Un documentario è sempre stato una costruzione: seleziona, monta, ordina, commenta, elimina e mette in relazione frammenti del mondo. La sua specificità non è mai consistita nella semplice assenza di manipolazione, ma nel particolare patto che stabilisce con lo spettatore: le persone, i luoghi e gli eventi mostrati vengono presentati come riferiti a un mondo realmente esistente, anche quando il film utilizza ricostruzioni, animazioni o altre forme di mediazione. L’intelligenza artificiale generativa introduce però una trasformazione ulteriore. Non permette soltanto di costruire immagini che non sono mai state registrate; consente anche di intervenire su immagini effettivamente riprese fino a rendere difficile distinguere ciò che deriva da una registrazione, ciò che è stato modificato e ciò che è stato integralmente generato. Il problema diventa particolarmente visibile in Be Brave, il documentario di Francesco Carrozzini dedicato a Renzo Rosso, nel quale l’AI non è confinata a poche sequenze riconoscibili ma entra nel trattamento complessivo delle immagini. La domanda non è se questo renda il film meno vero. È più precisa: quando l’aspetto visibile dell’immagine non permette più di ricostruire il modo in cui essa è stata prodotta, su quale base lo spettatore può attribuire valore documentario a ciò che vede? La tesi sviluppata qui è che l’AI generativa stia accelerando uno spostamento già iniziato con il cinema digitale: la credibilità documentaria dipenderà sempre meno dalla presunta trasparenza dell’immagine e sempre più dalla possibilità di conoscere e verificare la storia della sua produzione.
Che cosa rende credibile un documentario nell’era dell’AI?
Quando anche le immagini reali possono essere trasformate, diventa più difficile capire che cosa stiamo davvero guardando.
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