamento sulla distinzione tra libertà di parola e libertà accademica: la prima protegge l’espressione di punti di vista anche controversi, salvo categorie specifiche come minacce reali, incitamento imminente, molestie giuridicamente rilevanti o altre forme di discorso non protetto; la seconda riguarda invece l’attività professionale dei docenti e presuppone competenza, pertinenza, rigore metodologico ed etica. L’aula non è quindi uno spazio di espressione illimitata, ma neppure un ambiente da sterilizzare contro ogni contenuto difficile, perché l’insegnamento universitario richiede il confronto con idee, materiali e problemi che possono risultare scomodi. Gli studenti hanno diritto a protestare, criticare, contestare e organizzare dissenso, ma non hanno il diritto di impedire che altri parlino o ascoltino. Le università possono imporre restrizioni di tempo, luogo e modalità, purché siano neutrali rispetto ai contenuti e applicate in modo coerente. Accampamenti, occupazioni e proteste disruptive non diventano automaticamente protetti solo perché hanno un significato politico. Gli obblighi antidiscriminatori impongono alle università di non restare indifferenti davanti ad ambienti ostili, ma non autorizzano la punizione di discorsi costituzionalmente protetti. Le istituzioni possono sostenere gli studenti colpiti, parlare contro l’odio, educare e rafforzare la sicurezza senza censurare. Il discorso extramurale di studenti e docenti deve essere protetto quasi sempre, anche quando suscita indignazione pubblica; solo in casi rari il discorso pubblico di un docente può mettere in questione la sua idoneità professionale, e allora la valutazione deve essere affidata a procedure collegiali, non alla pressione dei social o della politica. Il libro critica anche l’uso dei dipartimenti come strumenti di presa di posizione politica: i singoli docenti possono parlare liberamente, mentre le strutture ufficiali dell’università devono evitare di presentare opinioni divisive come posizioni istituzionali. La minaccia più grave, secondo gli autori, viene dal controllo governativo dell’insegnamento e della ricerca, perché le leggi contro la Critical Race Theory e contro i contenuti “divisivi” rischiano di sostituire il giudizio degli studiosi con quello dei politici. L’implicazione teorica e pratica dell’opera è che le università devono difendere insieme libertà, regole e responsabilità, preparandosi meglio alle controversie con principi chiari, procedure coerenti, prudenza amministrativa e consapevolezza della complessità dei casi concreti.
Scheda metadati
Autore: Erwin Chemerinsky; Howard Gillman
Titolo in originale: “Campus Speech and Academic Freedom. A Guide for Difficult Times”
Casa editrice: Yale University Press
Anno di pubblicazione: 2026
Categoria: Società, politica e comunicazione


