“China’s Civilian Army. The Making of Wolf Warrior Diplomacy” Peter Martin (Oxford University Press, 2021)
China’s Civilian Army. The Making of Wolf Warrior Diplomacy (Oxford University Press, 2021) di Peter Martin chiede al lettore di guardare la diplomazia cinese non come un semplice repertorio di frasi ufficiali, né come un automatismo geopolitico, ma come un dispositivo umano e istituzionale che traduce, all’esterno, le logiche interne di un sistema politico costruito sulla disciplina e sulla diffidenza. Il punto di partenza non è l’idea che Pechino sia “più aggressiva” di ieri in modo lineare, bensì che l’aggressività contemporanea – quella etichettata come “wolf warrior” – riveli una tensione più profonda: la difficoltà di una potenza in ascesa di persuadere, farsi accettare e costruire fiducia senza perdere il controllo sulla propria narrazione, sulle proprie gerarchie e sulle proprie paure. Il libro merita attenzione perché sposta l’analisi dal “cosa” (le singole crisi) al “come” e al “perché”: come si forma un corpo diplomatico, quali regole interiori lo governano, quali incentivi lo premiano e quali punizioni lo paralizzano. In questa prospettiva, la diplomazia appare come una prova di equilibrio: rappresentare un paese che vuole essere rispettato, senza concedere margini di autonomia a chi lo rappresenta; cercare legittimità globale, senza tollerare la libertà di tono e di relazione che quella legittimità spesso richiede. È su questo crinale – tra prestigio, controllo e insicurezza – che Martin colloca la sua domanda di fondo: che cosa accade quando l’apparato incaricato di “fare amici” viene addestrato, da decenni, come un’unità che combatte?


