Ricostruire la storia di una città distrutta è difficile soprattutto quando la maggior parte dei racconti sopravvissuti appartiene ai suoi avversari. Le notizie che sembrano più vivide possono conservare un fatto reale, ma anche il giudizio di chi lo ha narrato; gli oggetti ritrovati dagli archeologi, a loro volta, richiedono interpretazioni che non sempre conducono a una risposta unica. In Carthage: A New History of an Ancient Empire, pubblicato da Ebury Press nel 2025, Eve MacDonald affronta questo problema chiedendosi che cosa possiamo sapere di Cartagine al di là dell’immagine lasciata dalla sua sconfitta. La domanda investe la vita di una comunità, le ragioni delle sue scelte e il modo in cui costruì la propria identità. Investe anche il nostro rapporto con il passato: quanto spazio concediamo a una civiltà quando le sue parole ci sono giunte quasi soltanto attraverso altri? MacDonald osserva queste questioni da storica e archeologa, confrontando testimonianze scritte e tracce materiali, senza attribuire alle une o alle altre una certezza che non possiedono. Il libro merita attenzione perché prende sul serio tanto la ricchezza delle prove disponibili quanto le loro lacune. Ne deriva un’indagine sulle possibilità della conoscenza storica: come riconoscere ciò che un racconto tramanda, come individuare ciò che deforma e come restituire consistenza a persone che la memoria dei vincitori ha spesso ridotto a figure nemiche.
“Carthage: A New History of an Ancient Empire”, Eve MacDonald (Ebury Press, 2025)



