Democracy and Inequality in India: Political Economy of a Troubled Giant, Atul Kohli e Kanta Murali (Cambridge University Press, 2026)
Democracy and Inequality in India: Political Economy of a Troubled Giant, di Atul Kohli e Kanta Murali, pubblicato da Cambridge University Press nel 2026, affronta una delle questioni più rilevanti per comprendere l’India contemporanea: il rapporto tra democrazia, crescita economica e disuguaglianza sociale in un paese che è insieme una grande potenza emergente, una società profondamente stratificata e un sistema politico sottoposto a tensioni sempre più evidenti. Il libro merita attenzione perché non si limita a chiedere se l’India cresca, se voti o se occupi un posto più importante nel mondo, ma interroga il modo in cui questi processi si combinano tra loro. La domanda di fondo riguarda la qualità della democrazia quando lo sviluppo economico produce benefici fortemente concentrati, quando il potere politico tende a centralizzarsi e quando identità religiose, caste, classi sociali, genere e territori continuano a segnare in profondità le possibilità di vita dei cittadini. Kohli e Murali osservano l’India da una prospettiva di economia politica attenta sia alle istituzioni sia ai rapporti sociali, sia alle scelte dei governi sia alle reazioni dei gruppi collocati ai margini del potere. Ne deriva un’indagine che non assume la crescita come indicatore sufficiente di successo, né la mera regolarità delle elezioni come garanzia piena di democrazia. Il libro invita invece a considerare l’India come un caso in cui risultati notevoli e problemi strutturali convivono: una democrazia radicata ma indebolita, un’economia dinamica ma diseguale, una società mobilitata ma ancora attraversata da gerarchie durevoli.
Il quadro interpretativo dell’opera si fonda su tre argomenti principali, che gli autori collegano tra loro in modo sistematico. Il primo è che la democrazia indiana, pur restando fondata su elezioni competitive e su una lunga tradizione istituzionale, è entrata in una fase di forte pressione. La competizione elettorale non è scomparsa, come mostrano anche le elezioni del 2024, ma negli ultimi anni si sono accentuati fenomeni di centralizzazione del potere, indebolimento dei contrappesi istituzionali, restrizione degli spazi del dissenso e ostilità verso le minoranze, in particolare verso i musulmani indiani. Il secondo argomento è che questa crisi democratica non può essere compresa senza guardare alla trasformazione economica avviata dagli anni Ottanta e consolidata dopo la liberalizzazione degli anni Novanta. La crescita indiana è stata sostenuta da una stretta alleanza tra Stato e grandi gruppi imprenditoriali; tale alleanza ha prodotto dinamismo economico, ma anche una concentrazione crescente di reddito, ricchezza e influenza politica. Il terzo argomento riguarda la società: caste inferiori, lavoratori, donne, movimenti civili e gruppi marginalizzati non sono rimasti passivi davanti ai cambiamenti dall’alto, ma hanno cercato di riorganizzarsi, protestare, partecipare e rivendicare diritti. Tuttavia, i risultati di questa politica “dal basso” sono stati parziali: la mobilitazione ha ampliato la rappresentanza e ha impedito in alcuni casi un controllo autoritario totale, ma non ha ancora prodotto una trasformazione sostanziale delle disuguaglianze sociali ed economiche.
La ricostruzione della democrazia indiana parte dal paradosso che attraversa l’intero libro: in India, per governare bisogna ancora vincere elezioni, ma chi governa ha mostrato sempre più spesso la tendenza a usare il potere in modo illiberale. Gli autori collocano questo problema in una traiettoria storica lunga. Negli anni di Nehru, la democrazia si consolidò in condizioni apparentemente sfavorevoli: povertà diffusa, analfabetismo, pluralità linguistica e religiosa, eredità coloniale, trauma della Partizione. Il successo democratico fu notevole, ma fin dall’inizio vi fu una distanza tra democrazia politica e capacità di governo. Lo Stato ereditato dal colonialismo era abbastanza solido da mantenere ordine e unità, ma non abbastanza trasformato da realizzare pienamente promesse di sviluppo, redistribuzione, istruzione e salute. Con Indira Gandhi emerse una seconda fase: più populista, più personalizzata, più conflittuale. La promessa di eliminare la povertà rafforzò il suo rapporto con le masse, ma non si tradusse in una vera redistribuzione; quando il suo potere fu minacciato, la proclamazione dell’Emergenza mostrò quanto fragile potesse diventare l’equilibrio democratico davanti alla concentrazione personale dell’autorità. Dopo gli anni Ottanta, il Congresso perse progressivamente la sua funzione storica: abbandonò il socialismo, non costruì una nuova coalizione sociale coerente, si affidò sempre più alla famiglia Nehru-Gandhi e non seppe trasformare la crescita economica in consenso duraturo. In questo vuoto si inserì il BJP, capace di offrire una narrazione identitaria fondata sull’Hindutva, cioè su una ridefinizione dell’India come nazione primariamente hindu.
La crescita economica è il secondo asse decisivo dell’analisi. Kohli e Murali mostrano che l’India indipendente attraversò dapprima una fase di sviluppo guidato dallo Stato, segnata dall’industrializzazione pesante, dalla sostituzione delle importazioni e da un riferimento ambiguo ma importante al socialismo. Questo modello produsse alcuni risultati, soprattutto nella costruzione di una base industriale, ma non riuscì a trasformare radicalmente le campagne, a redistribuire la terra, a garantire istruzione primaria e salute pubblica adeguate, né ad accelerare in modo sufficiente la crescita agricola. Dagli anni Ottanta, con Indira Gandhi prima e Rajiv Gandhi poi, la priorità cambiò: non più redistribuzione come promessa politica centrale, ma crescita economica sostenuta dall’iniziativa privata e dal riavvicinamento tra Stato e grandi imprese indiane. La liberalizzazione del 1991 non rappresentò dunque una rottura assoluta, ma l’accelerazione di un orientamento già avviato: meno socialismo, più attenzione al settore privato, maggiore apertura selettiva all’economia mondiale, protezione calibrata degli interessi del capitale nazionale. Il risultato fu una crescita elevata, soprattutto nei servizi, ma non una trasformazione inclusiva sul modello dell’industrializzazione manifatturiera di massa. L’India non creò abbastanza posti di lavoro stabili e ben retribuiti; l’agricoltura rimase una fonte essenziale di occupazione pur contribuendo meno al prodotto; l’industria non assorbì su larga scala il lavoro in eccesso. Da qui nasce una delle tesi più forti del libro: la crescita indiana ha arricchito settori importanti della società, ma ha generato anche una struttura di opportunità molto squilibrata.
Il periodo di Narendra Modi viene interpretato dagli autori come una prosecuzione e un’intensificazione di molte tendenze precedenti, più che come una rivoluzione economica autonoma. Modi si presentò come il leader capace di estendere all’intera India il presunto modello del Gujarat: governo efficiente, sostegno agli investimenti, industrializzazione, crescita rapida, attrazione di capitali. Tuttavia, secondo il libro, la sua politica economica ha mantenuto l’impianto pro-business già costruito nei decenni precedenti, aggiungendovi una maggiore personalizzazione del potere, un rapporto molto stretto con grandi gruppi imprenditoriali e alcune scelte di forte impatto ma risultati discutibili. La demonetizzazione del 2016 è descritta come un esempio di intervento improvviso e destabilizzante: concepita per colpire il denaro nero, produsse invece caos, contrazione delle attività informali e danni soprattutto per piccoli operatori, lavoratori e settori dipendenti dal contante. Anche la promessa di Make in India non riuscì a modificare in profondità la debolezza della manifattura e della creazione di occupazione. Gli autori sottolineano inoltre l’aumento impressionante della disuguaglianza di ricchezza: la quota detenuta dai gruppi più ricchi è cresciuta in modo tale da collocare l’India tra le società più diseguali. La spesa sociale, invece, non mostra una svolta proporzionata alla retorica del welfare: molti programmi sono stati riorganizzati in forme mirate e politicamente visibili, ma l’impegno complessivo su istruzione, salute e protezione sociale resta limitato. Il problema non è dunque soltanto la povertà assoluta, ma la combinazione tra crescita, concentrazione della ricchezza, scarsa occupazione qualificata e debole capacità redistributiva.
La parte dedicata alla politica “dal basso” mostra che le disuguaglianze indiane non sono solo economiche, ma si intrecciano con strutture sociali di lunga durata. Il caso della casta è centrale. Ambedkar aveva individuato fin dall’inizio la contraddizione tra uguaglianza politica formale e disuguaglianza sociale sostanziale: una democrazia fondata su un uomo, un voto, ma inserita in una società in cui non ogni persona godeva dello stesso valore sociale. Nehru riteneva che modernizzazione e sviluppo avrebbero progressivamente indebolito la casta, ma questa previsione non si realizzò. La casta non scomparve: si trasformò, entrò nella competizione elettorale, divenne risorsa di mobilitazione, rappresentanza e rivendicazione. La svolta più importante fu l’attuazione del rapporto Mandal nel 1990, che estese le riserve agli Other Backward Classes e aprì una fase di forte mobilitazione politica delle caste inferiori, soprattutto nel Nord dell’India. Questa trasformazione ampliò la rappresentanza democratica e portò alla crescita di partiti fondati su identità di casta, ma non eliminò le disuguaglianze sostanziali: Dalit, Adivasi e molti gruppi OBC continuarono a presentare livelli più bassi di ricchezza, istruzione, salute e sicurezza economica. Il BJP, dal canto suo, cercò di superare le fratture di casta attraverso l’identità religiosa hindu, costruendo una coalizione che tenesse insieme caste alte, parte degli OBC, Dalit e Adivasi sotto il segno dell’Hindutva. Tuttavia, le elezioni del 2024 mostrano che questa strategia incontra limiti quando tornano al centro disoccupazione, riserve, rappresentanza e timore che la Costituzione possa essere modificata a danno dei gruppi marginalizzati. Accanto alla casta, il libro analizza lavoro, genere e società civile: il lavoro resta segnato da informalità, precarietà e scarso potere contrattuale; le donne hanno ottenuto progressi in istruzione e presenza pubblica, ma continuano a subire forti disuguaglianze e violenza; i movimenti civili, pur compressi sotto Modi, hanno ancora mostrato capacità di protesta, come nelle mobilitazioni contro il Citizenship Amendment Act e nelle proteste degli agricoltori.
Il lavoro occupa un posto essenziale nell’analisi perché consente agli autori di collegare direttamente la crescita diseguale alla struttura concreta delle opportunità sociali. L’India ha conosciuto una lunga fase di espansione economica, ma questa espansione non ha generato una quantità sufficiente di occupazioni stabili, formalizzate e ben retribuite. La maggioranza dei lavoratori resta inserita in forme di impiego informale, prive di protezione sociale, sicurezza contrattuale e reale capacità di rappresentanza. Il passaggio dall’agricoltura ai servizi e alla costruzione non ha prodotto una modernizzazione del lavoro paragonabile a quella delle economie industriali dell’Asia orientale, perché la manifattura non è diventata il grande assorbitore di manodopera che avrebbe potuto trasformare la struttura sociale del paese. La conseguenza è che milioni di persone lavorano, ma continuano a vivere in condizioni di fragilità. La disoccupazione giovanile, soprattutto tra i più istruiti, diventa così un problema non solo economico, ma anche politico: produce frustrazione, alimenta risentimenti e può rendere più attraenti forme di mobilitazione identitaria. La perdita di forza dei sindacati completa questo quadro. Le riforme del lavoro e la crescente centralità del capitale hanno ridotto il potere contrattuale dei lavoratori, mentre i governi, sia del Congresso sia del BJP, hanno privilegiato la flessibilità richiesta dalle imprese. Gli autori non descrivono però una società immobile: scioperi, proteste, organizzazioni di lavoratori informali e mobilitazioni settoriali mostrano che il lavoro continua a reagire, anche se in modo frammentato e spesso difensivo.
La questione di genere è presentata come un altro terreno in cui i progressi dell’India convivono con disuguaglianze persistenti. Il paese ha avuto una donna primo ministro, donne presidenti e numerose leader a livello statale, e negli ultimi decenni si sono registrati miglioramenti importanti nell’istruzione femminile, nella mortalità infantile e nell’accesso alla formazione superiore. Tuttavia, questi risultati non cancellano la profondità delle gerarchie patriarcali. Il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro resta tra i più bassi al mondo; molte donne lavorano in settori informali, con salari inferiori e scarse protezioni; la violenza di genere rimane diffusa, tanto nella sfera domestica quanto nello spazio pubblico. Gli autori insistono sul carattere multidimensionale della disuguaglianza: non esiste una sola condizione femminile, perché caste, classe, religione, territorio e livello di istruzione modificano radicalmente le esperienze delle donne. Le donne Dalit e Adivasi, per esempio, subiscono forme di vulnerabilità più intense, in cui discriminazione di casta, povertà e violenza patriarcale si sommano. Anche il movimento delle donne appare articolato e non privo di tensioni interne: da un lato ha contribuito a rendere visibile la violenza, a ottenere riforme legislative e a costruire reti di assistenza; dall’altro deve confrontarsi con divisioni di classe, casta e religione, con la crescente presenza di organizzazioni non governative e con la difficoltà di mantenere una mobilitazione autonoma in un contesto politico più repressivo. La società civile, nel suo insieme, è descritta come uno spazio indispensabile ma oggi fortemente compresso: sotto Modi, le libertà civili e il dissenso hanno subito restrizioni significative, anche se le proteste contro il Citizenship Amendment Act e quelle degli agricoltori dimostrano che la mobilitazione sociale non è stata spenta.
La dimensione regionale consente al libro di evitare una lettura troppo uniforme dell’India. Gli autori mostrano che le trasformazioni economiche, politiche e sociali non si distribuiscono nello stesso modo nei diversi Stati della federazione. Alcune regioni sono più ricche, più industrializzate, più capaci di attrarre investimenti; altre restano più povere, più dipendenti dall’agricoltura e più segnate da carenze nell’istruzione, nella salute e nelle infrastrutture. La crescita post-1980 ha rafforzato molte di queste differenze, perché il capitale privato tende a concentrarsi nei territori già dotati di infrastrutture, reti imprenditoriali e capacità amministrative. Il federalismo indiano, che avrebbe potuto funzionare come strumento di riequilibrio, opera invece in modo ambivalente. Da un lato, la diversità regionale permette politiche statali differenti e lascia spazio a esperienze di governo più inclusive; dall’altro, la centralizzazione crescente del potere, soprattutto sotto Modi, riduce la capacità degli Stati di negoziare e di incidere sulla distribuzione delle risorse. La sostituzione della Planning Commission con il NITI Aayog è letta in questo quadro: non si tratta soltanto di una riforma amministrativa, ma di un cambiamento nel modo in cui centro e Stati interagiscono. Le decisioni sui programmi centrali e sulle risorse sono sempre più filtrate da ministeri e procedure controllate da New Delhi. Questo rende ancora più importante osservare le traiettorie dei singoli Stati, perché l’India reale non coincide con una media nazionale: Gujarat, Uttar Pradesh, Tamil Nadu e Punjab mostrano modelli molto diversi di crescita, inclusione, conflitto politico e capacità istituzionale.
I quattro casi regionali analizzati permettono di chiarire come crescita economica, identità politica e sviluppo sociale possano combinarsi in modi molto differenti. Il Gujarat è presentato come uno Stato economicamente dinamico, industrializzato e capace di attrarre capitale, ma anche come un laboratorio politico del modello poi associato a Modi: sostegno alle élite economiche, forte orientamento pro-business, mobilitazione hindu e marginalizzazione dei musulmani. La sua crescita non è quindi interpretata come modello pienamente inclusivo, perché i benefici non sono distribuiti in modo equilibrato e la politica regionale ha alimentato profonde fratture comunitarie. L’Uttar Pradesh rappresenta quasi il polo opposto: enorme peso demografico, centralità elettorale, debolezza economica, bassi indicatori sociali e forte intreccio tra caste, religione e competizione politica. Qui la politica delle caste inferiori ha avuto momenti di grande rilevanza, ma non si è tradotta in una trasformazione economica sufficiente; nello stesso tempo, il BJP ha cercato di utilizzare l’identità hindu per oltrepassare le divisioni di casta, con risultati potenti ma non irreversibili, come mostrano le elezioni del 2024. Il Tamil Nadu offre invece un modello più equilibrato: forte tradizione di mobilitazione non brahminica, politiche sociali più robuste, migliore rapporto tra crescita, welfare e sviluppo umano, e una resistenza più efficace alla penetrazione del BJP. Il Punjab, infine, appare come una regione un tempo centrale per la sicurezza alimentare indiana, grazie alla Rivoluzione verde, ma oggi segnata da stagnazione, crisi agricola, difficoltà politiche e perdita di slancio. L’insieme di questi casi mostra che non esiste un solo “modello indiano”: la qualità della politica regionale, la storia delle coalizioni sociali e la capacità dello Stato locale incidono in modo decisivo sugli esiti dello sviluppo.
La politica estera inserisce l’India in una storia più ampia, in cui le scelte internazionali sono sempre collegate ai vincoli interni. Nella fase di Nehru, il non allineamento consentì all’India di evitare una subordinazione diretta ai blocchi della Guerra fredda, di ricevere sostegni sia dagli Stati Uniti sia dall’Unione Sovietica e di concentrarsi sulle priorità interne: consolidamento politico e sviluppo economico. Tuttavia, la guerra con la Cina del 1962 rivelò i limiti di questa postura, mostrando che l’India doveva fare i conti con minacce regionali concrete e con un vicino asiatico destinato a diventare sempre più potente. Il rapporto con il Pakistan, segnato dalla Partizione e dalla questione del Kashmir, resta un altro asse permanente di instabilità. La guerra del 1971, il trattato di amicizia con l’Unione Sovietica, la nascita del Bangladesh e poi il mutamento degli equilibri dopo la fine della Guerra fredda mostrano una diplomazia costretta a oscillare tra autonomia, sicurezza e ricerca di sostegni esterni. Nel periodo più recente, il declino dell’Unione Sovietica e l’ascesa della Cina hanno avvicinato l’India agli Stati Uniti e alle potenze occidentali, ma senza trasformarla in un alleato pienamente allineato. Gli autori sottolineano che l’India ha oggi risorse importanti: dimensione demografica, economia in crescita, capacità militari, armi nucleari, una marina significativa e un peso strategico crescente. Tuttavia, queste capacità non si traducono automaticamente in influenza globale. La rivalità con Cina e Pakistan assorbe molte energie; l’autoritarismo interno e la persecuzione dei musulmani indeboliscono il soft power; la mancanza di una strategia globale coerente rende l’India spesso reattiva più che propositiva.
La visione complessiva del libro ricompone i diversi livelli dell’analisi in una tesi coerente: l’India contemporanea non può essere capita separando democrazia, crescita e disuguaglianza. La democrazia resta reale, perché le elezioni continuano a contare e nel 2024 hanno ridimensionato il potere del BJP; ma è una democrazia sotto pressione, perché il potere esecutivo ha cercato di restringere il dissenso, indebolire le istituzioni indipendenti e trasformare l’identità hindu in fondamento della legittimità politica. La crescita economica è anch’essa reale, ma incompleta: ha ridotto parte della povertà, ha rafforzato il peso internazionale dell’India e ha creato nuove classi medie e imprenditoriali, ma ha anche prodotto concentrazioni estreme di ricchezza, sviluppo senza adeguata occupazione e profonde differenze regionali. La società, infine, è attraversata da mobilitazioni importanti, ma non ancora sufficienti a rovesciare le strutture di potere: le caste inferiori hanno conquistato rappresentanza, i lavoratori protestano, le donne si organizzano, gli agricoltori hanno saputo bloccare leggi percepite come ostili, eppure caste, patriarcato, precarietà e povertà restano elementi strutturali. Le implicazioni future sono quindi aperte. Se l’India vuole essere non solo una grande potenza, ma anche una democrazia inclusiva, dovrà affrontare il nodo che attraversa l’intera opera: trasformare la crescita in capacità diffuse, ridurre la subordinazione della politica al grande capitale, proteggere il pluralismo religioso e rafforzare gli spazi di partecipazione. In assenza di questa correzione, il rischio è che la combinazione tra disuguaglianza economica, nazionalismo maggioritario e centralizzazione del potere continui a indebolire sia la democrazia sia la promessa di sviluppo.
Sintesi finale
La tesi centrale di Democracy and Inequality in India è che la traiettoria dell’India contemporanea deve essere letta come il prodotto dell’intreccio tra democrazia elettorale, crescita economica e disuguaglianza. Il paese resta una democrazia in cui le elezioni decidono ancora l’accesso al potere, ma la qualità democratica si è deteriorata sotto la pressione del nazionalismo hindu, della centralizzazione esecutiva e della restrizione del dissenso. La crescita avviata dagli anni Ottanta e consolidata dopo il 1991 ha rafforzato l’economia indiana, ma lo ha fatto attraverso una stretta alleanza tra Stato e grande capitale. Questa alleanza ha generato dinamismo, ma anche concentrazione della ricchezza, crescita senza sufficiente occupazione stabile e ampliamento delle distanze tra classi, regioni, città e campagne. Il declino del Congresso nasce anche dalla sua incapacità di governare politicamente queste disuguaglianze e di offrire una nuova coalizione sociale credibile. Il BJP ha riempito questo vuoto spostando il terreno della mobilitazione dalla giustizia economica all’identità religiosa. Modi ha combinato immagine di leader efficiente, sostegno delle élite imprenditoriali, organizzazione del Sangh Parivar e retorica nazionalista. La conseguenza è stata una democrazia ancora competitiva ma sempre più illiberale, in cui i musulmani sono diventati bersaglio politico e simbolico. Le caste inferiori hanno ottenuto maggiore rappresentanza, ma non piena inclusione economica. I lavoratori restano compressi da informalità, precarietà e debolezza sindacale. Le donne hanno conquistato spazi nell’istruzione e nella politica, ma subiscono ancora patriarcato, violenza e bassa partecipazione al lavoro. La società civile continua a mobilitarsi, ma opera in spazi più ristretti. Le differenze regionali mostrano che non esiste un unico modello indiano: Gujarat, Uttar Pradesh, Tamil Nadu e Punjab incarnano combinazioni diverse di crescita, inclusione e conflitto. Sul piano internazionale, l’India dispone di grandi capacità, ma è frenata da vicini ostili, limiti interni e perdita di soft power. L’implicazione principale è che la grandezza indiana dipenderà meno dalla sola crescita e più dalla capacità di renderla inclusiva, pluralista e democraticamente governata.
Scheda metadati
Autore: Atul Kohli; Kanta Murali
Titolo in originale: Democracy and Inequality in India: Political Economy of a Troubled Giant
Casa editrice: Cambridge University Press
Anno di pubblicazione: 2026
Categoria: Società, politica e comunicazione


