Quando diciamo che un robot è “sociale”, non stiamo indicando soltanto una serie di capacità tecniche, come parlare, rispondere o accompagnare una persona nello svolgimento di alcune attività. Nel loro contributo scientifico, Piercosma Bisconti e Antonio Carnevale invitano a guardare il problema da un’altra prospettiva: prima ancora di chiederci che cosa il robot sia effettivamente in grado di fare, dobbiamo domandarci che cosa intendiamo noi quando attribuiamo un significato sociale a quell’interazione. La questione, quindi, non è solo ingegneristica, ma filosofica, perché riguarda il modo in cui l’essere umano interpreta la presenza della macchina, la tratta come se fosse qualcuno e costruisce attorno a essa aspettative, gesti e significati che non dipendono soltanto dal progetto tecnico del dispositivo.
Per chiarire il problema, la ricerca distingue tre modi diversi in cui un essere umano può attribuire socialità a un robot. Nel primo caso, la macchina viene trattata come se fosse davvero qualcuno: l’utente tende a crederci e ad accogliere quel comportamento come se esprimesse una presenza reale. Nel secondo caso, invece, la socialità nasce dentro una finzione consapevole: si sa che il robot non è un essere umano, ma si accetta comunque di stare al gioco dell’interazione. Nel terzo caso, infine, il robot viene collocato dentro un ruolo sociale più definito e convenzionale, come un dispositivo pensato per accompagnare certe pratiche umane. In tutti e tre i casi, il punto decisivo è lo stesso: la socialità non coincide automaticamente con ciò che la macchina è, ma con il significato che l’essere umano costruisce nell’incontro con essa.
Da qui emerge l’idea centrale della ricerca: ciò che conta non è solo il comportamento del robot, ma anche la distanza tra ciò che il robot fa davvero e ciò che l’essere umano vi legge. Una macchina può simulare segnali sociali in modo coerente, può rispondere, fare compagnia, mostrare una certa continuità nei gesti e nelle parole. Ma questo, da solo, non basta a definire il senso della relazione. Quel senso nasce anche dall’interpretazione dell’utente, dal modo in cui completa ciò che vede, vi proietta aspettative e attribuisce alla macchina una forma di presenza sociale. Per questo la socialità del robot non è mai un fatto puramente tecnico: è anche il risultato di un significato che si costruisce nell’interazione.
Per descrivere questa distanza, la ricerca propone l’idea di una “fenomenologia delta (Δ)”. L’espressione può sembrare tecnica, ma il suo significato è piuttosto semplice: bisogna osservare la differenza tra la socialità per cui il robot è progettato per simulare e il significato sociale che l’essere umano costruisce mentre interagisce con lui. In altre parole, una macchina può essere programmata per produrre certi segnali, certi gesti, certe risposte, ma l’esperienza dell’utente può essere più ampia, più intensa e più carica di senso di quanto il dispositivo possa davvero sostenere. È proprio questo scarto che interessa agli autori. Il problema, quindi, non è solo capire che cosa faccia il robot, ma anche che cosa accada quando una persona interpreta quel comportamento come se esprimesse una presenza sociale più profonda. La socialità della macchina, in questa prospettiva, non è mai soltanto un dato tecnico: è sempre anche il risultato di un’esperienza umana che attribuisce significato all’interazione.
In questa prospettiva, la ricerca invita anche ad abbandonare una distinzione troppo rigida tra robot sociali e robot non-sociali. La socialità, spiegano gli autori, non è un interruttore che si accende o si spegne, ma qualcosa che può presentarsi in gradi diversi. Un robot può essere percepito come più o meno sociale a seconda del contesto, delle aspettative dell’utente e del tipo di interazione che si costruisce. Questo significa che non basta classificare una macchina in base alle sue funzioni dichiarate. Bisogna guardare al sistema più ampio in cui essa entra: un sistema fatto di regole implicite, abitudini, interpretazioni condivise e pratiche quotidiane. Per questo la robotica sociale viene trattata non come un semplice insieme di dispositivi, ma come una realtà sociotecnica, cioè come uno spazio in cui tecnologia, significati umani e istituzioni sociali si modellano a vicenda.
In questo senso, la domanda “un robot è sociale oppure no?” risulta troppo semplice rispetto a ciò che davvero accade. Più che cercare una risposta netta, la ricerca invita a osservare i diversi modi in cui la socialità viene costruita nell’esperienza concreta. A volte il robot è trattato come se fosse qualcuno; altre volte l’interazione è vissuta come una finzione consapevole; altre ancora la macchina viene collocata in un ruolo sociale preciso, più limitato e più convenzionale. In tutti questi casi, però, la questione decisiva resta la stessa: la socialità non si trova soltanto dentro il dispositivo, ma nasce dall’incontro tra il progetto tecnico della macchina e il modo in cui l’essere umano lo interpreta. Prima ancora di chiederci se un robot possa davvero diventare un altro soggetto, bisogna allora fermarsi qui: capire che il “sociale” non è un fatto immediato, ma un significato che prende forma nell’interazione.
Questo articolo nasce nell’ambito delle attività di Terza Missione promosse da Stroncature in collaborazione con l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, nel quadro delle iniziative di Public Engagement finanziate dal “Bando per Finanziamento di Iniziative di Public Engagement” a valere sul Progetto “Sistema Universitario Pugliese”, finanziato nell’ambito della misura “Patti Territoriali dell’Alta Formazione per le Imprese” (CUP F61B23000370006). Il testo rielabora in forma divulgativa il contributo scientifico “Alienation and Recognition: The Δ Phenomenology of the Human–Social Robot Interaction (HSRI)” di Piercosma Bisconti e Antonio Carnevale, pubblicato in Techné: Research in Philosophy and Technology, vol. 26, n. 1, 2022, pp. 147–171, DOI 10.5840/techne202259157, per renderne i contenuti più fruibili a un pubblico non specialista.


