Il recupero delle acque reflue industriali dipende da un passaggio spesso poco visibile: il trattamento che restituisce all’acqua le caratteristiche chimico-fisiche necessarie per un nuovo utilizzo sicuro. Nel caso del birrificio pugliese analizzato dalla ricerca, l’acqua non viene recuperata direttamente dopo il primo e secondo trattamento di natura biologica, ma attraversa un impianto terziario composto da più fasi. Ciascuna fase ha una funzione precisa: rimuovere particelle, ridurre alcune sostanze presenti nel refluo, separare componenti indesiderati, disinfettare e stabilizzare la qualità finale. Osservare questo impianto dall’interno permette di capire un aspetto decisivo: il riuso dell’acqua non è solo una scelta gestionale, ma anche un processo tecnico fatto di materiali, energia, manutenzione e sostituzione di componenti.
L’impianto studiato riceve acque reflue già sottoposte al trattamento biologico del birrificio. Questo punto è importante, perché il trattamento terziario non sostituisce la depurazione precedente, ma interviene su un’acqua che ha già superato una prima fase di trattamento. Il suo compito è portarla a un livello di qualità compatibile con alcuni usi non potabili interni allo stabilimento. Il flusso recuperato può essere destinato, per esempio, al raffreddamento nelle torri evaporative, alla lubrificazione dei nastri trasportatori e ad altre applicazioni tecniche legate al funzionamento dell’impianto. La ricerca guarda a questo sistema non solo per descriverne il funzionamento, ma per capire quali parti pesano di più sul bilancio ambientale complessivo.
La prima sezione dell’impianto è dedicata alla filtrazione. L’acqua passa attraverso un filtro a sabbia di quarzo e poi attraverso un filtro a carbone attivo. La sabbia di quarzo contribuisce a trattenere materiali sospesi e particelle che potrebbero interferire con le fasi successive. Il carbone attivo svolge invece una funzione più legata alla rimozione di sostanze organiche e composti che incidono sulla qualità dell’acqua. Questi materiali non sono permanenti: nel tempo si consumano, perdono efficacia e devono essere sostituiti. La loro presenza, quindi, non va considerata soltanto dal punto di vista del trattamento, ma anche dal punto di vista del ciclo di vita dei materiali usati nell’impianto.
Dopo la filtrazione, il passaggio centrale è l’ultrafiltrazione. In questa fase l’acqua attraversa membrane in PVDF, un materiale utilizzato per realizzare membrane capaci di separare componenti indesiderati dal flusso trattato. Dal punto di vista tecnico, l’ultrafiltrazione è uno degli elementi che consente di ottenere acqua con caratteristiche adeguate agli usi previsti. Dal punto di vista ambientale, però, è anche il principale punto critico individuato dallo studio. La produzione delle membrane, il loro trasporto, la loro durata e la necessità di sostituirle incidono in modo rilevante su molte categorie di impatto. È qui che emerge con chiarezza il rapporto tra efficacia tecnica e costo ambientale del recupero e rappresenta una sfida stimolante in ottica di eco-design, dove la ricerca e lo sviluppo industriale possono lavorare per ottimizzare i materiali e minimizzarne l’impronta ecologica.
La fase successiva è la disinfezione. Nell’impianto analizzato, questa avviene attraverso raggi ultravioletti e dosaggio di ipoclorito di sodio. La disinfezione serve a rendere l’acqua recuperata adeguata agli usi interni previsti, riducendo i rischi legati alla presenza di microrganismi. Anche questa fase, però, ha un proprio peso ambientale: le lampade ultraviolette consumano energia, hanno una vita utile definita e devono essere gestite a fine uso. Lo studio rileva un credito ambientale collegato al recupero del mercurio durante lo smaltimento delle lampade UV, un dato di eccellenza che l’analisi di incertezza suggerisce in tutti i casi di interpretare con una certa cautela scientifica.
La valutazione del ciclo di vita permette di distinguere il contributo delle diverse parti dell’impianto. Nel sistema di recupero analizzato, l’ultrafiltrazione risulta la fase dominante in quasi tutte le categorie ambientali considerate. In alcune categorie pesa anche la filtrazione con carbone attivo, mentre la sabbia e la disinfezione hanno in genere un contributo più contenuto. Questa informazione è utile perché consente di capire dove intervenire per migliorare il processo. Se l’impatto maggiore deriva dalle membrane, dalla loro produzione e dalla loro sostituzione, allora la durata dei componenti, la qualità dell’acqua in ingresso e la manutenzione dell’impianto diventano aspetti ambientali, non solo tecnici.
Un elemento rilevante della ricerca è proprio il peso dei materiali. Nel caso dello scenario di recupero, molti impatti non derivano soltanto dall’energia consumata durante il funzionamento, ma anche dal ciclo di vita dei componenti impiegati. Le membrane di ultrafiltrazione e il carbone attivo sono i due esempi più evidenti. Devono essere prodotti, trasportati, utilizzati e poi sostituiti. Se la loro vita utile è breve, il loro impatto per ogni metro cubo di acqua recuperata aumenta. Questo spiega perché l’ottimizzazione dell’impianto non riguarda solo il rendimento immediato del trattamento, ma anche la capacità di ridurre il consumo di materiali lungo il tempo.
Il caso studiato mostra quindi che il riuso dell’acqua non dipende soltanto dalla disponibilità di un refluo trattato, ma dalla qualità dell’intero sistema che lo rende riutilizzabile. Recuperare acqua può essere molto utile in contesti di scarsità idrica, soprattutto quando l’alternativa è il prelievo da falde sottoposte a pressione o la desalinizzazione. Tuttavia, per migliorare il profilo ambientale del recupero, occorre lavorare sugli hotspot del processo: prolungare la durata delle membrane, ottimizzare le condizioni operative, valutare materiali alternativi e ridurre il peso energetico dell’impianto. In questo senso, il trattamento terziario non è più considerato solamente una questione tecnologica, ma la cabina di regia in cui ingegneria e sostenibilità si uniscono per governare al meglio l’equilibrio ambientale del riuso.
Questo articolo nasce nell’ambito delle attività di Terza Missione promosse da Stroncature in collaborazione con l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, nel quadro delle iniziative di Public Engagement finanziate dal “Bando per Finanziamento di Iniziative di Public Engagement” a valere sul Progetto “Sistema Universitario Pugliese”, finanziato nell’ambito della misura “Patti Territoriali dell’Alta Formazione per le Imprese” (CUP F61B23000370006). Il testo rielabora in forma divulgativa il contributo scientifico “Industrial water reclamation in southern Italy: Insights from the life cycle assessment of a brewery case study” di Giulia Casarano, Francesco Sardella e Pasquale Giungato, pubblicato in Journal of Cleaner Production, vol. 553, 2026, art. 147970, DOI 10.1016/j.jclepro.2026.147970, per renderne i contenuti più fruibili a un pubblico non specialista.


